Posts Tagged ‘economia’

Brexit (di piacere)

venerdì 24 giugno 2016

brexit

Ad esser sincero, quando stamane ho appreso i risultati del referendum sulla Brexit, ho sentito un brivido di compiacimento. Non so da cosa sia derivato: forse dalla mia antica propensione al conflitto e allo scompaginamento di giochi e strutture consolidate – non certo da ponderato ragionamento. Più pancia (o cuore) che cervello, insomma. Fatto sta che ho detto: te va! gli inglesi (ma non gli scozzesi e non gli irlandesi) hanno dato un bello scossone a questa Europa così poco amata, vituperata, burocratizzata. Parrebbe più i vecchi che i giovani, più le campagne che le città.
Non ho competenze (o sfere di cristallo) per dire cosa succederà, se sia bene, male o indifferente. Ma non ce l’hanno nemmeno i più insigni economisti ed opinionisti (spesso pagati profumatamente per dire banalità). D’altro canto la Gran Bretagna ha sempre avuto un piede fuori e uno dentro l’Unione europea, e si teneva stretta la sua sterlina, quindi non è che sia poi tutta questa rivoluzione (e comunque le rivoluzioni le fanno i popoli, mica i mercati).
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Quinto lunedì: la fiducia, cura delle passioni tristi

martedì 25 febbraio 2014

Trust

[Utilizzerò come traccia il saggio di Michela Marzano Avere fiducia, che ha un taglio divulgativo, anche se talvolta disomogeneo e dispersivo – un testo che comunque offre molti spunti di riflessione interessanti, che credo saranno utili alla nostra discussione].

Farò due esempi per cominciare, uno personale l’altro tratto dalla Marzano:
-l’esercizio della caduta
-il dilemma del prigioniero
Il primo esempio ci offre un taglio emotivo ed istintivo della fiducia, mentre il secondo ce ne offre un profilo squisitamente razionale.
Anni fa, ad un laboratorio teatrale cui partecipavo, i conduttori ci fecero fare un esercizio in cui ciascuno avrebbe dovuto lasciarsi cadere all’indietro, di schiena, confidando nel fatto che qualcun altro del gruppo lo avrebbe preso. Non tutti riuscirono ad eseguire l’esercizio: tanto il gettarsi, quanto il bloccarsi avevano probabilmente a che fare con dei gesti istintivi, di cieca fiducia (per quanto simulata) nel primo caso, di paura nell’altro.
Michela Marzano ci parla ad un certo punto del “dilemma del prigioniero”, un celebre problema matematico-probabilistico della teoria dei giochi: due criminali vengono arrestati, separati e fatta loro una proposta di confessione così concepita: se uno confessa e l’altro no, il primo viene liberato e l’altro condannato a dieci anni; se entrambi confessano verranno condannati tutti e due a 5 anni; se nessuno dei due confessa, dovranno scontare 1 anno di prigione. In questo caso (tralasciando la casistica e la discussione sulla probabilità delle scelte, che oscilla dall’egoismo della prima opzione al solidarismo della terza), ciò che emerge è piuttosto l’aspetto razionale e di calcolo della fiducia (per chi volesse approfondire il dilemma, è consultabile la voce su wikipedia, anche se con una formulazione diversa, mentre la Marzano ne parla alle pagine 39-40).
Entrambi gli esempi si reggono sulla fiducia, che pare però oscillare tra l’istinto e la decisione razionale, non essendo riducibile a nessuna delle due dimensioni.

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Feroce equità

lunedì 27 febbraio 2012

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questo governo cosiddetto “tecnico” è in realtà un feroce governo di destra (molto più di destra della macchietta berlusconiana): è un governo che fa dell’ideologia liberista la sua bandiera, in rappresentanza di un vero e proprio comitato d’affari della borghesia interna ed internazionale. Il fatto che le borghesie, gli interessi economici costituiti (o costituendi), le vecchie e nuove agenzie globali e transnazionali siano (o appaiano) in conflitto tra loro, non deve ingannare: il nocciolo duro del programma economico è di sottomettere il lavoro al capitale, possibilmente in maniera definitiva, sotto la pietra tombale del profitto. È il linguaggio che accomuna i vari Rajoy, Merkel, Sarkozy, Monti, insieme alla cricca di banchieri, monetaristi e speculatori globali.
Secondo la logica di questa cupola, non solo non devono esistere diritti indisponibili, ma i diritti dei lavoratori sono soltanto variabili del tutto dipendenti dal sistema finanziario, bancario e produttivo. E non inganni nemmeno l’apparente divario interno a tale sistema (tra finanza e produzione, tra speculazione ed economia reale): esso piuttosto si tiene e fa lega laddove l’obiettivo comune è quello di sottomettere il lavoro.
Il profitto è il dio indiscutibile, la fede indiscussa cui ogni entità politica (stati, società, classi, partiti, sindacati) deve piegarsi. È questa una forma di monoteismo (e di credenza al limite della superstizione) ben più potente e diffusa delle tradizionali forme religiose.
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Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità

