Posts Tagged ‘damasio’

Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima

giovedì 8 aprile 2010

Prima di concludere con il tema finale dell’Etica – e cioè la conoscenza nella sua forma più “alta” o “estesa”, il punto di accesso all’Etica stessa, la fine che è anche circolarmente l’inizio – vorrei brevemente richiamare il cammino fatto fin qui. Non è questa una sintesi dell’Etica (me ne guarderei bene, anche perché si tratta di un’opera immensa non sintetizzabile), ma solo un elenco degli snodi teorici emersi durante un primo studio (spero proficuo) del testo, alla luce delle questioni sensibili della nostra epoca, e, forse, di ogni epoca: la natura umana, la totalità, le passioni, la conoscenza, la relazione tra interno ed esterno, ecc.
(La numerazione ripercorre l’ordine delle “lezioni”, accessibili cliccando su ciascun numero in grassetto, ma non la partizione dell’Etica – suddivisa in cinque parti, di cui ho finora commentato le prime quattro).

1. L’ontologia naturale
Spinoza non ha una posizione a rigore panteistica, quanto piuttosto naturalistica o materialistica: Dio, che è causa immanente, non è una forza interna alla natura, ma è la medesima unità e totalità della natura. Sub-stantia non è solo ciò che sostiene tutto, il fondamento (hypòkeimeinon), ma il tutto stesso, l’essere nella sua interezza, ciò che i Greci chiamavano physis.
La sostanza, dice Spinoza, è l’individuo generale che riconnette tutti gli individui particolari – un corpo infinito fatto di infiniti corpi (duplice accezione del concetto di infinito, qualitativa e quantitativa). Un corpo immutabile ed eterno che racchiude in sé ogni possibile mutevolezza: “tutta la natura è un unico Individuo, le cui parti, cioè tutti i corpi, variano in infiniti modi senza alcun mutamento dell’Individuo nella sua totalità” (Et., II, Sc. Prop. XIII).
Il punto di vista della/sulla sostanza (che verrà mostrato solo al termine, attraverso la terza forma di conoscenza) è contraddistinto (o circoscritto) dai concetti di: necessità, determinismo, causalità, realtà, perfezione, eternità.

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La torta e la glassa. Note sulla natura umana

giovedì 25 febbraio 2010

La cultura è una glassa, la biologia una torta
(C. Geertz)

Poiché negli ultimi tempi si sono generate lunghe discussioni – talvolta confuse per l’inevitabile sovrapporsi  ed accavallarsi dei temi – vorrei provare a fare il punto su quello che si sta manifestando come uno dei filoni più consistenti e persistenti del blog, e che lo ha caratterizzato fin dalla sua apertura: la questione della natura umana e del rapporto umano-naturale, con le loro inevitabili ricadute etico-politiche. Non vuole (né può) essere una sintesi esaustiva, né tantomeno la (mia) parola definitiva sull’argomento – anche perché nel quindicennio in cui me ne sono occupato c’è stato un divenire (non saprei dire se uno sviluppo o un “inviluppo”), ma certo un mutamento, delle mie opinioni in merito.
Sento l’esigenza però, onde evitare continui fraintendimenti (che pure ci saranno ugualmente), di chiarire per sommi capi il mio pensiero in proposito. E, insieme, di fornire alcune coordinate di base ai sopraggiungenti, o a coloro che vorranno partecipare alla discussione in un prossimo futuro.

1. Che siamo

L’inaggirabile orizzonte ontologico di ogni discussione resta la constatazione insieme logica ed empirica del nostro essere – o, per  meglio dire, del nostro essere in uno con l’essere. Siamo, e nel dirlo c’è l’autoevidenza assiomatica e non contraddicibile di quella particella verbale. Dico “siamo”, non “sono” non a caso: intendo così prendere le distanze da quella tradizione filosofica che trova la sua massima espressione nel cogito cartesiano, che tende insieme a  soggettivizzare la dimensione ontologica e ad espellerne l’elemento sociale, naturale, storico e biologico. Una prima presa di distanza dal riduzionismo, filosofico e scientifico che sia.

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Eigentlichkeit

martedì 16 febbraio 2010

Recensisco volentieri questo breve saggio di Vito Mancuso per almeno due ragioni: la prima è che affronta molti dei temi quotidianamente discussi su questo blog; la seconda è che non potevo lasciarmi scappare l’occasione di misurarmi con il fronte teologico – per quanto si tratti di una posizione aperta e, direi, illuminata, del campo cristiano, oggi minoritaria visto lo spazio occupato dalle posizioni reazionarie ed oscurantiste del Vaticano.

