Posts Tagged ‘evoluzione’

Quinta passeggiata filosofica

lunedì 18 giugno 2018

Elogio della verditudine
[La passeggiata si è tenuta domenica 27 maggio 2018, presso il parco Castello di Legnano, in collaborazione con la compagnia teatrale Radicetimbrica Teatro]

Consideriamo oggi una parte della natura che costituisce elemento essenziale del camminare, ovvero la vegetazione. Credo sia incalcolabile l’influsso che i colori, le forme, i profumi del mondo vegetale hanno sulla nostra vita (che ovviamente non sarebbe possibile senza le piante) – non solo in termini materiali, ma anche in termini emotivi ed estetici.
Ci occuperemo oggi di quel modo di manifestarsi del mondo vegetale che definisco “verditudine” – la moltitudine di forme che il viandante sperimenta nel suo rapporto col paesaggio.
Lo faremo in 3 brevi mosse, servendoci di Hegel, di Goethe e dell’invenzione contingente (e forse casuale) delle angiosperme.

Partiamo proprio da quest’ultima. È molto probabile che 130-150 milioni di anni fa il mondo fosse grigio e monotono, prima dell’avvento di quella forma vegetale più evoluta (nel senso di complessa, non di superiore) che è rappresentata dalla forma oggi più diffusa, ovvero le Angiosperme: semi vestiti e protetti da un frutto (a differenza, ad esempio, delle Gimnosperme, a seme nudo, o delle piante che si diffondono tramite spore), sistema raffinatissimo dell’impollinazione zoofila – con fiori sempre più grandi, profumati, colorati e attraenti.
Si sarebbe cioè insinuato nel grigiore e nella monotonia precedenti un paesaggio sempre più multicromatico, profumato e ricolmo di frutti e godimento: un vero e proprio giardino (il giardino dell’Eden?).
Tutto grazie al caso e alla contingenza – a voler prendere sul serio le tesi evoluzionistiche.

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VITA, SIGNIFICATO DELLA

venerdì 30 dicembre 2016

sagazan

«Ogni altra creatura del mondo è insensibile al significato. Ma quelli come noi, sul più alto gradino dell’evoluzione, sono saturi di questa brama innaturale, che ogni esauriente enciclopedia filosofica riporta alla voce VITA, SIGNIFICATO DELLA.»

«La natura procede per errori, è così che funziona. E così funzioniamo anche noi. Quindi, se anche avessimo errato nel considerare la coscienza un errore, perché fare tante storie? La nostra autorimozione dal pianeta sarebbe comunque una splendida mossa, un’impresa così radiosa da offuscare il sole. Cosa abbiamo da perdere? Nessun male accompagnerà la nostra dipartita dal mondo, e molti dei mali che conosciamo si estinguerebbero con noi. Perché allora posticipare il più meritevole capolavoro della nostra esistenza, e forse l’unico?»

Ora, il Thomas numero 1 (Ligotti, autore dei brani sopra riportati e tratti da La cospirazione contro la razza umana), fa a pugni con il Thomas numero 2 (Nagel, filosofo della scienza che non si capacita che la mente e la coscienza siano riducibili a fenomeni chimico-meccanici per lo più casuali).  Lo scontro tra i due Thomas avviene qui sul mio scrittoio, e le loro teorie si affrontano a spada tratta pure nella mia mente, la quale, eccitata ed insieme smarrita, non sa più se sia meglio non saperne nulla (e soffrire) o sapere tutto (e soffrire lo stesso). Un dolore sordo e inconscio contro uno pungente e consapevole.
Con questo amletico dubbio si conclude l’anno, nel quale come sempre traklianamente sono stati apparecchiati un bene e un male – ma per alcuni solo mali.
Tanto l’anno nuovo sarà radioso e traboccante di gioia, no?

Perle di fine anno – 3

martedì 29 dicembre 2015

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«L’uomo esiste da 32000 anni. Che siano occorsi cento milioni di anni a preparare il mondo per lui è una prova che il mondo esiste per l’uomo. Io suppongo che sia così. Non lo so di sicuro. Se la Torre Eiffel rappresentasse l’età del mondo, lo spessore della vernice sul pinnacolo al suo vertice rappresenterebbe la durata relativa dell’esistenza dell’uomo; e chiunque percepirebbe che quel sottile strato di vernice fu ciò per cui fu costruita la torre. Suppongo che lo percepirebbe, non lo so di sicuro.»

[Mark Twain]

 

Filosofia della contingenza – 2

lunedì 12 dicembre 2011

[Chi non vuole sorbirsi le solite menate gnoseologiche e i soliti astrusi giri di parole del linguaggio filosofico, può saltare a piè pari questa prima parte e andar subito ai “fatti”, a partire dalla lettera a)].

