Posts Tagged ‘dante’

Ottavo (ed ultimo) lunedì: arte e bellezza oltre le scissioni

venerdì 30 Mag 2014

Partirò per la mia analisi da una delle scissioni fondative (probabilmente la madre di tutte le scissioni) della natura umana, cioè del nostro modo di concepire il mondo e noi stessi: l’opposizione con l’animalità.
Sta proprio qui – nell’opposizione originaria con l’animale, se si vuole il corpo stesso della nostra base biologica – il fondamento di tutta la nostra produzione culturale, spirituale, e dunque artistica ed estetica.
La mia tesi è che la maledizione della scissione – il vivere sempre come decentrati, in altro, al di là e fuori di noi stessi, come straniati – rechi con sé tanto il frutto velenoso dell’alienazione, dell’insoddisfazione, della noia e dell’angoscia, del desiderio mai sopito e realizzato (il nostro essere incompleti, mancanti, la nostra non accettazione della finitezza e della mortalità), quanto il sogno della bellezza e della perfezione.

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Ontologico amore

venerdì 13 luglio 2012

(scrivendo qua e là frammenti – disiecta membra sorte da un unico martellante pensiero fisso – ne è venuta fuori la solita possibile triade che ogni tanto imperversa sul blog: il 3 è un numero fin troppo affollato di simboli, di fronte alla cui potenza non so resistere; eviterò però la numerazione, così da alleggerire il susseguirsi degli ontologici conati; sì, perché gira e rigira sempre lì la mente mi riconduce: a quel pensiero dominante che, con risorgente enfasi, denominiamo di volta in volta dio – sostanza – essere – eterno – fondamento – significato – verità – amore… beh, cominciamo con l’amore, poi si vedrà)

Nel Trattato teologico-politico, Spinoza affronta ad un certo punto il tema dell’amore – nella fattispecie dell’amore divino, che è insieme amore di e per Dio. Il ragionamento che qui viene condotto riguarda l’obbedienza che si deve a Dio, come essenza della fede, che si riduce e sostanzia nella legge amorosa – ama gli altri così come ami Dio. Questo criterio universale viene poi messo in pratica nella necessità di operare, poiché “la fede senza le opere è morta”. Spinoza cita Giovanni, là dove afferma che “Dio è amore” (charitas), dal che si conclude che, “nessuno percepisce o avverte Dio se non per mezzo dell’amore verso il prossimo, e [che] perciò nessuno può conoscere altro attributo di Dio all’infuori di questo amore, in quanto partecipiamo ad esso” (Tractatus, cap. 14, § 2).
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Titaniche metafore

giovedì 19 gennaio 2012

Ahi serva Italia, di dolore ostello
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Purg., VI, 76-8)

È fin troppo facile (ed anche un po’ perfido) utilizzare la tragedia della nave Concordia per esercitarsi in metafore, che se da una parte potrebbero apparire tutt’altro che azzardate, finirebbero comunque per essere stucchevoli. Eppure quel che è accaduto l’altro giorno all’isola del Giglio – e che va accadendo in questi giorni nel dantesco “bordello” delle nostre città – costituisce uno straordinario analizzatore socio-antropologico.
Ne cito in modo sparso e disordinato – come del resto la realtà appare in sé – i principali fenomeni, lasciando che ciascuno stabilisca per proprio conto legami e nessi causali, ed eventuali sintesi.

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Immaginastrazione

martedì 15 novembre 2011

“Noi cerchiamo sempre “risposte” e “soluzioni”,
abbiamo mente, occhi e orecchie solo per l’utile ed il pragmatico.
Sembra che il mondo inizi e finisca a pochi metri dal nostro naso.
E’ per questo che la filosofia, l’esercizio della ragione,
desta sospetti soprattutto oggi: sembra un futile
esercizio mentale, inutile quanto astratto..
.”

