Posts Tagged ‘dickinson’

Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

giovedì 6 aprile 2017

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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Silence

mercoledì 15 marzo 2017

Nessun silenzio al mondo è più silente
di quello che sopporta
l’anima, e se trovasse voce
sgomenterebbe la natura
e atterrirebbe l’universo.

[E. Dickinson]

Gomitoli sul pavimento sparsi

sabato 18 febbraio 2017

La mia mente sentii fendersi –
come se il mio cervello si fosse spaccato –
Cercai di ricongiungere i due orli –
ma non riuscivo a farli combaciare.

Il pensiero anteriore al successivo
tentavo in ogni modo di allacciare –
ma la sequenza era un groviglio muto –
gomitoli sul pavimento sparsi.

[E.D.]

Finché le nostre labbra raggiunse il muschio

venerdì 4 marzo 2016

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Morii per la bellezza – ma non m’ero
ancora abituata alla mia tomba
quando un altro – morto per la verità –
nel sepolcro vicino fu adagiato –

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza” – gli risposi – e lui:
“Io per la verità – è una sola cosa”
disse “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

[oggi nessuno, per lo meno in questa parte del pianeta, ambirebbe più a morire per cose piuttosto aliene come la bellezza e la verità; e tutto sommato è un bene, ché di solito quando qualcuno brandisce la spada nel nome della verità produce più danni che benefici; però forse Emily Dickinson ci vuol suggerire una morte più simbolica e trasfigurata, fatta di sottili allusioni, smottamenti delle gerarchie e dei significati; e poi comunque lei muore per la bellezza, non per la verità; che si dissero da una stanza all’altra? e… ma forse è meglio tacere, e coprire quei nomi pudicamente, col muschio di un silenzio più antico di ogni parola sussurrataci dal passato]

Perle di fine anno – 4

mercoledì 30 dicembre 2015

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Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare – come una rana
che gracida il tuo nome – tutto giugno –
ad un pantano in estasi di lei!

[Emily Dickinson]

Presi gli arcobaleni per cose usuali

venerdì 18 dicembre 2015

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La felicità è come la brevità –
o ad essa proporzionale,
direbbero le scuole –
il modo dell’arcobaleno –
Un velo
colorato, spiegato dopo la pioggia,
avrebbe la stessa chiarezza
non fosse la fuggevolezza –
che è alimento –

“Potesse durare”
chiedevo all’Oriente
quando la striscia curva
accendeva il mio infantile
firmamento –
e io, dalla gioia,
presi gli arcobaleni per cose usuali,
e i cieli vuoti
per eccezionali –

[Emily Dickinson. Immagine: Sul tetto del mondo, di Girolamo Peralta]

La dissoluta di rugiade!

venerdì 30 ottobre 2015

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Emily Dickinson è una poetessa incendiaria. Una cantrice, come poche altre, della bellezza dell’essere, delle cose e della natura, e – insieme – dell’incongruenza umana (e dell’abissalità divina) – condizione umana che però, dall’assurda soglia su cui si trova in bilico, è pur sempre in grado di evocare l’inferno e il paradiso, la vita e la morte, la comunanza assoluta e la disperata solitudine. Un canto totale per voce e sentimenti.
In questa poesia, definire l’ape “dissoluta di rugiade” e se stessa desiderante “qualche giorno di gala” (nell’originale – some gala day – suona meglio), colloca la Dickinson in un vertice emotivo, e pure filosofico, difficilmente raggiunto da altre voci e menti umane.
Da leggere e delibare piano, a voce alta…

***

Portatemi il tramonto in una coppa,
numerate i flaconi del mattino,
contate la rugiada;
ditemi dove il mattino si spinge,
ditemi quando dorme il tessitore
che ordì l’azzurra vastità!

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Finché il muschio raggiunse le nostre labbra

lunedì 14 settembre 2009

Morii per la Bellezza – ma a mala pena
mi ero sistemata nella tomba
quando un altro, morto per la Verità,
fu adagiato nel sepolcro vicino.

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza”, gli risposi –
“E io per la Verità – è una sola cosa”
disse lui, “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
conversammo da una stanza all’altra –
finché il muschio raggiunse le nostre labbra –
e ricoprì i nostri nomi.

(E. Dickinson, da Quel che sappiamo dell’amore, ed. Acquaviva)

MODI DI MORIRE E BALSAMI DELL’IBLA

lunedì 26 maggio 2008

Epicuro nella sua celeberrima Lettera a Meneceo sulla felicità, sostiene che la morte non esiste, o meglio che essa “non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza […] Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi”. Se il filosofo del Giardino cerca qui di trovare argomenti volti a dissolvere quella che ritiene una paura insensata e priva di fondamento, mi sento di proporre una distinzione tra la “morte” come concetto statico e astratto, e il fenomeno del “morire” da intendersi come divenire e momento dialettico del vivere. Detto altrimenti: perché non sostituire l’opposizione astratta vita/morte con quella del vivere/morire?

Il medico inglese Iona Heath ha scritto un piccolo saggio sulla morte – Modi di morire – recentemente pubblicato da Bollati Boringhieri, che mi pare vada proprio in quella direzione. Premetto subito che il libro ha forse un difetto: troppe citazioni. D’altra parte era intenzione dichiarata dell’autore di servirsi, nel suo interrogarsi sui dilemmi che accompagnano il morire, della cospicua compagnia di scrittori, poeti, pensatori.
Veniamo invece al pregio essenziale del libro, che secondo me si può ricondurre all’uso della parola “morire”: la morte, cioè, da intendersi come processo, come fenomeno che accompagna la vita e che deve (o dovrebbe) significare qualcosa.

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“STELLE IO PERCEPIVO ATTORNO AL CAPO”

venerdì 7 marzo 2008

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Ho ritrovato dopo anni, in mezzo alla mia raccolta dei “Millelire” di Stampa Alternativa (ve li ricordate?), un libretto di poesie di Emily Dickinson intitolato Dietro la porta. Erano state tradotte a suo tempo da Luciano Parinetto, filosofo di cui ho già avuto modo di parlare, e che aveva una particolare predilezione per questa poetessa. La coesistenza di opposti, l’immagine della porta quasi chiusa, la soglia, la metafora che si fa carne, la potenza immaginifica e la fuga di metafore, la dialettica finito/infinito, l’ansia di immortalità… questi ed altri gli elementi della poesia dickinsiana che non potevano non ammaliare il curatore e traduttore di questa piccola raccolta.

Ne trascrivo qui sotto due, dove la metafora del mare, forse abusata in poesia, è di grande efficacia. Sono versi straordinari, distillati poetico-filosofici – laddove poesia e filosofia convergono nell’arte di saper scegliere con cura le parole.
Di nuovo la cura.
La cura delle parole.
Le parole della cura.
Precisione e rigore essenziali per entrambe. Non ci si improvvisa filosofi (anche se tutti gli umani per costituzione lo sono), né tanto meno poeti (anche se tutti una volta nella vita lo sono stati o lo saranno). Del resto non ci si improvvisa nemmeno esseri umani.
Non c’è nulla come la poesia, però, ad aprire dinanzi a noi squarci di bellezza e di verità.

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