Posts Tagged ‘divenire’

Aforisma 107

martedì 2 gennaio 2018

Non ci consumeremmo nel divenire dell’iperconsumo se pensassimo che ogni cosa è eterna.

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Sboccio, apoptosi

venerdì 4 novembre 2016

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Lo sboccio, l’apoptosi.
Che dal nulla sporga qualcosa, che qualcosa ritorni nel nulla – fatta salva la severissima legge eleatica.
Sono i momenti più suggestivi dell’anno – il risorgimento, la decadenza che si succedono in natura. L’incedere e il retrocedere delle forme – con tutta la loro apparente incertezza.
Trovo che ciò sia esteticamente, eticamente ed anche ontologicamente più suggestivo di tutta la manfrina sulla stabilità delle cose, che pure piace tanto al pensiero (ma direi soprattutto all’istinto di sopravvivenza).
Motivo per cui spalanco la bocca di fronte alle foglie avvizzite, che esplodono di colore in un ultimo tentativo di resistenza, comunque destinate a cadere e a disfarsi – così come farò con occhi rinati alla luce e allo spuntare dei primi sbocci primaverili.
La morte, e la vita. Il mistero della rotazione.
Semplicemente.

Capo d’anno

venerdì 3 gennaio 2014

Mi son ritrovato, l’ultimo giorno dell’anno, a rievocare con amici carissimi cose di molti anni fa. Di così tanti anni fa che, pur essendo questi amici genitori di figli già adolescenti, loro stessi erano bambini quando quelle cose succedevano. Così, mentre le raccontavo, mi è scappato di dire il luogo comune che tutti dicono (che proprio per questo si chiama luogo comune) tipico della temporalità e della sua inafferrabilità: «sembra ieri!».
Ieri quelle cose sono accadute.
Oggi io le sto raccontando.
E domani sarò già morto.
Logica consecutio cui c’è poco da replicare.

***

Il giorno dopo – per convenzione il primo giorno dell’anno, quando fortunatamente non ero ancora morto – mi sono ritrovato ad esporre succintamente le teorie del tempo, del divenire e della morte (o, per essere precisi, della loro autodissoluzione in quanto follie derivanti da una visione nichilistica e contraddittoria della realtà) di Emanuele Severino, così come io le ho comprese e così come sono in grado di comunicarle ad altri – ammesso gorgianamente che a) qualcosa sia, b) sia conoscibile e c) sia comunicabile senza che l’altro non ti prenda per pazzo – e mentre parlavo, l’amica madre dei figli già adolescenti e però bambina quando succedevano le cose che mi hanno fatto dire «sembra ieri!», mi guardava con tanto d’occhi…

Psicosofie estive – 1. Il divenire della plenitudine

lunedì 1 luglio 2013

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(d’estate la filosofia si immalinconisce, forse perché non sufficientemente temprata dai ghiacci della sistematica razionalità nordico-teutonica…)

Il 21 giugno mi trovavo a passeggiare e, avendo notato quanto la vegetazione si fosse infoltita e arricchita di forme e colori nel giro di poche settimane, ho provato a figurarmi una sorta di plenitudine della verditudine, un picco, un vertice, qualcosa che contenesse in sé il compimento, la perfezione, il momento apicale di tutto quel che avevo dinanzi agli occhi, subito dopo il quale comincia inesorabile il declino, lo sbiadire di quel verde brillante, il suo lento sbocconcellarsi ed infine l’apoptosi (similmente all’allungarsi delle giornate dovuto al raggiungimento del punto di declinazione massima del moto apparente del sole lungo l’eclittica, fenomeno noto come solstizio d’estate).
Immagino che le mie sensazioni fossero del tutto illusorie sul piano scientifico (forse un po’ meno dal punto di vista estetico), ma questi pensieri hanno richiamato alla memoria due episodi teoretici – se così si può dire – circa la modalità della percezione delle forme e del divenire.
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Il riso inestinguibile degli dèi

sabato 14 gennaio 2012

[Sommario: Il cominciamento – Certezza e verità – La questione gnoseologica – Adaequatio rei et intellectus – Lo scacco empirista – La soluzione kantiana – La circolarità hegeliana – Sostanza che si fa soggetto – La fatica del concetto – La dissoluzione del fondamento – Petitio principii in Schopenhauer]

E’ proprio del discorso filosofico interrogarsi sul problema del cominciamento. Anzi, di più: è la ragione essenziale dell’esserci della filosofia. Senza la domanda sul cominciamento non c’è domanda filosofica. Non è un caso che fu la domanda essenziale che si posero i primi filosofi, alla spasmodica ricerca dell’arché. Senonché la natura di quel concetto, e il problema che esso pone, ci interroga sul senso stesso del domandare –  a prescindere dal domandato. Cominciare un discorso filosofico significa, formalmente, dar conto di quel che si dice, non presupporre nulla che non sia chiarito. Tuttavia il cominciamento di cui qui si parla non è solo un problema di forma, bensì di sostanza: non è solo la giustificazione soggettiva, ma anche quella oggettiva del cominciare. E il problema sta proprio in questa apparente divaricazione originaria tra forma e contenuto – quella che Hegel definisce opposizione di certezza e verità. Di che cosa si accerta il filosofo, se non della verità che evidentemente è già data per intero? Il cominciamento è dunque l’approccio soggettivo a quell’intero, la modalità particolare di accesso (o di non accesso) all’universale – che è come dire che una parte si annette l’intero.
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La schizofrenia ontologica – Oltrepassare Severino 2