La prima domanda (da far tremare i polsi) che Mancuso si fa è: che cos’è la vita? – deviata ben presto sul binario del senso (e dunque dello sguardo antropocentrico su di essa). Tanto nella tradizione teologica o biblica quanto in quella filosofica si giunge inevitabilmente a delle antinomie, poiché sia la risposta “la vita ha senso” sia la contraria “la vita non ha senso” sono entrambe fondate. L’autore fa una scelta di campo (il senso), tenendo comunque d’occhio quel che succede nell’altro campo (questo è il suo pregio principale, credo), e dialogando di continuo con tradizioni di pensiero diverse.
Mancuso sostiene che la vita umana è libera, che l’uomo può scegliere che cosa essere, se limitarsi ad essere bios o no – e questa sua libertà è manifestata proprio da quell’antinomia, dal fatto che non riesce a darsi una risposta definitiva. L’oscillazione e l’indecisione costituiscono ontologicamente la sua stessa libertà. (Rilevo en passant una considerazione controcorrente, rispetto alle posizioni vaticane più retrive, a proposito della “sacralità” della vita e della sua “indisponibilità”, che a parere di Mancuso devono valere per quella altrui, non per la propria).

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La supermente umana

lunedì 7 dicembre 2009

Tradizionalmente i filosofi (forse perché più “umanisti”) sono sempre stati inclini a porre l’umanità al riparo dall’animalità, trovando proprio nella mente (nel linguaggio, nell’anima, ecc.) il tratto dirimente. Se n’è parlato spesso in questo blog, e credo che continueremo a parlarne. Viceversa, sono stati gli scienziati, per lo meno a partire da Darwin, a compiere una lunga opera di riavvicinamento della sfera umana a quella animale, fino alle recenti scoperte circa la rilevante comunanza genetica (il 98% di condivisione con gli scimpanzé).
Ecco perché sono rimasto piuttosto sorpreso di leggere sulla rivista Le Scienze dello scorso novembre, le conclusioni cui è giunto il biologo evoluzionista Marc Hauser circa l’assoluta peculiarità della mente umana. O meglio: non avevo dubbi sul fatto che la nostra mente, sulla base tra l’altro di una maggiore encefalizzazione, fosse diversa e un po’ più complessa delle “semplici” menti animali. Ero (e resto) però convinto che, proprio come sosteneva Darwin ne L’origine dell’uomo, si tratti semplicemente di una differenza “di grado e non di tipo”. Di quantità, non di qualità. Hauser sembra pensarla diversamente, anche se ad esser sincero, e per quel che ne posso capire date le mie scarse conoscenze neuroscientifiche, non mi è proprio riuscito di visualizzare o di collocare in qualcosa di definito tale preteso grande salto.
Ma vediamo di che si tratta. Il biologo di Harvard individua la humanuniqueness (termine coniato fondendo human e unique) in quattro caratteristiche specifiche:

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Lezione spinozista 2 – Mente sive corpo

martedì 31 marzo 2009

bond_of_union_escher

(Vediamo se ho capito…)
Leggendo la seconda parte dell’Etica, che si occupa della Natura e origine della mente, si ha come l’impressione di restare a bocca asciutta proprio per quanto concerne la risposta alla domanda sottesa: ma che cos’è davvero la mente? Certo, Spinoza non può porsi questa domanda alla stregua dei neuroscienziati, il suo resta un punto di vista strettamente filosofico e, oltretutto, immerso nelle concezioni del suo tempo. Ma chissà che questo non finisca per essere un vantaggio…

D’altra parte proprio “la mente” dovrebbe essere l’oggetto primo di ogni attenzione e considerazione fondativa di un discorso sensato: che senso ha parlare di un’ontologia, ad esempio, o di un’etica (che sono poi le due operazioni simultanee condotte da Spinoza) se non si ha ben chiaro lo strumento attraverso cui tutto procede? Ogni ontologia presuppone la domanda “che cos’è la mente?” e non può non presupporla, perché l’ente pensato – l’idea – è sempre ciò che è attraverso la mente, che dunque ne è filtro, se non presupposto. Dunque, anche se vogliamo pensare che non è il soggetto a porre l’oggetto (come vogliono gli idealisti o i nominalisti e compagnia bella), e nemmeno l’oggetto a fondare il soggetto (come preferiscono i realisti, gli empiristi e compagnia cantante) – la mente rimane pur sempre la sede delle relazioni e del loro eventuale groviglio.

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