Posts Tagged ‘diogene’

Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

lunedì 7 marzo 2011

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

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Skàndalon!

sabato 13 marzo 2010

Non mi sono mai piaciute le prediche, mentre ho sempre prediletto la critica. Al punto che qualcuno, ogni tanto, mi accusa di essere  fin troppo critico, di voler vedere sempre e ad ogni costo il lato negativo delle cose, quel che non va – dimenticando, però, che mentre mi muove questa accusa egli stesso utilizza l’arma della critica. Magari, chissà, oltre ad essere una questione di carattere dipenderà dalla mia formazione marxiana. Marx era un ipercritico. Molti suoi scritti contengono il termine Kritik nel titolo e nei vari capitoli – ce n’è uno, addirittura, che reca come sottotitolo Critica della critica critica!
Però avevo aperto con le prediche, e con la mia avversione (critica) ad esse… Eppure la predica, ad esempio quella cristiana, proprio nella sua derivazione dalla parresìa dei cinici greci, contiene in sé un forte elemento critico: fustigazione dei costumi, riconduzione a moralità e sobrietà, distinzione tra vero e falso, giusto e sbagliato, ecc.
Proprio qualche giorno fa, casualmente, ho trovato nel bel libro su Marx di Diego Fusaro che sto leggendo, un  riferimento alla figura del “parresiasta”. Scartabellando poi tra i miei appunti, scritti a mano su foglietti colorati e disseminati qua e là (resisto orgogliosamente all’integrale digitalizzazione), ho trovato un riferimento proprio al concetto di parresìa con un rinvio ad uno scritto di Foucault – di cui avevo letto tempo fa un estratto su Diogene (la rivista filosofica), e che mi aveva incuriosito, tanto più che aveva a che fare con Diogene (il filosofo di Sinope).
Poi è arrivata, con il suo picco europeo, la spinosissima faccenda degli scandali della chiesa cattolica a proposito della pedofilia che (peraltro da sempre) essa coltiva in seno, insieme a tante altre nefandezze morali (di uomini trattasi, per lo più maschi casti per voto, cioè solo in teoria – non di angeli, che notoriamente non hanno propensioni sessuali, poiché privi di sesso). A questo punto ho allineato le cose e le parole, e ho riflettuto sulle loro strane relazioni. Ma vediamo di fare ordine…

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Piccola razionalizzazione del suicidio al fine di…

mercoledì 28 ottobre 2009

Già: al fine di che? Per allontanarne lo spettro? Renderlo più comprensibile, o accettabile? Onde prosciugare l’acqua in cui nuota? Per normalizzarlo oppure per esorcizzarlo?

Edouard Manet suicidio

(Sono, quelli che seguono, “ragionamenti a voce alta”, riflessioni e note sparse senza alcun valore di sistematicità).

Al di là del continuo oscillare emotivo a causa dei boli di angoscia che ci soffocano da un lato o delle esplosioni di gioia e di vitalità che ci invadono dall’altro, con tutte le più o meno percettibili tonalità intermedie – un oscillare ontologico, costitutivo dell’umano, come ci testimoniano i più acuti osservatori, siano essi poeti (uno a caso, come Trakl, per il quale ogni giorno ha in serbo un bene e un male), scrittori (come Dostoevskij) o filosofi (come Spinoza) – al di là di tutto questo, si pone l’esigenza razionale di comprendere fenomeni così estremi quali il suicidio, volti a recidere tutti i fili del “destino” o a sottrarsi proprio a quell’intemperanza emotiva di base, che ad un certo punto diventa insostenibile.
Non intendo parlare qui del suicidio in termini psicologici, sociologici o antropologici, e tutto sommato nemmeno storico-filosofici; vorrei solo provare a schizzare qualche riflessione da cui partire per costruire le basi per una (eventuale ma non garantita) comprensione essenziale del fenomeno. Sgombro quindi il campo dalla pretesa di una comprensione integrale, totalizzante: rimane, io credo, un atto con una sua dose di insondabilità, e pertanto di irrazionalità, irriducibilità alla ragione, anche se i filosofi spesso si illudono che non ci siano lati oscuri che non siano prima o poi illuminabili. (Un’illusione che personalmente mi trova piuttosto partecipe anziché no).

