Posts Tagged ‘digitale’

GENERAL INTELLECT, AVERROE’ E IL PENSIERO DEI BAMBINI

domenica 16 marzo 2008

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La questione di che cosa sia l’intelligenza e da dove derivi, come venga ripartita, trasmessa, incrementata, utilizzata dagli umani, è sempre stata discussa dai filosofi. Ora sembra che di queste faccende si vogliano occupare con una certa esclusività (ma non so con quanta conclusività) le trionfanti neuroscienze. Senza nulla togliere all’importanza di queste ultime, non mi pare sia comunque utile per nessuno abbandonare i termini di quell’antico dibattito.

Aristotele aveva coniato a tal proposito il termine intelletto attivo, sollevando nei secoli successivi, sia tra i cristiani che tra i musulmani, un bel vespaio a proposito del senso preciso da dare a questo termine. Si dice nel De anima: mentre l’intelletto potenziale “diventa tutte le cose”, quello agente “tutte le produce. E questo intelletto è separato, impassibile e senza mescolanza, perché la sua sostanza è l’atto stesso”. Non è cosa di poco conto, dato che nella concezione aristotelica l’intelletto attivo è quello che ci consente la conoscenza in atto delle cose, passando dall’esperienza sensibile al livello dell’astrazione, cioè delle forme o delle essenze.

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NEOLUDDISMO

lunedì 25 febbraio 2008

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Agli inizi dell’800 nascevano in Inghilterra le grandi fabbriche, non senza resistenze. Gli operai odiavano questi luoghi dove venivano costretti a lavorare stipati, per molte ore, duramente e ai limiti della sopravvivenza. Oltretutto si sanciva così anche la loro disfatta professionale: ora non erano più lavoratori autonomi e indipendenti, con una tradizione di competenze e abilità acquisite nel tempo, ma individui eterodiretti, costretti a obbedire a ritmi, tempi e ordini che venivano dall’esterno.
L’introduzione massiccia di nuovi macchinari li deprofessionalizzava ulteriormente, rendendoli spesso superflui, laddove ad esempio venivano loro preferiti donne e bambini, talvolta più “abili”, di sicuro più “flessibili” e meno costosi. Significava, insomma, un’intollerabile perdita di identità.
Proprio per questo uno dei primi movimenti che si oppose drasticamente al nuovo sistema fu quello luddista, il cui nome derivava da un operaio di nome Ned Ludd, dall’identità incerta, forse del Leicestershire, che nel 1779 avrebbe distrutto alcune macchine per la produzione di calze. Bisognava distruggere le macchine, il simbolo del nuovo ordine lavorativo, perché era la loro introduzione a generare miseria e disoccupazione. Nel 1811, in particolare, vi fu una grande ondata di atti di sabotaggio che culminò in un vero e proprio assalto ad una grande manifattura. Seguirono repressioni e processi con condanne a morte, fino a una nuova recrudescenza con i fatti di Peterloo a Manchester, che vide scatenarsi il massacro contro una folla di 60.000 lavoratori, con svariate decine di morti e feriti. Il movimento fu attivo, specie nell’industria tessile, fino al 1825, confluendo poi, anche se in maniera attenuata, nel cartismo.

Il mio amico e consulente informatico Lorenzo mi ha consigliato qualche giorno fa di procurarmi un router, anziché un modem, così da poter navigare a piacimento in ogni angolo della casa e, soprattutto, in vista di avere in un prossimo futuro elettrodomestici intelligenti e digitalizzati, da mettere in rete e da programmare a distanza.
Sempre che, nel frattempo, io non venga preso da un soprassalto neoluddista che mi induca a scaraventare fuori dalla finestra tutti questi dannatissimi macchinari e impianti tecnologici, e a ritrovare così la pace interiore e quella della mente…

fonti: P. Viola, Storia moderna e contemporanea, Einaudi 2000
La storia. Dizionario enciclopedico, Bompiani 1984