mercoledì 21 settembre 2011

Leggendo il libro di ricordi di Emanuele Severino – che com’è giusto che sia mescola esistenza e filosofia, affetti e ragionamenti, biografia e ontologia – si ha tuttavia l’impressione di una schizofrenia di fondo. Uso il termine nel suo significato originario (“divisione della mente”), senza dunque alcuna connotazione psichiatrica, per sottolineare una vera e propria Trennung filosofica, una scissione che non è soltanto quella convenzionale tra l’io e il mondo, l’individuo e la società, la finitezza della mia mente e l’intero universo nel quale quella mente si sente sperduta, ma che attiene al discorso filosofico essenziale di Severino. Lo esemplifico con due metafore da lui utilizzate nel testo:
la prima allude all’altalenante condizione del sogno e della veglia nella quale ci troviamo immersi, un tema che da Eraclito a Calderon de la Barca ha una lunga tradizione, ma che in Severino pare caricarsi di una inaudita radicalità: il sogno (“la terra isolata dal destino”) essendo la nostra condizione fondamentale, da cui emerge la via della veglia (e dunque della verità), che solo in quanto porta alla luce il sapere che l’apparire di quell’apparire non è un sogno, può indicare il “destino”, cioè lo stare assolutamente incondizionato;
la seconda metafora, di ascendenza evangelica, è quella del campo dove crescono il loglio e il grano: lo spazio dell’uno o dell’altro delimita rispettivamente quel che è proprio dell'”esser uomo” (quell’uomo errante che è Emanuele Severino), e quel che invece è “testimonianza del destino”, un Io-destino infinitamente altro dall’io-Severino. Il merito che Severino pare attribuirsi è quello che nel “suo” campo (ma è “suo”? e che cos’è il campo? – è lui stesso a chiederselo) è via via andato crescendo il grano, confinando il loglio in spazi sempre più ristretti.

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Rèi (metafore fluviali)

venerdì 4 febbraio 2011

Comme je descendais des Fleuves impassibles
Je ne me sentis plus guidé par les haleurs…
(A. Rimbaud)

La dialettica concepisce ogni forma divenuta
nel fluire del movimento…
(K. Marx)

1. I fiumi sono degli individui naturali straordinari. Ogni volta che ne vedo uno non so resistere, devo raggiungerlo, affacciarmi sulle sue rive, percorrerlo con lo sguardo in entrambe le direzioni, immergermi (non fisicamente, anche se vorrei) nelle sue acque, entrare nel suo misterioso flusso. Mi accontento anche di indugiare, svagato e sognante, fissando a lungo quel perenne scorrere delle acque, esperienza quantomai ipnotica. Perenne scorrere: quasi un ossimoro…

2. Fondamentali per l’insediamento antropologico e la nascita e lo sviluppo delle culture umane; vezzeggiati, curati, domati, deviati, sfruttati, canalizzati – un tempo con rispetto e devozione; onnipresenti nelle rappresentazioni estetiche e letterarie, spesso divinizzati e resi sacri; ma più di recente, con il dominio e la distruzione sistematica della physis per scopi ben poco (o fin troppo) “civili”, maltrattati, inquinati e avvelenati.
(Il mio primo incontro con un fiume, a 5 o 6 anni, avvenne nella “progressiva” Lombardia del boom economico, e reca con sé il ricordo di una maleodorante fogna a cielo aperto, ricoperta di uno strato oleoso di schiume di varia coloritura e consistenza).
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DOSE QUOTIDIANA MODICA

giovedì 20 novembre 2008

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Checché ne dicano ontologi, parmenidei, eleati e severiniani; mistici, trascendenti e trascendentali; persone pie, devote ed escatologiche – io sento e so di essere esposto alla rovina del divenire; sento e so di essere temporalmente determinato, finito; sento e so di essere transeunte, caduco; sento e so di essere di passaggio su questa terra.
Tra un minuto potrei essere morto, potrei non essere più quell’ente che sono, e allora quell’insieme che mi delimita e che convenzionalmente chiamiamo “io” si dissolverebbe in un attimo. Oppure un morbo maligno potrebbe insinuarsi nelle mie cellule, e cominciare a fare il vuoto dentro di me, e lentamente distruggermi. Piano piano, in silenzio, fino a farmi precipitare nel nulla.
(Ad alcuni miei cari amici e amiche è successo o sta succedendo).
Ecco perché, conscio di questa mia condizione, ogni giorno mi sparo in vena la mia dose quotidiana di bellezza.
Innanzitutto passeggiando. Una camminata, anche breve, non deve mancare mai; la vista degli alberi, delle loro forme e colori cangianti; pochi attimi di sole, quando c’è, un sole generoso che dispensa i suoi raggi obliqui anche dalle curvature invernali, sempre più corte; talvolta la fortuna di un tramonto, spezzato dalla linea frastagliata dell’orizzonte e intarsiato dall’intrico dei rami; uno sguardo, una stretta di mano, un bacio, un abbraccio, un soffio sul collo; la musica di Allevi o di Einaudi o di chiunque altro calcata bene dentro le orecchie; un pensiero, a volte sfarzoso a volte striminzito… è sufficiente una dose modica di una qualunque di queste cose. Ma ogni giorno ci deve essere, non deve mancare mai. Prima che si compia, breve o lungo che sia, perché potrebbe non tornare.
Il poeta austriaco Georg Trakl diceva in una sua poesia che amo spesso citare “è preparato un bene e un male“. Ogni giorno è così. Non posso granché prevenire il male, posso solo sperare di non incapparvi o sforzarmi di non commetterlo. Ma certo è nel mio potere inocularmi un frammento di bene, farlo diventare bellezza e provare a renderne qualcun altro partecipe. Prima che tutto precipiti nel nulla.

foto da Album di jalalspages