Posts Tagged ‘distopie’

Settima parola: bene

lunedì 27 aprile 2015

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(Vista la vignetta dei Peanuts qui sopra, mi toccherà forse parlar male del bene…)

Nel termine latino bonum (aggettivo bonus) ci sono tutte le caratteristiche con le quali viene comunemente utilizzato il concetto di bene: dal summum bonum, all’essere retti e onesti, alla felicità, utilità, prosperità, ecc.
Senonché dire:
il Bene
-fare il bene (o meglio, buone azioni)
-io sto bene
sono espressioni molto differenti, che si riferiscono ad accezioni parecchio diverse della medesima parola.
Che alludono ad una diversa caratterizzazione del bene a seconda che esso venga inteso in termini oggettivi (il bene come idea-valore in sé) o in termini soggettivi, e dunque relativi a situazioni sociali e storiche determinate, o più semplicemente concernenti le relazioni intersoggettive (utilità, felicità sociale e individuale, ecc.).

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The Giver: i doni avvelenati della perfezione

sabato 15 novembre 2014

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The Giver non è soltanto un piccolo romanzo distopico (uno dei tanti, per un genere che pare “tirare” parecchio, specie nelle trasposizioni cinematografiche), ma ha dei tratti propriamente disfilosofici (anfibolici, ovvero paradossali) parecchio interessanti. Mi spiego.
Premessa: nulla di originalissimo, ovviamente, anche perché il filone distopico ha ormai una lunga e robusta tradizione, però qui l’autrice (Lois Lowry, che lo aveva scritto ormai vent’anni fa) immagina e concepisce con semplicità – e forse con qualche elemento di novità – una alternativa secca tra perfezione e imperfezione (un po’ come avverrà nel film huxleyano Gattaca, tra validi e non validi). E lo fa con un linguaggio piano e a tratti fiabesco – tant’è che il libro viene originariamente incasellato nel genere “fantascienza per ragazzi”, confine che finisce per stargli stretto.
Il mondo sociale che si pensa di avere edificato ha tutte le caratteristiche della razionalità (più pratica che teorica), dell’uniformità, della precisione linguistica (evocata molto suggestivamente da un padre lontano delle distopie, qual è Swift), del controllo-prosciugamento delle passioni (antico sogno stoico), del controllo del pianeta, dell’eugenetica, e così via.
Non si nasce e non si muore a caso, e a maggior ragione si vive organici, coesi ed organizzati.
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Zombie filosofici

venerdì 16 Mag 2014

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Ho già avuto occasione di parlare su questo blog della rilevanza filosofica non solo del cinema d’autore, ma anche di una certa serialità televisiva (specie americana). Mi pare un fenomeno importante, tanto più che si rivolge ad un pubblico magari non vastissimo, ma certo nemmeno di nicchia come succede nel caso di alcuni cineasti.
D’altro canto, dopo la fantascienza e il prolifico immaginario novecentesco sulle distopie – prodotti inevitabili dell’impatto violento delle macchine e della tecnologia su abitudini millenarie e su una psiche spesso impreparata – non poteva non seguire in piena bioepoca un vasto capitolo narrativo sulla natura umana. A parte le innumerevoli serie mediche ed ospedaliere (che però credo abbiano ormai raggiunto la saturazione), è sempre nelle situazioni-limite ed estreme che gli autori e gli sceneggiatori trovano ampi spazi di indagine (così era stato in passato per Lost o Six feet under, più di recente in Dexter o Breaking Bad).
Vi è poi il capitolo immaginifico sempreverde di vampiri e zombie. Dopo i film di George Romero e gli splatteriani anni ottanta, credevo non ci fosse molto altro da dire sui non-morti, finché non ho cominciato a vedere The walking dead. Ovviamente lo scenario post-apocalittico (un po’ come succede ne La strada di McCarthy) favorisce la radicalità dell’analisi, cosicché tutti i sentimenti e gli istinti umani vengono fortemente sollecitati e potenziati dalle situazioni-limite e dallo stress permanente per la sopravvivenza: oltre alla potenza sul piano narrativo ed immaginifico, il risultato è che assistiamo alla messa in scena di veri e propri trattati filosofici sulla natura umana. Vi sarebbe poi molto da dire su virus, contagio, peste e paura (Givone ne aveva parlato nel suo ultimo saggio Metafisica della peste).
Ad ogni modo filosofi come Hobbes, Spinoza o Rousseau, oggi come oggi avrebbero probabilmente deposto penna e calamaio e preso in mano una videocamera. Tra l’altro, avrebbero guadagnato molti più denari.