UN ANNO DOPO (due progetti e qualche considerazione sulla bellezza della filosofia)

martedì 19 febbraio 2008

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Un buon modo per “festeggiare” un anno di attività del blog – oltre che preliminarmente ringraziare tutti i lettori e le lettrici, i commentatori e le commentatrici, continui o discontinui, fedeli od occasionali che siano – è quello di proiettarsi in avanti. Immaginare nuovi scenari, progetti, discussioni, attività.
E’ con questo spirito che ho pensato innanzitutto di modificare la veste grafica, un po’ perché ogni tanto è bene cambiare, ma soprattutto perché pensavo da tempo ad una piattaforma più leggibile, magari anche a scapito dell’eleganza formale. Di sicuro un fondo bianco e i caratteri un po’ più nitidi vanno in questa direzione.

Ma passiamo alle prospettive: non abbandonerò certo lo stile e le tematiche che finora hanno contraddistinto questo blog, ma vorrei anche, accanto a queste, introdurre alcuni nuovi progetti. In particolare due sono quelli su cui vorrei lavorare, il primo di medio, l’altro di lungo periodo.
Il primo: una serie di post filosofico-politici a commento della nostra costituzione, che ha appena compiuto i sessant’anni e che, almeno per quanto concerne i principi fondamentali, non pare dimostrarli affatto.
Il secondo, molto più ambizioso e di non facile realizzazione: una piccola storia della filosofia ad uso e consumo del web. Una storia della filosofia magari meno barbosa di quella dei manuali – pur indispensabili – che punti ad “attualizzare” i temi storici della tradizione filosofica e a renderli fruibili ad un pubblico più vasto (ma non meno esigente, visto il livello dei contenuti che circolano in rete). Che non vuol dire “semplificare”, come mi pare dimostri già questo blog, ma connettere “vita” e “filosofia”, biografia e concetti, la quotidianità e il domandare essenziale, il particolare e l’universale. Facendolo alla maniera del web 2.0, cioè attraverso l’interazione, la circolazione reticolare e l’interdisciplinarietà dei contenuti. Ma, soprattutto, la discussione: la scrittura e una sorta di neo-oralità sembrano qui convergere per dar luogo ad un’arena virtuale inusitata. Una piazza del sapere in continuo divenire.

D’altro canto la bellezza della filosofia sta innanzitutto nell’interrogarci in continuazione circa il senso e il significato del nostro agire. Perché sto scrivendo questo. Perché sono attraversato da determinati pensieri. Che cosa definisce la mia umanità. Il significato dei miei molteplici rapporti col mondo, con gli altri, con me stesso. Che cosa sono questo “me stesso” e che cosa sono “gli altri”. Identità e diversità. L’origine di tutto ciò e la sua destinazione. Ripescare nella storia della filosofia, del pensiero, della scienza materiali che ci aiutino oggi a rispondere, può essere un’esperienza insieme bella e utile. La bellezza e lo splendore potendo non essere disgiunti dalle nostre piccole storie individuali.

BAUDRILLARD E L’ETERNITA’ METONIMICA DELLE CELLULE

lunedì 4 febbraio 2008

lillusione-dellimmortalita.jpg “Contro lo sterminio del male, della morte, dell’illusione, contro questo Delitto Perfetto, dobbiamo lottare per l’imperfezione criminale del mondo. A dispetto di questo paradiso artificiale di tecnica e virtualità, e contro il tentativo di costruire un mondo completamente positivo, razionale e vero, dobbiamo salvare le tracce dell’opacità e del mistero dell’illusorio mondo definitivo”.

