(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.

Anarco≠comunismo

«L’io, io!… il più lurido di tutti i pronomi!… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona». (C.E. Gadda)

La pandemia da SARS-CoV-2 ha resecato a mezzo il cuore della sinistra.
Quel cuore che – specie dopo il ‘68 – aveva provato a coniugare libertà e giustizia – rifiutando insieme l’egualitarismo omologante e totalitario del modello sovietico e il liberismo proprietario e mercantile dell’Occidente, omologante a sua volta in altra maniera. Immaginando di poter percorrere un’altra strada. O altre strade.
Per lo meno, se mi volto indietro, è questo il cuore politico di quel che sono – ed è questo cuore, che è anche il mio, ad essere resecato a mezzo.
Nella mia gioventù era ingenuamente la formula dell’anarcocomunismo: non si poteva che essere libertari (contro l’autorità, contro i padri, contro lo stato di polizia, per l’autodeterminazione a tutti i livelli), non si poteva che essere insieme comunisti (contro la proprietà privata, lo sfruttamento, l’alienazione capitalistica, per il bene comune, per una radicale giustizia redistributiva).
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Le gocce di Emily

Emily (pdf)

[il 21 marzo scorso, dalla biblioteca chiusa e subito dopo da casa, ho cominciato a pubblicare quotidianamente sui social – facebook e whatsapp – un frammento tratto dalle poesie di Emily Dickinson: alcuni versi ogni giorno per 100 giorni, la prima parte dei quali terribili, cupi, funesti; qui sotto raccolgo tutte insieme queste “gocce di splendore” – 110, 10 in più di quelle pubblicate – che sono state per me – e forse per altri – un piccolo balsamo ad ogni risveglio]

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Ho deciso di chiamarle così – “gocce”.
Il sottinteso può essere “di splendore”, come nella smisurata preghiera di De André.
Una goccia di splendore ogni giorno. Tante piccole gocce di refrigerio, tratte dalle poesie di EMILY DICKINSON – “se mai dovesse essere la mia goccia / che lenisca la sete d’un viandante”.
A partire da domani, 21 marzo, primo giorno di primavera e Giornata internazionale della poesia.
Perché di poesia abbiamo bisogno, ora più che mai.
Pochi versi – in qualche caso un solo verso, fulminante. Una goccia al giorno, per un buon numero di giorni. Più di 100, a coprire la primavera e l’insorgere dell’estate.
Le riporterò virtualmente su queste pagine digitali – e poi le trascriverò su carta, in biblioteca: tappezzerò una parete e spargerò i versi qua e là. Un arazzo di bellezza che – spero presto – diventi visibile a tutti voi.

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Magheggi

L’uso della parola “magheggi” per (s)qualificare i dati covid di Regione Lombardia da parte di Caltabellotta della fondazione scientifica GIMBE, richiede una riflessione approfondita, anche al di là della polemica contingente.
Che in questi 3 mesi di epidemia ci sia stata una sorta di “battaglia campale” sui dati e sul loro uso appare evidente; altrettanto evidente la fallibilità costitutiva della scienza, che pure si intreccia con le sue (non moltissime) certezze, le quali però, senza alcun dubbio, salvano vite – ma un po’ più di umiltà epistemologica farebbe bene a tutti quanti, virologi, epidemiologi e compagnia cantante.
Però questo discorso ci porterebbe lontano, mentre è sul “magheggio” che voglio restare: l’Accademia della Crusca ci informa che è neologismo piuttosto recente (degli anni ’90), in uso soprattutto nel centro Italia, volto a indicare inganno o raggiro. Deriva sicuramente da “magheggiare”, che invece è parola più antica, che allude alla straordinaria abilità dei maghi. I quali, nel Rinascimento, erano stati esimii protoscienziati e attenti osservatori della natura, mica cialtroni o millantatori.
La domanda – serissima – è: chi magheggia nella nostra epoca?

Il complotto della cosa

È innanzitutto la lingua ad essere impestata, scriveva Givone molto opportunamente alcuni anni fa.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sul Covid riguarda le tesi complottiste in circolazione: scienziati e tecnocrati – in combutta con oscure cosche politico-affaristiche – non ci stanno dicendo la verità, e soprattutto stanno brigando per stabilire un nuovo ordine in cui vigerà un ulteriore livello del controllo sociale (praticamente totale). In tale operazione è cruciale l’uso dei dati – numeri e statistiche generati e/o manipolati ad arte. A tal proposito si vanno creando strane alleanze e convergenze (ma anche questa non è una novità), tra complottisti di destra e di sinistra, neopopulismi strampalati con finalità diverse, ma con una visione ed un sottotesto comuni (che fa però venire dei dubbi anche sulla diversità degli scopi): del resto è proprio l’evocazione delle masse, dei popoli (e, per contro, delle élites) ad essere diventata confusa e problematica.
Ora, che in ogni vicenda umana ci siano dei materialissimi interessi in gioco mi pare una verità ovvia e incontrovertibile: ma per questo basta rileggere qualche pagina di Marx, non c’è alcun bisogno di scomodare fumose teorie complottarde. Altro discorso è porsi il problema dell’impatto di medio e lungo periodo – sul piano sociale, economico, psicologico, culturale, antropologico – di una crisi globale come quella in corso: chi ne trarrà utilità? come si trasformerà il mondo del lavoro? quali le conseguenze geopolitiche? Di sicuro la pandemia post-virale non colpirà tutti allo stesso modo: ed è qui che serviranno analisi e forza critica, nonché un uso accorto della razionalità – quanto di più lontano dal complottismo dilagante.
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La socialità ai tempi del colera

Non credo sia possibile prevedere quali effetti avrà nel breve e medio periodo l’emergenza sanitaria in corso, sia per quanto concerne i comportamenti psicosociali, sia per l’impatto economico – anche perché è ancora incerta la sua evoluzione. Credo però si possano già delineare alcuni temi su cui occorrerà riflettere, e che attengono ad una sfera più ampia e a tempi più lunghi. Ne schizzo brevemente almeno tre, di complessità crescente:

1. A dispetto dell’apparente predominio di forme di vita egocentriche e narcisistiche, funzionali all’ideologia neoliberista del produci consuma crepa – emerge chiaramente come la socialità, proprio nel momento in cui viene inibita per cause di forza maggiore, si riveli un elemento ancora vitale della convivenza, nonostante l’avvento delle società anonime ad automatizzate di massa. Socialità sia in termini di quotidianità conviviale, vita comune, cultura, spazi di socializzazione, bisogni di attenzione; sia anche per quanto concerne la messa in comune di pratiche, saperi, conoscenza, parallelamente ad una difficile resistenza alla saturazione comunicativa: general intellect, per dirlo con una antica e felice espressione.

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