Le gocce di Emily

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[il 21 marzo scorso, dalla biblioteca chiusa e subito dopo da casa, ho cominciato a pubblicare quotidianamente sui social – facebook e whatsapp – un frammento tratto dalle poesie di Emily Dickinson: alcuni versi ogni giorno per 100 giorni, la prima parte dei quali terribili, cupi, funesti; qui sotto raccolgo tutte insieme queste “gocce di splendore” – 110, 10 in più di quelle pubblicate – che sono state per me – e forse per altri – un piccolo balsamo ad ogni risveglio]

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Ho deciso di chiamarle così – “gocce”.
Il sottinteso può essere “di splendore”, come nella smisurata preghiera di De André.
Una goccia di splendore ogni giorno. Tante piccole gocce di refrigerio, tratte dalle poesie di EMILY DICKINSON – “se mai dovesse essere la mia goccia / che lenisca la sete d’un viandante”.
A partire da domani, 21 marzo, primo giorno di primavera e Giornata internazionale della poesia.
Perché di poesia abbiamo bisogno, ora più che mai.
Pochi versi – in qualche caso un solo verso, fulminante. Una goccia al giorno, per un buon numero di giorni. Più di 100, a coprire la primavera e l’insorgere dell’estate.
Le riporterò virtualmente su queste pagine digitali – e poi le trascriverò su carta, in biblioteca: tappezzerò una parete e spargerò i versi qua e là. Un arazzo di bellezza che – spero presto – diventi visibile a tutti voi.

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Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

https://coreografadisogni.wordpress.com/2012/07/09/trasmigrazione-biomeccanica-dellanima/

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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Finché le nostre labbra raggiunse il muschio

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Morii per la bellezza – ma non m’ero
ancora abituata alla mia tomba
quando un altro – morto per la verità –
nel sepolcro vicino fu adagiato –

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza” – gli risposi – e lui:
“Io per la verità – è una sola cosa”
disse “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

[oggi nessuno, per lo meno in questa parte del pianeta, ambirebbe più a morire per cose piuttosto aliene come la bellezza e la verità; e tutto sommato è un bene, ché di solito quando qualcuno brandisce la spada nel nome della verità produce più danni che benefici; però forse Emily Dickinson ci vuol suggerire una morte più simbolica e trasfigurata, fatta di sottili allusioni, smottamenti delle gerarchie e dei significati; e poi comunque lei muore per la bellezza, non per la verità; che si dissero da una stanza all’altra? e… ma forse è meglio tacere, e coprire quei nomi pudicamente, col muschio di un silenzio più antico di ogni parola sussurrataci dal passato]