Questo brano è tratto da L’illusione dell’immortalità di Jean Baudrillard (Armando editore, 2007). Si tratta di un testo che discute i temi della clonazione, del nuovo millennio e della sconfitta della realtà – argomenti cari all’autore francese scomparso di recente, che ne dà una visione al limite dell’apocalittico. Ma è proprio il pensare apocalittico, estremo, paradossale, catastrofico l’unico in grado di restituirci non tanto la verità, ma la salvezza dalla verità: “spingersi al limite delle ipotesi e dei processi”, questo il compito del pensiero filosofico, che solo così può contribuire a “terminare” quei processi e a “rendere il mondo sempre più inintelligibile, e sempre più enigmatico”. Esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo dalla filosofia e dai pensatori! Per chi non conoscesse affatto Baudrillard, sembrerebbero le parole alticce di un originale, niente di più. Un philosophe anticonformista, come spesso è stato per i francesi del Novecento. Ma proviamo ad andare al di là di tali impressioni e di capirci qualcosa – premesso che il testo è ellittico e in taluni punti piuttosto oscuro.

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DIGITAL-MAN

venerdì 7 dicembre 2007

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L’uomo digitale non guarda mai le cose direttamente. Il suo occhio e il suo cervello le filtrano, selezionano e riproducono attraverso la sua fotovideocamera. @@@ L’uomo digitale non ascolta mai musica dal vivo, ma solo attraverso iPod e formati mp3. @@@ L’uomo digitale si guarda bene dall’incontrar gente: troppi inconvenienti, e poi magari hanno un cattivo odore. Molto meglio chattare, messaggiare, commentare sui blog, nei forum, inviare email, sms, mms… @@@ L’uomo digitale frequenta assiduamente Second Life. Ma lui preferisce chiamarla First Life. @@@ L’uomo digitale non muove un passo senza il suo Gps ultimo modello. Ma a pensarci bene, l’uomo digitale non muove un passo tout court. @@@ L’uomo digitale fa solo sesso virtuale. Rigorosamente scarnificato ma di gran lunga più immaginifico ed eccitante. E senza quella fastidiosa sensazione di sudaticcio e di sporco. @@@ L’uomo digitale è bulimico di informazioni ma anoressico di conoscenze. La sua competenza linguistica è limitata agli acronimi. @@@ L’uomo digitale non ha bisogno di allenare la memoria. Anzi, l’uomo digitale non ha memoria. La sua memoria si trova in Google. @@@ L’uomo digitale ha alcune zone del cervello enormemente sviluppate, un pollice opponibile che fa acrobazie, l’occhio destro fuori dalle orbite e il sinistro “sbarluccicante” di pixel; lamenta problemi di tendinite al polso, ma attende fiducioso che Bill Gates glieli risolva con un taglio netto al maledetto topolino. I suoi piedi e le sue gambe sono in fase di atrofizzazione. Del resto non gli servono. @@@ L’aspirazione massima dell’uomo digitale è la caverna elettronica, da dove non dover più uscire. Telelavoro, guadagni, acquisti e movimentazione on-line del denaro, permanente connessione alla rete, pareti ricoperte di suadenti e ammiccanti monitor – il mondo che arriva in casa, senza bisogno che lui ne fuoriesca mai. @@@@@@@

Naturalmente l’uomo digitale non è mai sfiorato dalla seguente domanda: che cosa succederebbe al mondo come sua digital-volontà e digital-rappresentazione se là fuori qualcuno recidesse i cavi della rete e spegnesse la corrente?

Progetto e realizzazione fotografica a cura di ro_buk , che naturalmente ringrazio.

MIMESIS, ovvero l’anfibolìa dell’epoca tecnodigitale

mercoledì 3 ottobre 2007

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Quest’estate mi è capitato di assistere a un concerto di un celebre gruppo pop italiano. Durante l’esecuzione ho avuto modo di notare come molte persone attorno a me fossero più impegnate nella “duplicazione” dell’evento che nella sua fruizione in presa diretta. Chi con il cellulare dell’ultima generazione, chi con foto o videocamere digitali e aggeggi similari, tutti costoro erano così affannati dall’impresa di riprodurre, da non accorgersi che ciò impediva loro un semplice ascolto e un godimento immediato dello spettacolo. Naturalmente anch’io, preso dall’osservare e dal riflettere sul fenomeno, venivo in parte distratto, rinviato ad altro.

