Posts Tagged ‘enzensberger’

Antropocene 7 – Elogio della discrezione

mercoledì 24 aprile 2019

Il percorso di quest’anno – dedicato all’Antropocene, cioè all’epoca in cui sul pianeta parrebbe essere dominante e determinante per i suoi equilibri la specie umana – è stato inevitabilmente attraversato dai consueti chiaroscuri: se il successo evolutivo di homo sapiens, con la progressiva espansione della sua parte mentale e “metafisica” (quel che abbiamo denominato come sfera della coscienza) ha del prodigioso, d’altro canto proprio questo sviluppo ha comportato ricadute letali per l’ecosistema e le altre specie (e, in prospettiva, per la sopravvivenza della stessa specie umana).
Quel che faremo stasera è provare a identificare nel concetto di discrezione – in senso lato, e sulla scorta del libro L’arte di scomparire del filosofo francese Pierre Zaoui – un possibile antidoto (un contravveleno, come dice Zaoui) alla forma più letale dell’antropocentrismo fin qui manifestatasi nella storia umana, una forma che ha avuto origine in Occidente ma che interessa ormai l’intero ecumene, che ha anzi come esito finale quello dell’istituzione dell’ecumene (la casa umana) come casa globale tendenzialmente coincidente con la biosfera: l’occupazione sistematica del pianeta da parte della specie umana pretenderebbe quindi di far diventare la casa di tutti una casa esclusivamente propria.
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Seconda passeggiata filosofica

giovedì 26 ottobre 2017

Parliamo oggi di silenzio – e, per brevi accenni, di lentezza e di buio.
Le nostre società sono sature, ingombre, rumorose. Lo stile di vita moderno non può fare a meno del rumore: le macchine, i luoghi del lavoro e del consumo, il modo di muoversi – tutto prevede l’emissione di rumori, sottofondi musicali, tappeti sonori, chiacchiericcio continuo. Ma il rumore non è solo questo. Il rumore è anche l’iperstimolazione sensoriale cui siamo sottoposti.
Non c’è un solo attimo della giornata nel quale non veniamo sollecitati da qualcosa. Immagini, informazioni, opinioni, video, chat, mail, squilli, chiamate… ogni cosa richiede la nostra attenzione, il nostro consenso o (più raramente) dissenso. Viviamo perennemente immersi in quella che Platone chiamava pheme, il rumore del mito. La rete è il nuovo mito.
Siamo sempre connessi. All’affanno di un tempo – il logorìo della vita moderna – si è ora aggiunto quello dei social network, creando tra l’altro l’illusione di una grande libertà e di un illimitato movimento.
Le giornate devono essere sempre occupate, piene, dense di cose da fare. E in questa pienezza non c’è spazio per il silenzio. È diventato una merce rara. Praticamente un lusso.
Era stato Hans Magnus Enzensberger già vent’anni fa, nel saggio intitolato Zig Zag: saggi sul tempo, il potere, lo stile, a rilevare un paradosso riguardante il lusso. Quasi un rovesciamento.
Oggi il lusso non risiede più nel possedere oggetti costosi, nel consumo, nel riempimento del vuoto esistenziale, sta semmai nel poter allontanarsi dalla saturazione, dal rumore: il tempo, lo spazio, la tranquillità, l’ambiente pulito, questi sono oggi i veri articoli del lusso. Solo chi ha accesso a questi nuovi beni è davvero ricco.

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Le menti-bombe dei perdenti radicali

venerdì 23 dicembre 2016

fanatismo

Ho sempre pensato che la “guerra globale” in corso vada innanzitutto compresa (anche perché noi comuni mortali ne siamo superagiti, come fossimo pedine eterodirette su una grande scacchiera).
E va compresa in primo luogo una delle figure eminenti che la rappresenta, ovvero il suo soldato tipico, quello del jihadista-terrorista-fanatizzato-radicalizzato-fondamentalista (vi è già qui un grosso problema di nominazione e definizione).
Ho sempre trovato calzante la denominazione, risalente ad ormai quasi vent’anni fa, suggerita da Enzensberger, che definiva tali combattenti una delle possibili incarnazioni epocali della figura del nichilista e/o perdente radicale – l’escluso dall’umanità (o che tale si percepisce), che per un’estrema forma di revanche e di rivalsa diventa un corpo-bomba (o, prima ancora, una mente-bomba) pronto ad esplodere in qualsiasi luogo e situazione.
Naturalmente occorre non generalizzare (la guerra è pericolosa proprio perché induce semplificazioni – anzi la guerra è per sua natura essenzialmente una forma di semplificazione, secondo lo schema esclusivo e distruttivo amico/nemico).
Tuttavia ho trovato calzante quella figura di perdente disperato e nichilista in alcune delle biografie dei “radicalizzati” (ora va di moda chiamarli così) che stanno operando stragi, apparentemente a caso, in giro per l’Europa, o in altre aree del pianeta, soprattutto di religione islamica (in corrispondenza, tra l’altro, della guerra civile sunnita-sciita in corso).
Quella del presunto attentatore di Berlino, il tunisino Anis Amri, parrebbe corrispondervi alla perfezione:

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“Sfigati”, nichilisti e perdenti radicali

mercoledì 18 novembre 2015
Fabio Marigo, Sbocco nichilista

Fabio Marigo, Sbocco nichilista

In mezzo alla massa di commenti, interviste, opinioni, rassegna stampa e quant’altro ogni mattina mi piove addosso dalla radio, mentre compio i riti e i gesti automatici con i quali apro la mia giornata – mi capita quasi sempre di recepire qualche pensiero un po’ più aguzzo di altri, votato a stimolare ulteriori ragionamenti e ad allargare gli scenari, anziché restringerli al trito e ritrito o al chiacchiericcio e alla retorica tipica dei politici. Questa mattina, ad esempio, credo un giornalista della Stampa avvertiva sul rischio molto pericoloso che si corre di una sorta di estetizzazione del terrorista, di offrirne una sua visione eroica, anche se in negativo, quasi fosse un “principe del male” – immagine che sarebbe per lo più distorta, poiché si tratterebbe in gran parte di “disadattati”. Non è un elemento da sottovalutare, specie pensando che tali “icone” possono diventare a loro volta (anzi, lo sono già) dei punti di riferimento per determinati soggetti di fasce disagiate della società: e qui il suddetto giornalista se ne esce col termine “sfigati” (orripilante ma ormai di largo uso popolare) – quelli che un tempo si definivano un po’ genericamente “sottoproletari”.
Mentre ascoltavo queste osservazioni, mi rampollavano due pensieri: il primo, piuttosto ovvio, ma rimosso dal ragionamento dell’intervistato, che ci si dovrebbe semmai chiedere (evitando quel finto stupore del post-festum) perché una società cosiddetta avanzata continui pervicacemente e sistematicamente a produrre quelle categorie sociali così turpi (sfigate, disadattate, incolte, “feccia”, marginali e quant’altro).
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Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

martedì 22 aprile 2014

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso – Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

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Irrappresentabilità

lunedì 13 Mag 2013

«L’autocoscienza – scrive Hegel nella Fenomenologia dello spiritoè in e per sé in quanto e perché essa è in e per sé per un’altra; ossia è soltanto come un qualcosa di riconosciuto». Seguiranno a queste parole le celebri pagine sulla dialettica servo/signore, che sono una vera e propria fenomenologia del lavoro e del conflitto sociale, dove però al centro di tutta l’intenzione hegeliana rimane la categoria del reciproco riconoscimento: esser-per-sé (e non essere indifferentemente ed immediatamente un «esser calato [dell’autocoscienza] nell’espansione della vita», è il contemporaneo operare dell’io e dell’altro, che in quanto tali si riconoscono pur attraverso la lotta per la vita e per la morte.
Al di là dell’attuale ed epocale crisi della rappresentanza politica (che è crisi del senso stesso della politica che non sa decidere/risolvere/sciogliere alcunché, che pare dunque girare a vuoto), c’è una non-rappresentazione che rasenta l’irriconoscibilità e irrappresentabilità di segmenti sociali sempre più vasti. Minoranze senza voce, disagio e povertà culturale, marginali, disperati, poveri (spesso impoveriti), naufraghi del modello della famigliola nucleare felice e realizzata: nuove figure, insomma, di quel che Enzensberger aveva definito a suo tempo “perdenti radicali“.
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Vita sgombra

sabato 13 aprile 2013

(pubblico qui la traccia del mio intervento introduttivo all’incontro del ciclo dei “Lunedì filosofici” dedicato al silenzio e alla meditazione; alcune riflessioni in proposito erano già apparse in precedenza su questo blog)

1.
Il concetto di silenzio (ammesso che designi qualcosa di definito ed oggettivo) deve essere analizzato da punti di vista molto diversi tra di loro: fisico-scientifico, ambientale, sociale, urbanistico, religioso-mistico, psicologico, estetico, ecc. Uno sguardo quantomai multidisciplinare, difficilmente riconducibile ad una sintesi unitaria, e che rischia comunque di non esaurirne le molteplici implicazioni.
Vi è anche un “silenzio della politica”, ma di questo parlerò solo al termine.
E poi – da non dimenticare e però di tutt’altro genere rispetto a quello che tratteremo qui – un silenzio negativo o imposto.
Noi proveremo a scavare un po’, e ad andare alla ricerca di un silenzio più essenziale, radicale, filosofico.