(Roberto Fiaschi, in un commento su questo blog)

***

[Sommario: Prolegomeni – Filosofia (troppo) astratta – La domanda metafisica – Ontologia sospetta – Dialogo tra sordi –  L’astratto e il concreto – Aphàiresis – Esempi e paradossi – Excursus hegeliano – Filosofia (troppo) concreta – Immaginazione filosofica: l’inizio di una riflessione – Le dorate ali del mito]

(Se volessi scrivere una Introduzione alla filosofia, comincerei con i seguenti capitoli:
1. Straniamento – (ne avevo parlato qui);
2. Astrazione, ovvero dell’immaginazione filosofica…
È possibile che il terzo capitolo venga dedicato al rapporto tra i due concetti, ma per ora – dato che non sto scrivendo un libro, ma un post – mi voglio dedicare alla sola nostra facoltà di astrarre).

Mi trovo totalmente in sintonia con la posizione esposta nel commento in esergo, posizione che ho sempre sostenuto e perorato su questo blog, soprattutto nei confronti di coloro che criticano la filosofia perché astratta o, peggio, astrusa, inconcludente, staccata dal reale, inutile, ecc. Così come ho sempre ritenuto che parlare di “essere” e “nulla”, di divenire, di enti, essenti, realtà, necessità, verità, eternità e quant’altro, non sia affatto un esercizio capzioso ed autoreferenziale, ma anzi il cuore stesso del discorso filosofico. Più che una riduzione della filosofia ad ontologia, parlerei di una curvatura ontologica inevitabile del discorso filosofico, che non può prescindere da quei concetti e da quelle domande.
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Mezzodì filosofico

lunedì 15 agosto 2011

Nel suo profondo vidi che s’interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna;
sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

(Paradiso, canto XXXIII vv. 85 e segg.)

Mi succede talvolta di sentirmi filosoficamente appagato. Libero da ogni inquietudine ed irrequietezza. Ho tutto squadernato e apparecchiato davanti a me, chiaro e ben disposto, i nodi sciolti e i fili allineati, le domande e i dubbi esauriti (ed esauditi), la gerarchia causale dei concetti e delle questioni ben strutturata, nessun angolo oscuro, nessuna zona in ombra. Il mondo e la mente illuminati e persino trafitti dalla luce della ragione – e questa, immobilmente salda “quale un eterno mezzogiorno al quale non mai succeda la sera o come il vero sole che arde senza intermittenza, benché sembri tuffarsi nel seno della notte” – detto con una celebre immagine coniata da Schopenhauer, secondo cui “il sole della vita brilla di eterna luce meridiana” (si veda Il mondo come volontà e rappresentazione, § 54). In quei momenti del mezzodì filosofico, teorie e concetti appaiono con nitore e trasparenza, come se il mondo e la mia mente fossero tutt’uno, mente di una materia e materia di una mente, senza barriere, senza iati. Fusi e conflati l’una nell’altra. Ecco perché – in quei momenti, e solo in quei momenti – i pensieri si presentano in guisa tale da sembrare apodittiche verità. E dunque non sembrare, ma essere quel che sono e dire quel che dicono e significare quel che significano, senza pieghe od ombre. E quel che dicono è, ad esempio:
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Fortune rota volvitur

giovedì 7 aprile 2011

Or puoi veder, figliuol, la corta buffa
de’ ben che son commessi alla Fortuna
per che l’umana gente si rabuffa
.
(Inferno, VII, 61-3)

La vostra nominanza è color d’erba
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce della terra acerba.
(Purgatorio, XI, 115-7)

Già Epicuro dava un certo peso alla fortuna nel suo tridente delle cause riguardanti l’accadere, di cui ci parla verso il termine della Lettera a Meneceo: tra le cuspidi della necessità (anànke) e del libero arbitrio, si interpone il caso o la fortuna (tyche), ovvero la sorte inviata dagli dèi.  Irresponsabile, atroce ed inflessibile la prima punta, minuscola e però di nostra pertinenza l’altra punta – mentre del tutto instabile ed imprevedibile la cuspide di mezzo.
La storia umana è un’incessante dialettica di necessità e libertà: sottrarre territori sempre più ampi alla prima in favore della seconda pare essere il senso del cosiddetto “progresso” – eppure la fortuna torna sempre a sparigliare i giochi. Ce lo ribadisce Carl Orff in quell’opera così celebre (ma solo a pezzi) e discussa e però mirabile che sono i Carmina Burana.
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Io se fossi Cattelan