A parte la divertente situazione generata da una tale torsione percettiva, mi è venuto subito in mente come anche lì, in quel momento, si rivelasse una delle modalità essenziali con cui la sfera umana si manifesta, e cioè la funzione riproduttiva della duplicazione, della riflessione, dell’imitazione, della mimèsi.

Fin da bambino l’essere umano riproduce gesti, linguaggi, atteggiamenti, smorfie che vede attorno a sé, con fedeltà talvolta sorprendente. Noi imitiamo in continuazione, riflettiamo come se fossimo uno specchio. Naturalmente, se fosse tutto qui, saremmo ben poca cosa, dato che anche gli animali sono mimetici. E allora dove sta la differenza? Che in realtà siamo degli specchi distorcenti, o meglio una sorta di prismi ottici. Riproduciamo e duplichiamo sì, ma con variazione. Intendiamoci, non è che siamo così geniali e originali sempre: le variazioni nel 99% dei casi sono minime, ma si tratta pur sempre di rielaborazioni, modifiche, riflessioni, per quanto piccole e spesso inessenziali. E’ il grande genio, l’artista, a disfare e ritessere la tela – ma la tela è già lì, non l’ha certo filata lui. Magari, però, il suo è uno specchio ustorio, e allora succede che dietro la tabula rasa possa fare la sua comparsa un nuovo mondo.

Ora la domanda che mi sovviene è la seguente: come muta, e che effetti produce, la facoltà riproduttivo-mimetica nell’epoca della riproducibilità non solo tecnica (come voleva Walter Benjamin) ma anche digitale dell’opera artistica, e non solo artistica? Tutto può essere riprodotto e comunicato immediatamente, suoni, gesti, parole, immagini sensazioni. Oggi la tecnica è essenzialmente questo. Il sogno umano imperante è la riproduzione infinita della vita, la duplicazione di sé; estremizzando, la clonazione (terribile e affascinante ad un tempo: guardarsi non in uno specchio ma in un altro se stesso!). E allora: continuità del corpo, riproducibilità del complesso spirituale (mente-anima-emozioni). Altro grande sogno: l’immagazzinamento digitale della memoria, del vissuto. Non è fantascienza, visto che esiste un preciso progetto di ricerca in tal senso. Gordon Bell e Jim Gemmell, al soldo di Bill Gates, stanno infatti lavorando dal 2001 al progetto MyLifeBits, un sistema di sensori portatili in grado di compilare un archivio digitale lungo tutta la vita (per saperne di più si veda la rivista Le scienze nr. 467 del luglio 2007 e il sito http://www.mylifebits.com). C’è poi il fenomeno in crescita di Second Life, mondo virtuale tridimensionale on line.

Una cosa straordinaria e, insieme, un incubo: digitalizzare la vita significherebbe conservare meglio emozioni, ricordi e informazioni, sia percettive che mentali (utili alla costituzione del proprio sé e del senso della propria biografia, oltre che ai propri cari, agli amici, ai medici – o a chi ci sopravvive); ma significa anche offrire nello stesso tempo al potere (qualunque potere) uno strumento di controllo sociale di immane potenza, qualcosa che farebbe impallidire persino le già terrificanti distopie di Orwell o di Huxley.

La parola greca amphibolìa descrive bene la situazione in cui ci si viene a trovare in casi come questo. Anfibolìa indica ambiguità sintattica, equivoco, come quando si dice “la paura dei nemici”, e non si capisce se si intende la paura che i nemici hanno di noi o viceversa. Il significato letterale del termine è “assalto da due lati in contemporanea”, reso perfettamente dall’espressione “stare tra due fuochi”. Ecco, la rivoluzione digitale in corso è una delle tante anfibolìe dell’era tecnologica.

La splendida foto è di …chourmo