2.
Per cominciare ci serviremo di una divagazione e di un esempio.

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Vivere all'(ultima) giornata

venerdì 16 marzo 2012

Seppure non si tratti di un tema originalissimo (specie in ambito letterario), è un vero peccato che Andrew Niccol abbia mancato l’obiettivo di realizzare una grande opera cinematografica sul tema del tempo – pur avendo, visti i precedenti, tutte le carte in regola per riuscirci. Poteva scegliere tra due modelli di sceneggiatura: quella raffinata e dalle atmosfere rarefatte di Gattaca (film che ritengo uno dei capolavori insuperati della Bioepoca) o in alternativa la via più facile del thriller adrenalinico, con il rischio però di scadere in una trama dall’intreccio banale e scontato. Ha purtroppo optato per la seconda strada e In time è così diventato un film dalle grandi promesse e premesse, in gran parte tradite. Anche se forse non sarà lo stesso per l’esito commerciale.
Ciò non toglie che se ne possa ricavare una qualche considerazione filosofica a margine, anche perché, al di là della realizzazione filmica e della mancata riuscita artistica, i temi sollevati sono comunque tutti di grande rilievo. In particolare quello, di ascendenza bergsoniana, della spazializzazione del tempo, assurta nel mondo immaginato da Niccol ad unico metro di misurazione della vita umana, unica moneta di scambio, unico valore. Tempo mercificato dunque, ma soprattutto vita umana integralmente quantificata attraverso un radicale rovesciamento di quel che si crede od immagina che sia l’essenza costitutiva dell’umano, e cioè l’indeterminata potenza di esistere – libertà ed insieme possibilità. Che era poi il nodo essenziale di Gattaca, e il discrimine tra i validi (gli umani programmati e predeterminati) e i non-validi (gli umani nati sotto l’antica legge del caso).
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Dis-facimenti

giovedì 25 marzo 2010

Uno slogan che si sente ripetere in questa (orribile) campagna elettorale, è relativo al fare. “Noi che siamo al governo facciamo” – così dicono, in contrapposizione a quelli che invece chiacchierano o criticano e basta. Poco importa qui quale delle forze in lizza utilizzi tale motto, che peraltro è un ferrovecchio. Nella mia militanza politica giovanile era un luogo comune questa faccenda del contrapporre il fare al parlare – come se il parlare non fosse un’azione e il fare a sua volta denso di linguaggio e di elementi simbolici. Ma si sa, la politica è sempre più il luogo del non-pensiero e dell’assurdo, una gara a chi è più decerebrato (e fatto in tutt’altro senso!).

Ma torniamo al termine “fare” e ai concetti ad esso collegati. Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein apre il suo Tractatus logico-philosophicus con una vera e proprio ontologia del factum (anche se, a rigore, fare e fatti non sono poi così perfettamente sovrapponibili) – e scrive: “Il mondo è tutto ciò che accade”, “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Tutto ciò che esiste attiene ai fatti e però insieme al linguaggio; non c’è un fatto che non sia dicibile e un dire che non sia anche fattuale: il linguaggio da questo punto di vista è la “raffigurazione logica del mondo”, aderisce rigorosamente alla fattualità ed esaurisce in sé la sfera del pensiero.
Non volevo però avventurarmi lungo lo scivoloso terreno logico-epistemologico, ma solo limitarmi a “giocare” un poco con la parola in questione. Essa richiama anche il contraffare, sopraffare, strafare, rifare: in genere tutto ciò che è manipolazione della realtà, fino addirittura alla sua destrutturazione (dis-fare, rare-fare, lique-fare).
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NEL GIARDINO-LABIRINTO DELL’INTELLIGENZA

domenica 4 Mag 2008

Durante un viaggio in treno di andata e ritorno Rescaldina-Milano, mi sono sorbito e goduto d’un fiato un simpatico libretto scritto dall’intellettuale e poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. Il titolo originale del saggio è: Im Irrgarten der Intelligenz. Ein Idiotenführer. Nell’edizione italiana di Einaudi è stato semplificato in Nel labirinto dell’intelligenza, perdendo così per strada il termine Irrgarten, giardino-labirinto, oltre all’eloquente sottotitolo. Ma a parte tali quisquilie bibliografiche, il testo è insieme interessante e traboccante di ironia.
Nei primi capitoli si va alla ricerca etimologica e lessicale della definizione del concetto di intelligenza, per scoprire subito tutta l’ambiguità semantica che vi sta dietro – se è vero che lo spettro va dalla classica “ragione” greca (il nous) fino alla capziosità e al machiavellismo. Succede qui un po’ come per il concetto di tempo di agostiniana memoria (“se nessuno me lo chiede lo so; ma se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede non lo so”). Ancora più divertente si fa la disamina a contrario: le definizioni e le espressioni della stupidità sono infinitamente più numerose e varie (oltre che divertenti): si va dall’irragionevole al bingo-bongo, dal decerebrato alla testa di cazzo, dal frenastenico all’allocco, e via spulciando nei vari registri del linguaggio.

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