sabato 16 ottobre 2010

Dante Alighieri faceva squadrare “amendue le fiche” dal ladro pistoiese e “bestia” Vanni Fucci, nientemeno che in cospetto della divinità (Inferno, XXV 1-3).
Svariati secoli dopo, Giorgio Gaber della divinità avrebbe voluto assumere addirittura il punto di vista, al fine di fustigare politicanti di destra, di sinistra e di centro.
Oggi – segno dei tempi – c’è il dito di Maurizio Cattelan, quel dito medio che in realtà è il residuo di una mano cui hanno mozzato le altre quattro dita, che oltre che drizzato contro finanzieri e borsaioli, nonché spacciatori globali di crisi – com’è ora in piazza Affari a Milano – mi piacerebbe vedere altrettanto eretto di fronte a… beh la lista è davvero lunga, potenzialmente infinita… si potrebbe cominciare da qualche ministro…

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Madeleines filosofiche

venerdì 21 Mag 2010

Qualche giorno fa, passeggiando in un parco, mi è venuta in mente la Scienza della logica di Hegel. Qualcuno penserà: “ma questo è proprio pirla! con tutte le cose belle che possono venire in mente passeggiando in un parco (a maggio poi!), proprio il testo più arcigno della storia della filosofia è andato a scegliere…”. In realtà non è stato un caso (né, evidentemente, una scelta), si è trattato di una vera e propria madeleine filosofica, anche perché è successa in quel parco con quei profumi e quei colori – dove molti anni fa avevo sudato sette camicie sull’essere e il nulla, la qualità, la quantità, la misura, l’uno e il molteplice, l’essenza, l’apparenza, il concetto…
Non voglio qui nemmeno cominciare ad indagare la base neurologica di quel complesso fenomeno che Proust aveva descritto rievocando il sapore di una madeleine – “conchiglietta di pasta, così grassamente sensuale” –  inzuppata nel té della zia Leonie, nella prima parte della sua immensa Recherche. Del resto non è detto che la biochimica della rimembranza debba per forze di cose essere più precisa e rigorosa, da un punto di vista causale e descrittivo, rispetto alla fenomenologia estetica consegnataci dalla letteratura. Tanto più che un neuroscienziato della levatura di Damasio è costretto ad ammettere che “l’esistenza, nel cervello, di configurazioni neurali dinamiche (o mappe) corrispondenti a un oggetto o un evento, è una base necessaria ma non sufficiente per spiegare le immagini mentali di quell’oggetto o di quell’evento”, confessando con tutta onestà una grave lacuna nel meccanismo che spiega il passaggio dalla materia cerebrale a quella mentale – ignoranza che tuttavia non contraddice “l’assunto che le immagini siano processi biologici, né nega la loro fisicità” (cfr. Alla ricerca di Spinoza, pp.236-7).  Ipse dixit nell’anno 2003, e chissà, magari qualcosa in più ora sappiamo. (Con questo non voglio certo sminuire l’importanza dell’osservazione degli affascinanti segreti del nostro cervello: anzi, credo fermamente che anche la biochimica abbia un suo lato poetico e meraviglioso…). Ma torniamo alla madeleine.

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Lo sguardo di Ipazia

giovedì 29 aprile 2010

Ma è nel fuoco che bisogna ardere.
Niente si addice alla parola più che la temperatura del fuoco […]
Non c’è ritirata possibile, Sinesio.