lunedì 23 gennaio 2012

Bombardato dalle quantità tabellari e dal serioso chiacchiericcio economico che imperversa per ogni dove da qualche tempo, ho provato a domandarmi se tutto ciò non corrisponda forse ad una qualche fondamentale tendenza della natura umana. Se cioè la dittatura del quantitativo e i relativi miti che lo accompagnano, non siano da ricondurre ad una qualche inveterata ed insopprimibile passione, e se dunque la loro maschera iperrazionale (fatta appunto di numeri, tabelle e ragione calcolante e strumentale) non sia in realtà il camuffamento di una qualche banalissima pulsione biologica e paraanimale. Insomma, scimmioni implumi (e non sempre) incravattati e impomatati, che compilano i loro grafici e giocano con i loro rating. Ho allora deciso di rivolgere la domanda direttamente ad uno dei miei analisti preferiti delle passioni, che con poche parole e con geometrica precisione ha provato a disegnarle in alcune celebri pagine del suo testo più importante – sto naturalmente parlando del maestro Baruch Spinoza e della sua Etica.

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Settemiliardi

lunedì 31 ottobre 2011

Oggi, secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite, dovrebbe nascere l’umano numero 7 miliardi.
Il settemiliardesimo. Il numero 7000000000. In qualsiasi modo si dica o si scriva suona strano.
La demografia è sempre stata un’espressione di potenza nella storia umana. O anche di dannazione. Bocche da sfamare, braccia per l’agricoltura, carne da cannone. Bambini dickensiani reclusi nelle fabbriche (non solo ottocentesche).
I sudditi degli imperi, i cittadini dei moderni stati, i fedeli adepti delle chiese, mobilitazioni totali – numeri, masse, popoli, fiumane di gente: ciò che indica, di nuovo, potenza. Il Reich hitleriano portò tutto ciò al parossisimo: Lebensraum indica una precisa transizione della terminologia riguardante la dinamica demografica dal campo biologico a quello geopolitico. Insomma, darwinismo sociale nudo e crudo.
Il capitale ha un rapporto molto stretto con la demografia: corpi e menti da spremere fino all’ultimo joule o neurone, immensi e nuovi mercati da colonizzare – produzione e riproduzione a ciclo continuo. Produci, consuma, crepa. Ma prima devi nascere.
Naturalmente i cicli della demografia sono sempre i cicli dell’economia: migrazioni, urbanizzazione, spopolamento, ripopolamento, denatalità, nuove migrazioni, sovrappopolazione, fame (che è quasi sempre un infame affamamento), povertà (che è sempre un impoverimento).
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Ridda

lunedì 5 settembre 2011

Pare finita l’epoca in cui nell’estate italiana furoreggiavano gialli intriganti, torbidi omicidi di contesse o avventurose fughe in catamarano. Ora tutti sembrano occuparsi di cose serie, in primo luogo di economia e di mercati valutari.
Sto seguendo questo mutamento un po’ distrattamente dalla lontananza vacanziera, filtrata dalla lieve foschia dello scirocco che sta morbidamente avvolgendo la mia isola (e il mio isolamento) in questo inizio di settembre. Così come seguo con un certo torpore tutta la ridda di provvedimenti governativi di politica economica delle ultime settimane. E devo dire che se il termine “ridda” si addice bene, quello di “politica economica” molto meno.
Ancor più distrattamente seguo la versione internazionale di tutto questo affannarsi: altra ridda di cifre, listini, grafici e panico in borsa, ondivaghe fluttuazioni, con tanti bei nomi e sigle a nascondere il vero ed essenziale nodo della speculazione (l’eterna astrazione del denaro e del capitale di cui avevo parlato qui).
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Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

giovedì 17 marzo 2011

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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CRASH ECONOMICO-FILOSOFICO

venerdì 10 ottobre 2008

Naturalmente il capitalismo non crollerà nemmeno questa volta. Ci vorranno decenni, forse secoli (personalmente spero meno) perché ciò accada, ma mi metto il cuore in pace: di sicuro non succederà nell’arco della mia vita. Così come è difficile prevedere se si tratterà di una lenta agonica decomposizione o di un crollo repentino. Ma è certo che prima o poi capiterà, dato che solo Dio (che, per chi ci crede e come ci ricorda il papa, è ben più stabile del denaro) o in alternativa cose come l’Essere o la Sostanza possono rivendicare per sé gli attributi dell’eternità o della perennità.
Lasciamo quindi perdere ogni sciocchezza profetica o vaticinante, e stiamo al presente (anche se, come mostrerò, sta proprio nel tempo uno dei nodi della “crisi”).

(A parte che bisognerebbe anche chiarire e determinare meglio: “crisi” per chi, visto che un pezzo di pianeta – sempre più a macchie – sta al di sotto o al di là di categorie quali “progresso”, “sviluppo” e, conseguentemente, “crisi”?).

Ma basta divagare. Ritengo marxianamente che questa sia una crisi squisitamente economico-filosofica (giusto per citare dei celebri Manoscritti di oltre 150 anni fa). Anzi, più filosofica, per non dire “metafisica”, che economica. Mi vengono a tal proposito in mente almeno tre concetti-chiave (ma sicuramente se ne potranno aggiungere altri). Li accenno brevemente:

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