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LE STELLE VISTE DA GATTACA

martedì 24 giugno 2008

(clicca sull’elica↑)

“Non solo credo che arriveremo a manipolare la natura,
ma credo anche che sia proprio questo
che Madre natura vuole da noi”.

Ci sono film che sono veri e propri saggi filosofici. Già ne avevo parlato a proposito di Rashomon; torno a parlarne dopo aver rivisto per l’ennesima volta Gattaca, uno dei più bei film di “fantascienza” mai girati. Metto le virgolette perché, con tutto il rispetto per il genere (che adoro), potrebbe risultare un’attribuzione riduttiva. Quel film non è solo la prefigurazione di uno scenario possibile – l’anticipazione di una distopia – ma un’ampia riflessione sul concetto di determinismo genetico. Così come Mondo nuovo di Huxley era stato, con sorprendente anticipo, il libro della Bioepoca imminente, Gattaca è il film della Bioepoca incombente e anzi in fase di attualizzazione. Al di là degli elementi “tecnici” e strutturali del film – perfetto per ambientazione, retroversione temporale (con quel sapore anni ’50 pur in un futuro non troppo lontano), cast stellare di attori (compreso Gore Vidal), musica, momenti poetici e metafisici che riescono a contenere anche quelle sbavature retoriche che pure ci sono – è proprio la sua profondità riflessiva, molto pacata ma al contempo devastante, ciò che mi ha sempre colpito. E che lo fa essere, appunto, un film filosofico.
Al centro della scena, l’opposizione irriducibile tra determinismo e possibilità: il curriculum iscritto nelle cellule o la libera costruzione di sé, la validità predeterminata del profilo genetico o l’invalidità del caso e delle circostanze.

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DAL VANGELO DEI CANI

martedì 25 dicembre 2007

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1. Guardatemi: casa non ho, né patria, né averi o schiavi: dormo su nuda terra, non ho sposa, né figli, né pretorio, ma unicamente terra e cielo ed un solo consunto mantello. Eppure: che mi manca? Non sono senza paure, senza dolori, non sono libero?

2. “Che è un amico?”, si chiese a Diogene. “Un’anima in due corpi”.

3. Un ragazzino che beveva nel cavo delle mani vide un giorno; allora gettò via la ciotola gridando: “Un bimbo m’ha vinto in sobrietà!”

4. V’è un gran numero di topi e di donnole nelle case colme di cibi; così, diceva Diogene, i corpi farciti di cibi attirano un gran numero di malattie.

5. “Fra gli uomini chi è ricco?”, gli fu chiesto. “Chi basta a se stesso”, rispose.

6. Scorgendo servi intenti a trasportare suppellettili lussuose, Diogene chiese chi ne fosse il proprietario. “Anassimene”, risposero. “Non si vergogna” replicò “di possedere tante cose e di non possedere se stesso?”.

7. In pieno giorno, la lanterna accesa in mano, si aggirava proclamando: “Cerco l’uomo”.

8. Dichiarava Diogene: “Morte non è male, come non è disonore. Reputazione è baccano di folli. Star nudi” aggiungeva “è meglio che vestire di porpora; dormire su nuda terra è il più soave dei giacigli”. E ne dava prova con la sua fermezza, imperturbabilità e libertà, e ancora, col suo corpo splendente di salute.

9. “Di dove sei?”. “Cittadino del mondo sono”.

10. Lo rimproverava qualcuno di frequentare luoghi indecenti, ma si ebbe questa replica: “Anche nelle cloache penetra il sole e resta puro”.

11. Portando bisaccia e rozzo mantello, Cratete trascorse la vita a ridere e a divertirsi, come se fosse sempre giorno di festa.

12. Diceva Bione: “Ogni cosa dell’uomo assomiglia ai suoi inizi e la sua vita non è più rispettabile né più seria del suo concepimento: nato da nulla, in nulla ritorna”.