(M. Luzi, Libro di Ipazia)

Leva dunque, lettore, all’alte ruote
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote […]
E se le fantasie nostre sono basse
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse.
(
Dante, Par. X)

Non ha poi molta importanza stabilire la veridicità della ricostruzione storica fatta dagli autori del film Agorà, uscito in questi giorni nelle sale italiane (e mi vien da dire, a latere: che goduria che la filosofia diventi addirittura argomento per un kolossal!) – salta all’occhio, ad esempio, l’incongruenza della figura dell’allievo Sinesio, morto oltretutto quasi sicuramente prima della sua maestra Ipazia. E non tanto perché si tratti di un film, e non invece di un saggio specialistico, quanto per l’ottica generale e le tematiche attualissime messe in campo (oltretutto le fonti in nostro possesso sono piuttosto esigue e frammentarie; mi si perdoni, en passant, l’uso acritico del termine abusato attuale). Non saprei nemmeno dire se la verosimiglianza ambientale sia stata rispettata: è certo però che Alessandria e la sua biblioteca sul finire del IV secolo d.C. erano il simbolo di un’epoca (lacerata) che stava per compiersi e di un’altra (imprevedibile) che stava per sorgere. Declinava l’ellenismo (e con esso la filosofia antica), nasceva a tutti gli effetti l’era cristiana.
E’ anche probabile che si sia prodotta nella narrazione cinematografica una vera e propria dicotomia, insieme ad un’eccessiva semplificazione (i neobarbari cristiani rozzi e fanatici da una parte contro gli illuminati e raffinati pagani dall’altra) – sacrificando tra l’altro l’inequivocabile carattere “di classe” dello scontro, visto che il cristianesimo appariva anche come un’ideologia soteriologica e solidaristica per le masse di derelitti, schiavi e diseredati che l’abbracciavano, e che certo non dovevano essere minoritarie. Dopotutto non era la prima volta (né sarebbe stata l’ultima) che una religione si offriva come prospettiva liberatoria, con le sue belle promesse di riscatto, giustizia ed eguaglianza (e il suo retroscena consolatorio ed ultraterreno,  un dispositivo quantomai ingannevole ed illusorio, che però evidentemente corrisponde ad un qualche bisogno).
Ma quel che sta al centro della scena di questo film è la figura di Ipazia, filosofa e astronoma, figlia del matematico Teone, che certamente venne massacrata dai cristiani in quanto rappresentante di un mondo e di una mentalità del tutto incompatibili con la concezione della Verità (unica, monologica e indiscutibile) che si andava affermando. (more…)

Piccola razionalizzazione del suicidio al fine di…

mercoledì 28 ottobre 2009

Già: al fine di che? Per allontanarne lo spettro? Renderlo più comprensibile, o accettabile? Onde prosciugare l’acqua in cui nuota? Per normalizzarlo oppure per esorcizzarlo?

Edouard Manet suicidio

(Sono, quelli che seguono, “ragionamenti a voce alta”, riflessioni e note sparse senza alcun valore di sistematicità).

Al di là del continuo oscillare emotivo a causa dei boli di angoscia che ci soffocano da un lato o delle esplosioni di gioia e di vitalità che ci invadono dall’altro, con tutte le più o meno percettibili tonalità intermedie – un oscillare ontologico, costitutivo dell’umano, come ci testimoniano i più acuti osservatori, siano essi poeti (uno a caso, come Trakl, per il quale ogni giorno ha in serbo un bene e un male), scrittori (come Dostoevskij) o filosofi (come Spinoza) – al di là di tutto questo, si pone l’esigenza razionale di comprendere fenomeni così estremi quali il suicidio, volti a recidere tutti i fili del “destino” o a sottrarsi proprio a quell’intemperanza emotiva di base, che ad un certo punto diventa insostenibile.
Non intendo parlare qui del suicidio in termini psicologici, sociologici o antropologici, e tutto sommato nemmeno storico-filosofici; vorrei solo provare a schizzare qualche riflessione da cui partire per costruire le basi per una (eventuale ma non garantita) comprensione essenziale del fenomeno. Sgombro quindi il campo dalla pretesa di una comprensione integrale, totalizzante: rimane, io credo, un atto con una sua dose di insondabilità, e pertanto di irrazionalità, irriducibilità alla ragione, anche se i filosofi spesso si illudono che non ci siano lati oscuri che non siano prima o poi illuminabili. (Un’illusione che personalmente mi trova piuttosto partecipe anziché no).

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