Posts Tagged ‘eterotrofia’

Il volto e il corpo dell’altro – 5. Il mondo vegetale, tra forme e giardini

giovedì 23 febbraio 2017

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Il romanzo post-apocalittico La strada di Cormac McCarthy, ci fornisce l’immagine di una terra senza colori, grigia, morta, desolata, umbratile, in dissolvenza; non c’è nulla di vivente, tranne umani raminghi alla ricerca di una improbabile sopravvivenza. C’è una cosa che colpisce nella desolazione del contesto: non c’è vegetazione, non una foglia, un virgulto, un filo d’erba, un fiore, niente di niente. Solo rami secchi e tronchi morti e torti. Ma, soprattutto, nessun colore, nessun profumo – solo tonalità grigie e marroni che denotano l’assenza della vita cui siamo abituati. Ecco, probabilmente la natura era similmente grigia, monotona e incolore prima dell’avvento delle angiosperme – ovvero quel tipo di piante più complesse i cui semi vengono avvolti dal frutto (angiosperme vuol proprio dire “seme protetto”) e che riempiono il mondo di fiori – e che sono attualmente le più diffuse sul pianeta.

Il mondo vegetale è lo snodo essenziale del sistema vivente: è nota la sua funzione produttiva di energia tramite la luce solare e la fotosintesi (ne avevamo parlato lo scorso anno a proposito di Tiezzi), caratterizzata dal meccanismo nutritivo dell’autotrofia, in contrapposizione all’eterotrofia tipica degli animali (ovvero la necessità di ricorrere ad altri – etero – viventi per nutrirsi: le piante donano carboidrati e cibo ai non-vegetali, che altrimenti non potrebbero sussistere).
Il mondo dei vegetali, oltre ad avere un enorme fascino, è ricco di implicazioni simboliche, tanto che potremmo definire il vegetale come una sorta di metafora integrale del vivente. Basti pensare alla figura dell’albero, con la sua conformazione (radici, rizomi, foglie, ecc.), al seme, alla luce, alla morfologia (come vedremo in Goethe); per non parlare della figura del giardino, che riveste un significato essenziale per tutta la storia umana, e in tutte le culture.

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Psicosofie estive – 4. L’ombra della verditudine

giovedì 11 luglio 2013

Sorpresa!_Henri_Rousseau

È dai tempi in cui lessi con furore ed avidità Cormac McCarthy che non provavo, leggendo un romanzo, quel che ho provato con La lucina di Antonio Moresco. Commozione ed un’immensa, consapevole, e quasi cosmica, tristezza. So che il mio Spinoza non approverebbe, e nemmeno un bel po’ di filosofi portati a pensare che tutto sommato tutto-ciò-che-è è ben fatto e ben disposto.
Ma quando cammino immerso nella verditudine, colpito dai raggi del sole e inebriato dal ronzare della vita attorno a me, non posso non pensare che proprio il cuore pulsante di quella vita è fatta di orrore, non solo di bellezza.
E allora mi domando, con Moresco:
«Perché c’è tutto questo sottobosco cattivo… che cerca di avviluppare e di cancellare e di soffocare gli alberi più grandi? Perché tutta questa misera e disperata ferocia che sfigura ogni cosa? Perché tutto questo brulicare di corpi che cercano di prosciugare gli altri corpi suggendoli con le loro mille e mille scatenate radici e le loro piccole, forsennate ventose, per dirottarne su di sé la potenza chimica, per creare nuovi fronti vegetali in grado di annientare tutto, di massacrare tutto? Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?».
E questo è solo il fronte vegetale, che a noi di solito appare più mite e gentile… figuriamoci il fronte animale o quello umano.

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Tris cinefilosofico – 3. L’ontologia di Malick

