Posts Tagged ‘determinismo’

Ciclohasard!

giovedì 19 novembre 2009

Mi hanno sempre colpito il concetto di caso (e quello collaterale anche se non coincidente di contingenza), così come la categoria logica di necessità (piuttosto freddina e austera) e quella un po’ irrazionale, ma tanto utilizzata dagli umani, di destino. Sia in ambito storico che nelle nostre piccole e poco importanti vicende quotidiane, ne facciamo abbondante uso. Il nostro esserci, in quanto esser nati, è molto contingente (l’estro  momentaneo o la sbronza di una sera, più l’incontro del tutto casuale di materia organica), ma una volta che siamo al mondo ci sentiamo legati dalla necessità (dobbiamo nutrirci, respirare e prima o poi morire). Tra l’inizio e la fine, poi, arzigogoliamo e ricamiamo ed immaginiamo non poco su quell’arco vitale, cui cerchiamo di dare un senso, una direzione, farfugliando talvolta la parola “destino”.
Io credo tanto poco al destino quanto a babbo natale – se per destino si intende una sorta di pre-scrittura della trama, un disegno anche solo abbozzato. Certo, le condizioni date ci faranno andare in una direzione piuttosto che in un’altra, ma poi c’è sempre quell’elemento contingente e casuale (il lucreziano clinàmen) ad intervenire e a scompaginare i piani: l’incontro con una persona, con un evento – od anche con un macigno che ci cade sulla testa…

Il cappello serviva ad introdurre una specie di riflessione generale su questi temi, che parte dall’analisi particolare del mio quarto incidente (non devastante) in bicicletta, e che intende usarlo, insieme ai tre precedenti, come ausilio esemplificativo. Non so dove condurrà, ma mi affascina sapere che anche tale minuscolo fatto occorsomi, sottosta alle categorie di cui sopra, e nonostante si tratti  di una cosetta da nulla  (visto che ne sto scrivendo qui e ora). Tanto più che è accaduta contemporaneamente ad altri miliardi di fatti (altra cosa sorprendente), una pressoché illimitata serie che va dalla caduta di una briciola alla chiusura di una fabbrica alla morte per fame di un certo numero di persone, fino all’esplosione dovuta a una supernova in qualche remoto angolo dell’universo. Dal punto di vista di quelle categorie (così come dell’essere) tutti quei fatti, ci piaccia o no, si equivalgono.

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Lezione spinozista 1 – La filosofia ridotta all’osso

venerdì 27 febbraio 2009

Spinoza

(Con “lezione” s’intende che è Spinoza ad impartirla, non certo il sottoscritto. Di mio ci metto un po’ d’interpretazione, quel che ho capito e ricavato leggendo i testi – sperando di non sporcare troppo la purissima e candida farina del sacco spinozista…)

Nota faceto-filosofica a mo’ di introduzione
Era stato sua maestà Giorgio Guglielmo Federico Hegel ad utilizzare la metafora dell’osso a proposito dell’attitudine a “ridurre” a tale scheletrica (e schematica) pochezza nientemeno che lo spirito da parte di certi saccenti saperi pseudoscientifici, quale ad esempio (a suo immodesto parere) la frenologia, scienza del cranio, dunque dell’osso degli ossi. Lo stesso Giorgio Guglielmo eccetera, sempre nella Fenomenologia dello spirito, aveva praticamente aperto la sua ricerca lamentando che si era finora troppo sostanzializzato e poco spiritualizzato – indi per cui la sostanza andrà d’ora in poi intesa come soggetto. Poche palle e poche discussioni!
Per molto tempo ho tenuto in somma considerazione la filosofia hegeliana che tutto riduce o riconduce (cuce, scuce e ricuce) in guisa di spirito, idea, soggetto, concetto – ma ora che mi vado vieppiù dishegelizzando, mi sento di dire che un bel ritorno a Spinoza ci può anche stare (oggi va forse un po’ più di moda il caro Baruch, e poi fa chic ogni tanto voler ritornare a qualcuno o a qualcosa…). E così, non sarebbe del tutto fuori luogo rovesciare il precedente rovesciamento (anche il voler rovesciare a tutti i costi è una moda filosofica) e dire forte e chiaro che è venuto il momento di tornare ad intendere il soggetto (quel soggettone tanto ridondante, che ha eroicamente resistito alle varie e tremende destrutturazioni e decostruzioni novecentesche) un po’ più in termini di sostanza… Per dirlo in salsa hegeliana: “tutto dipende dall’intendere e dall’esprimere il vero non come sostanza, ma altrettanto decisamente come soggetto“. Ecco, noi con la benedizione di Benedictus (quello seicentesco, non l’odioso vescovo di Roma) proveremo ad andare in direzione contraria…

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Qui comincia la lezione spinozista numero 1

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Il viaggio filosofico di sir Darwin

giovedì 12 febbraio 2009

darwin

Jean-Jacques Rousseau lamenta nel Discorso sull’origine della disuguaglianza una certa angustia e limitatezza di vedute del sapere filosofico europeo: “Gli individui – scrive – hanno un bell’andare e venire, sembra che la filosofia non viaggi“, e auspica che qualche brillante mente, adeguatamente foraggiata, possa prima o poi intraprendere quello che sarebbe certo “il viaggio più importante di tutti, che bisognerebbe fare con la maggior cura” – che percorrendo in lungo e in largo il pianeta, e indugiando a studiare i popoli e le culture, consenta finalmente di fondare una scienza fondamentale, “la più utile e meno progredita fra tutte le conoscenze umane”, quella cioè dell’uomo stesso.

Un viaggio non meno importante di quello immaginato dal buon Jean-Jacques, sarebbe stato intrapreso, oltre mezzo secolo dopo, da un giovane naturalista poco più che ventenne, un viaggio in verità di tutt’altra natura e con tutt’altro scopo, visto che si trattava di una spedizione cartografica nella quale Charles Darwin, questo il nome del giovane scienziato di bordo, aveva l’incarico di effettuare osservazioni di carattere geologico oltre che di raccogliere campioni di specie viventi sconosciute. Ma quel lavoro “sul campo” durato ben cinque anni, unito ad un acume, ad una capacità intuitiva (e, direi, ad un’immaginazione fuori del comune), avrebbero infine condotto nel 1859 alla pubblicazione di uno dei testi più rivoluzionari della storia della scienza e, più in generale, della storia umana. La teoria evolutiva di Darwin avrebbe cioè modificato alla radice, e in maniera irreversibile, l’approccio stesso allo “studio dell’uomo” invocato da Rousseau, proprio perché la concezione dell’essere umano, della sua natura e del suo posto nel mondo venivano posti sotto una luce completamente diversa.

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