Posts Tagged ‘donatella bonioli’

La fine

venerdì 24 dicembre 2010

“E lascio la mia vita a te
Tu mi conosci non puoi dubitare
Fra mille affanni non sono andata via
Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano (…)
Mi manca la presenza della sua figura”
(G. Russo)

“Il modo più importante di ricordare qualcuno
è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso”

(M. Rowlands)

Non c’è nessun Dio padre a consolarci. Né un suo presunto figlio. E nemmeno un qualche spirito che aleggi non si sa bene dove. Non c’è nessuna vita dopo la morte. La trascendenza è pura immaginazione. Tutto quello che esiste è qui: la vita, la morte e le figure cangianti dell’essere. So per certo che è così.
I versi e la voce della poesia immaginano altro, immaginano l’impossibilità. Ed è bene che sia così.
Ce lo ricordano la sublime – morta e mai mortaGiuni Russo e il poeta mistico spagnolo Giovanni della Croce. Le figure scomparse e transeunti tornano alla figura che le ha generate – poco importa il nome che le danno gli umani.
Quelle essenze che fluiscono nel nostro ricordo – così come tutte le altre essenze del vivente che fluiscono nell’unica essenza della vita.

In memoria di quella che per me è stata una tra le figure-essenze più care – morta eppure mai morta alla vigilia di natale di due anni fa – pubblico qui sotto, in forma di racconto, la cronaca del nostro ultimo incontro. La fine – l’esito senza ritorno entro cui la mia amica temeva che la sua figura si smarrisse, che non fosse più riconoscibile, deturpata dalla malattia e dall’angoscia. I suoi occhi scintillavano ancora, dietro il velo della morte, nel pormi quella domanda inespressa.
Ma la sua figura è eterna, come tutte le cose.

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L’eterno

giovedì 24 dicembre 2009

***

Fitte e nere
spire di dolore
allentate dal suo
presenziare assente
le mie giornate
in filigrana

(a D.B.,
un anno dopo)

***

Il filosofo francese Gilles Deleuze, in una delle sue lezioni su Spinoza, sottolinea con forza come ci sia una differenza enorme tra immortalità ed eternità. Ciò discende dalla sua interpretazione del concetto spinoziano di individualità, da intendersi in ultima analisi, al di là dell’evidenza di essere costituiti di parti estrinseche, come essenza singolare. Bisogna cioè andare oltre la scorza degli individui, inevitabilmente assoggettati alla legge della composizione e della scomposizione dei corpi, e contemplarne piuttosto la configurazione e la struttura, quell’elemento irripetibile, immodificabile ed eterno del loro intimo essere quel che sono.
Noi guardiamo in genere alla mortalità dei corpi, e il nostro maggior desiderio è forzarne i confini temporali ed allungarne indefinitamente la durata. Questa è l’epoca in cui si torna ad evocare l’antico ed imperituro sogno dell’immortalità, un sogno riacceso da magnifiche e concrete prospettive biotecnologiche: allungamento della vita, sconfitta dell’invecchiamento, duplicazione e digitalizzazione della memoria, riproduzione artificiale dell’intelligenza…
Ma per quanto ci sforziamo e tendiamo a quel sogno, in realtà la morte non può essere vinta, poiché il fronte sul quale sorge (e vuole essere sconfitta) è l’elemento caduco dell’individualità, il suo essere esteriormente un corpo costituito da altri corpi – e dunque il suo far parte della dinamica materiale della composizione e della scomposizione.

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LA MIA ISTITUTRICE

giovedì 8 gennaio 2009

donatella

Come sa chi legge questo blog, non sono solito abusarne per raccontare cose private; ma nello stesso tempo, in più occasioni, non mi sono sottratto dal farlo quando ho pensato che potesse essere di una qualche utilità “pubblica”. La biografia (intellettuale e non solo) di un individuo è fatta di mille elementi, di molti materiali, di infiniti incontri, di misteriosi intrecci – spesso imprevisti e imprevedibili. Migma, mescolanza caotica, direbbe il filosofo greco Anassagora.
E’ il cosiddetto “destino”, che non è certo scritto a priori, ma che si costituisce filandone giorno per giorno la trama – un intreccio che, appunto, non dipende solo dai soggetti interessati ma da molte altre variabili e circostanze. Un filo che ad un certo punto viene violentemente interrotto da Lachesi, con un taglio netto. E che lascia chi sopravvive interdetto, paralizzato, spaesato. Perché è come se ti venisse strappato qualcosa dalle carni. E allora niente è più come prima.
Ma le Moire se ne fregano, e continuano a tessere e a spezzare i destini come hanno sempre fatto, in maniera impersonale, dura, inflessibile. Senza requie e senza scampo. Dunque inutile illudersi: la mannaia del nulla equivale in questo caso a quella dell’essere – si nasce, si muore. Apparire e scomparire sono due facce della medesima atroce necessità, quella che ci inchioda alla moira – la “parte” che per caso abbiamo avuto in questa strana recita che è l’esistenza.
Poi il balsamo del tempo, come sempre, rimargina le ferite, lenisce il dolore, e insieme alle cicatrici e ai segni visibili della sottrazione lascia anche in bocca – e da qualche altra parte, nelle retrovie della mente – un certo strano sapore, una commistione di ricordi, nostalgia, melancolia.
Due settimane fa, alla vigilia di Natale, moriva una amica per me fondamentale: si trattava di quel meraviglioso miscuglio migmatico che portava il nome di Donatella Bonioli. Come è stato detto, e come penso, si è trattato di una individua straordinaria: una stoica, epicurea, illuminista, ironica, tragica e vitalissima donna. Un capolavoro filosofico della individualità – indipendentemente dal fatto che lei ne fosse o meno consapevole.
Gli amici e le amiche importanti stanno in genere nelle dita di una sola mano, e non sempre serve usarle tutte. Lei era, per me, una delle rare dita di quest’unica mano.
Oggi a Lecco, dove viveva, è stata organizzata una commemorazione pubblica: una teoria di ricordi, letture, testimonianze, musiche, immagini, emozioni. Aspetti e sfaccettature del migma noti e meno noti. Anche in questo caso è sorprendente scoprire come la ricchezza di una persona venga colta in maniera più profonda e completa (per quanto mai esaustiva) grazie ad occhi, mani e anime diverse. Altre trame, altri lati, altre vie. Ho pensato di riportare qui sotto il testo che anch’io ho letto per ricordarla – solo un minuscolo frammento dell’intreccio che ci ha avvinto in quasi trent’anni di amicizia. E qui sopra una sua fotografia di un momento felice dell’ultimo periodo, che ho avuto la fortuna di condividere. Spero, poi, che vorrà perdonarmi quella patina di retorica (che tanto detestava), ma che è anch’essa “parte” della vita – giri di parole per dire solo: “ti ho voluto bene, mi mancherai”.

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