Posts Tagged ‘erlbruch’

Diciassette stilettate

venerdì 7 febbraio 2014

[post ondivago su: bambini, stiletti, domande, film, libri, odissee, attese, psicanalisi, generazioni ed altro ancora]

01_signorini-marina-a-viareggio_672-458_resize

Si è appartato in corridoio col suo foglio, e in pochi minuti lo ha riempito di domande. Le prime sedici numerate, l’ultima contraddistinta dal segno dell’infinito:

1. Perché siamo nati?
2. Perché viviamo?
3. Perché mi chiamo…?
4. Perché Dio ha sbagliato a crearci?
5. Perché possiamo divertirci?
6. Perché ci amiamo?
7. Perché devo vivere?
8. Perché non sono felice?
9. Perché sono così?
10. Perché siamo cattivi?
11. Perché non ho quello che voglio?
12. Perché vivo male?
13. Perché siamo diversi?
14. Perché ci sono persone con problemi?
15. Perché ci poniamo delle domande?
16. Perché vivo?
∞   Perché?

Le ho interpretate come delle stilettate, o mitragliate, o scudisciate – l’arma può essere scelta a piacere – per lo meno per come sono state concepite, scritte e consegnate, e visto chi le ha scritte.
(more…)

Annunci

Libri che accendono la mente (o menti che accendono i libri?)

lunedì 3 dicembre 2012

anatra_morte_tulipano

Sto usando scientemente una classe di bambini (una quinta elementare) per i miei esperimenti filosofici con quella fascia di età. Non che quelli del passato non fossero “esperimenti”, ma questo lo è un po’ di più perché è finalizzato alla stesura di alcune parti di un libro che sto scrivendo, dedicato alla filosofia con i bambini. La strategia è però un po’ diversa dal solito, perché sto filosofando con loro in maniera laterale, per cerchi concentrici, apparentemente episodica (o, per meglio dire, rapsodica). Il filo conduttore questa volta non è il filo di filosofia, ma il libro. La cosa, cioè, più antifilosofica che ci sia – se si deve dar retta a Platone, che però tra-scriveva abbondantemente i suoi Dialoghi socratici.
E siamo partiti, tra l’altro, dal concetto di libro, dalla sua idea, da quel che esso è come essenza. Questa opera di astrazione è stata compresa così bene che adesso maneggiano perfettamente la coppia astratto/concreto, universale/particolare.
Lo scopo? a parte quello utilitaristico che ho esposto sopra, dimostrando ancora una volta la filosoficità dei bambini? Boh, non lo so ancora di preciso, mi sto facendo guidare da loro – soprattutto dalla loro creatività linguistica, dalla spontaneità e dal vulcano di metafore che ogni volta ne vien fuori. Ora siamo alle “facce” dei libri…
(more…)

Seconda cronaca: bambini canonici alle prese con la grande domanda

venerdì 27 novembre 2009

In genere non preparo mai i miei incontri di filosofia con i bambini. O meglio, ho in mente qualche traccia, alcune parole-chiave, suggestioni di incontri precedenti. Ma nulla di più. Tuttavia, forse per una qualche maniera strutturale di funzionare della nostra ragione e del linguaggio, bene o male le discussioni si vanno organizzando secondo le canoniche tre aree della filosofia ellenistica: la logica, la fisica, l’etica. Si parte sempre dalla mente, dalle sue possibilità e capacità, dagli attrezzi che abbiamo a disposizione, dal “come funzioniamo”. Poi ci si guarda attorno (e anche un po’ dentro), per vedere com’è fatto il mondo, e di rimbalzo come siamo fatti noi, e che relazione c’è tra questa nostra costituzione e la costituzione del mondo, l’interno e l’esterno, e quale arché, legge o principio regga le sorti di tutto quanto. Ma poi si va sempre a finir lì: la morte, il senso della vita, il dolore, la felicità, io e gli altri – l’etica a tutto campo.

I bambini, da questo punto di vista, intuiscono già quali sottili differenze attraversino i piani labirintici del domandare: tra un chi (o che cosa) ha fatto il mondo, un come è stato fatto e un perché, sanno raccapezzarsi piuttosto egregiamente. E mentre per i primi due livelli sanno esserci le comode teorie scientifiche (o eventualmente religiose) a dar risposte a catinelle, per l’ultimo capiscono al volo che le cose si fanno un po’ più complicate.

(more…)

LA MORTE RACCONTATA AI BAMBINI

mercoledì 16 maggio 2007

lanatra-la-morte-e-il-tulipano.jpg

Wolf Erlbruch, uno dei più grandi illustratori europei, dopo il capolavoro La grande domanda, torna a sorprenderci con un libro per bambini (ma i confini sono piuttosto labili) sul tema della morte, dal titolo enigmatico e per questo ancor più intrigante: L’anatra, la morte e il tulipano. Ho affrontato questo tema più volte negli incontri di “filosofia con i bambini”, per loro sollecitazione, ed è davvero una fortuna che su un argomento così difficile da affrontare (per tutti, non solo per i bambini) sia stato pubblicato, in mezzo a tanto grigiore, un tale gioiello.

L’albo è sobrio, così come le illustrazioni, pulite ed essenziali, ma i significati che riesce ad esprimere sono di altissimo livello concettuale.Queste le impressioni che ne ho ricavato ad una prima lettura:

a) alla domanda sul perché si deve morire, l’unica risposta logica possibile è legata alla dinamica stessa della vita: “All’incidente ci pensa la vita, come anche al raffreddore, e a tutte le altre cose che possono capitare a voi anatre”, risponde la morte alle perplessità dell’anatra. Siccome si vive si muore, la morte è parte stessa della vita. Di una inaudita semplicità, e proprio per questo inaccettabile per gli umani;

b) vivere con il costante pensiero della morte. La morte qui rappresentata all’inizio terrorizza l’anatra, ma poi questa, dopo averne scoperto alcuni suoi lati dolci e gentili, decide di passarci del tempo, di dormire addirittura con lei. Un grande esercizio filosofico è quello di pensare ogni giorno alla morte, di con-vivere paradossalmente con il suo pensiero;

c) si passa quindi alle domande su cosa succede dopo la morte: che cosa succede a chi muore e al mondo? “La verita è che non lo sa nessuno” – risponde una morte molto prudente di fronte alle ipotesi dell’anatra sull’al di là. Altra considerazione di grande livello filosofico: “Ecco come sarà quando morirò. Lo stagno: tutto solo. Senza di me”. E la morte – da fine idealista qual è – commenta che sì, dopo la morte il mondo si dissolve, quel mondo che è la mia rappresentazione, come sostenevano il vescovo Berkeley e Schopenhauer, se ne va con me;

d) ma non è ancora finita. Ad un certo punto qualcosa accade. Arriva la neve. L’anatra non respira più e giace immobile. Si compie l’ultimo straordinario capitolo del ragionamento di Erlbruch: interviene la pietas, e ad essere pietosa è proprio la morte che prende tra le braccia l’animale e lo adagia nel grande fiume, con un tulipano sul petto.

Di fronte a quest’ultima scena è impossibile trattenere la commozione. E un libro che suscita tali sentimenti in sole trenta pagine, anche a prescindere dalle argomentazioni filosofiche che ho citato, è inequivocabilmente un grande libro.