lunedì 1 aprile 2013

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Il problema di The Tree of Life, forse il più importante film di Terrence Malick, è che siamo al limite dell’incommentabilità, tanto è ricolmo di cose, di concetti, di suggestioni (oltre che di visioni), sia in termini strettamente estetici (citazioni letterarie e pittoriche, prestiti cinematografici, uso della musica, ecc.) che filosofici. E ciò nonostante (o proprio grazie alla) scarna essenzialità della trama. Trama è detto qui in senso apicale, non banale – poiché di tessitura del cosmo si tratta, e del rapporto tra micro e macrocosmo. Una trama che nel nostro caso si appalesa nel destino di una delle tante famiglie dell’umana avventura (con annessi conflitti e tragedie secondo schemi classici: il padre e la madre, la physis e il nòmos, l’amore e l’odio, il conflitto verticale ed orizzontale, la morte), vicende ricorrenti che a sua volta intramano il mondo, e di cui in verità il mondo (l’essere) ben poco si cura.
Ed è proprio da qui che forse si deve partire, dalla domanda metafisica essenziale (altrimenti non si capisce perché dedicare mezz’ora di film alla cosmologia e alla paleontologia, confezionate ovviamente con immagini di straordinaria poeticità): che relazione c’è fra le trame degli umani e le trame ontologiche?
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Menu-necrologio di Natale

martedì 25 dicembre 2012

Fanny e Alexander_Bergman

Può essere che la parte etica (e/o sentimentale) del nostro ipertrofico encefalo si sia così tanto rammollita da farci inutilmente disperare per quella ben poco gentile disposizione degli esseri viventi a farne fuori altri per nutrirsene (i biologi la chiamano eterotrofia). E d’altra parte l’unica alternativa sarebbe il suicidio. Un nichilismo maggiore, a fronte di un nichilismo minore (maggiore e minore sono però quantomai relativi). Ma la parte più dura ed ancestrale del suddetto encefalo se ne sbatte e continua nell’immane opera trituratrice, divoratrice e distruttrice. È solo l’altra parte – quella molle – che aspetta che giunga il manto / della grande consolatrice…
Ci sono poi le vie intermedie – il vegetarianesimo o, meglio, il veganesimo a cercare di ridurre lo spargimento di sangue. Oppure, l’amara ironia della poesia. Come in questa Coercizione – tra le ultimissime, in punta di morte – di Wislawa Szymborska, che prende in giro un po’ tutti, onnivori, vegetariani e carnivori, e che spero vogliate mettere, magari al posto dei capponi o dei tacchini o dei capitoni, sulle vostre natalizie tavole scarlatte (per il sangue che scorrerà comunque copioso, e che però sulle tovaglie non si noterà, dato che sarà rosso su rosso). Vi è poi la possibilità – come conclude la grande e saggia poetessa – di coprire grida e necrologio con l’inutile ed allegro chiacchiericcio.
Ed è questo il mio augurio – ben poco simpatico e piuttosto rompicoglioni – per il giorno di Natale.
[P.S. L’immagine sopra è tratta dal film Fanny e Alexander di Ingmar Bergman che, se la memoria non mi inganna, si apre – e mi pare si chiuda – con una gran tavolata natalizia e un poderoso discorso del capofamiglia; la scena m’impressionò a tal punto che, quando la vidi al cinema poco più che ventenne, decisi che avrei organizzato qualcosa di simile con l’unico mio nonno superstite, che già vedevo assiso a capotavola, raccogliendo intorno a lui figli e nipoti a decine, sparsi in tutta Italia – una missione impossibile, che infatti non sarei mai riuscito a compiere; di lì a poco, tra l’altro, il vecchio patriarca migrò a miglior vita…].
E ora, finalmente, la poesia di W.S.:
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Amletismi – 11

giovedì 14 luglio 2011

♦ Suscita orrore la vivisezione. Lo scorso settembre aveva suscitato orrore la decisione europea di estendere la sperimentazione a cani e gatti randagi. Silvio Garattini, direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, aveva invece commentato osservando che in mancanza di test sugli animali, ancora oggi tutti i bambini colpiti da leucemia non avrebbero più di sei mesi di vita. L’orrore, evidentemente, è relativo.

♦ Quante altre vite costano le vite – vegetative, comatose, semispente, meccanizzate e piuttosto energivore – prolungate oltre ogni ragionevole misura? Che cosa è ragionevole?

♦ Il banchetto eterotrofo-carnivoro degli umani costa (di nuovo) qualcosa come 50 miliardi di vite animali all’anno – esclusi gli animali di piccola taglia, innumerevoli e contabilizzati solo in termini di tonnellaggio. Un massacro quotidiano che si consuma in silenzio nei sotterranei delle nostre metropoli.

♦ Mio padre vivrà ancora – come e quanto a lungo non so dire – perché un maiale gli ha gentilmente ceduto la propria valvola mitralica. Mors tua vita mea.

É la bioepoca, bellezza!