13. “Nelle anime, non nelle case, amici, credo che gli uomini abbiano ricchezza e povertà. Io, quanto a me, mangio e bevo soddisfacendo a fame e a sete, mi vesto tanto da non soffrire il freddo di fuori. Quando sto dentro, le mura mi paiono calde tuniche, il tetto uno spesso mantello e sono tanto soddisfatto del mio giaciglio che è un’impresa svegliarmi. Se per caso il mio corpo desiderasse piacere, la prima che capita va bene. Se qualcuno mi spogliasse di quanto ora possiedo, non c’è lavoro che ritenga tanto meschino da non potermi procurare sufficiente cibo. Chi cerca frugalità più che abbondanza forse è molto più onesto, perché si accontenta di quel che ha, brama meno il bene altrui. E’ questa ricchezza, noto, che rende liberi. Mio più squisito possesso è trascorrere i giorni miei senza preoccupazioni, in compagnia di Socrate…”.

(Tratto dalla raccolta curata da Luciano Parinetto Il vangelo dei cani. Aforismi dei primi cinici, Stampa Alternativa, 1995. Le testimonianze 1-10 si riferiscono a Diogene di Sinope; la 13 ad Antistene).

APOLOGIA DEL SOCRATE PAZZO

lunedì 19 febbraio 2007

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PERCHE’ DIOGENE DI SINOPE?

Lui era il “Socrate pazzo”, una specie di hippy dell’antichità, anarchico, autarchico, libertario, fustigatore dei costumi senza per questo essere moralista. Era un senza patria. Un custode geloso della libertà di parola e di espressione, che riteneva anzi l’unico valore non falsificabile.

Diogene praticava una vera e propria filosofia del gesto e della provocazione: non aveva pudore, viveva all’aria aperta come i cani, diceva sempre quello che pensava e non accettava le gerarchie costituite. Nel contempo promuoveva uno stile di vita sobrio ed essenziale: un mantello, una bisaccia e un bastone, questi tutti i suoi averi – ed anzi quando vide un ragazzino bere a coppa dalle mani, gettò via anche la ciotola.

La sua – vista con gli occhi del presente – è una formidabile e feroce denuncia della società dei consumi! Diogene soleva dire: “Guardatemi: casa non ho, né patria, né averi o schiavi: dormo su nuda terra, non ho sposa né figli, né pretorio, ma unicamente terra e cielo ed un solo consunto mantello. Eppure: che mi manca? Non sono senza dolori, senza paure, non sono libero?” L’uomo più ricco, diceva, è chi basta a se stesso. Vera cittadinanza, aggiungeva, è lo stare nel mondo.

Era così libero e così convinto dell’autodeterminazione di ciascun essere umano che si diede la morte volontariamente trattenendo il respiro. Per lo meno così si narra:
“Se ne andò al cielo premendo il labbro contro i denti e mordendo il respiro. Egli fu veramente Diogene, un vero figlio di Zeus, cane del cielo”.

CHE COSA TROVERETE IN QUESTO BLOG (pressappoco)…

Riflessioni: i filosofi ci hanno tramandato categorie, linguaggi, una serie di testi e di teorie (più o meno interessanti), illusioni e realtà circa la comprensibilità del mondo e della cosiddetta natura umana, forse persino uno o più stili di vita – che ne vogliamo fare?

Rabbia: critica dei mala tempora che stanno ammorbando ogni cosa: l’interno e l’esterno, i nostri cervelli, i corpi, le relazioni, ed anche il corpo del pianeta;

Visioni: circa un altro mondo possibile (al di là di slogans facili), un mondo la cui superficie venga percorsa con piedi leggeri;

Materiali: scritti miei o di altri, esperimenti filosofici con umani di tutte le età (bambini compresi), e persino con animali e vegetali.

Segnalazioni e rinvii: ad altre teorie, rabbie, visioni e materiali.

CHE COSA (di sicuro) NON TROVERETE:

risposte esaustive, verità assolute, giudizi su tutto, asserzioni provenienti dalle sfere del “si dice” e del “si pensa”, sentenze sparate a caso, tanto per dire qualcosa (in tal caso meglio il silenzio e la pagina bianca…).