Sono sempre stato sospettoso nei confronti della “tirannia dei fatti”, di quell’apologia cioè della realtà e del senso comune utile a smontare la pretenziosità filosofica; d’altra parte non ritengo nemmeno possibili teorie che non siano corroborate da fatti (o ragionamenti) e che ne dimostrino pubblicamente la validità. (Insomma: un colpo al cerchio ed uno alla botte!). Saremmo altrimenti nel territorio della fede o della credenza – dove esistono fatti miracolosi, o teorie da accettare a scatola chiusa.
Pur tuttavia, nessuna delle due tradizionali forme di riduzionismo gnoseologico mi ha mai convinto: né l’idealismo né l’empirismo, sia perché il primo finge di prescindere dai fatti (introducendoli spesso e volentieri in modo surrettizio), sia perché il secondo è pur sempre una teoria, che per di più non ha dietro di sé uno o più fatti inequivocabili. La malsana ed inveterata abitudine filosofica mi ha sempre portato a sospettare che dietro qualcosa ci sia qualcos’altro, che dietro un fatto (come dietro una teoria) ci possa essere rispettivamente una teoria (o un fatto), o magari qualcos’altro ancora: immaginazione, interessi, inconscio, ideologie non dichiarate – di nuovo, fedi o credenze. A maggior ragione occorre guardare all’intero e alle sue infinite correlazioni: un fatto non è mai isolabile da un contesto più generale, né una teoria da una sua base storica e contingente.
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Filosofia della contingenza – 1

lunedì 5 dicembre 2011

La lettura de La vita inaspettata del filosofo della scienza Telmo Pievani, mi ha sollecitato una serie di ulteriori riflessioni sul significato di alcune categorie filosofiche, scientifiche (e, se si vuole, ontologiche) che spesso sono state discusse su questo blog. Ma, ancor più, sul loro uso e sulla loro applicazione alla sfera dell’esistenza umana. A tal proposito il biologo e zoologo Carlo Alberto Redi si è molto risentito – anzi infuriato – per l’uso spregiudicato del concetto di natura umana: a sentir lui, filosofi, teologi e non-scienziati in genere, dovrebbero limitarsi a parlare di condizione umana, lasciando ai biologi di occuparsi di ciò che attiene al campo della “natura”.
Non è che sia molto d’accordo con questa tesi, anche se Redi ha dalla sua che spesso si parla di questi argomenti con estrema leggerezza, e senza magari avere sufficienti elementi di conoscenza. Gli risponderei kantianamente così: una categoria senza materia prima sarebbe vuota, ma i dati senza una teorizzazione sarebbero ciechi. Trovo dunque che il punto di vista di Pievani – lungo il crinale della ricerca scientifica e della discussione filosofica – sia quello più fruttuoso ed interessante, poiché tende ad unire (non a confondere) i campi di ricerca, anziché tenerli separati.
Svolgerò pertanto, nel corso di tre articoli, un ragionamento a chiosa del suo testo, così ripartito:
1. Chiarimenti preliminari sui concetti di necessità, caso, contingenza
2. Uno sguardo ai “fatti” e alla storia della vita e della specie
3. Conseguenze sulla “condizione (o natura) umana”

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La supermente umana

lunedì 7 dicembre 2009

Tradizionalmente i filosofi (forse perché più “umanisti”) sono sempre stati inclini a porre l’umanità al riparo dall’animalità, trovando proprio nella mente (nel linguaggio, nell’anima, ecc.) il tratto dirimente. Se n’è parlato spesso in questo blog, e credo che continueremo a parlarne. Viceversa, sono stati gli scienziati, per lo meno a partire da Darwin, a compiere una lunga opera di riavvicinamento della sfera umana a quella animale, fino alle recenti scoperte circa la rilevante comunanza genetica (il 98% di condivisione con gli scimpanzé).
Ecco perché sono rimasto piuttosto sorpreso di leggere sulla rivista Le Scienze dello scorso novembre, le conclusioni cui è giunto il biologo evoluzionista Marc Hauser circa l’assoluta peculiarità della mente umana. O meglio: non avevo dubbi sul fatto che la nostra mente, sulla base tra l’altro di una maggiore encefalizzazione, fosse diversa e un po’ più complessa delle “semplici” menti animali. Ero (e resto) però convinto che, proprio come sosteneva Darwin ne L’origine dell’uomo, si tratti semplicemente di una differenza “di grado e non di tipo”. Di quantità, non di qualità. Hauser sembra pensarla diversamente, anche se ad esser sincero, e per quel che ne posso capire date le mie scarse conoscenze neuroscientifiche, non mi è proprio riuscito di visualizzare o di collocare in qualcosa di definito tale preteso grande salto.
Ma vediamo di che si tratta. Il biologo di Harvard individua la humanuniqueness (termine coniato fondendo human e unique) in quattro caratteristiche specifiche:

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Il viaggio filosofico di sir Darwin

giovedì 12 febbraio 2009

darwin

Jean-Jacques Rousseau lamenta nel Discorso sull’origine della disuguaglianza una certa angustia e limitatezza di vedute del sapere filosofico europeo: “Gli individui – scrive – hanno un bell’andare e venire, sembra che la filosofia non viaggi“, e auspica che qualche brillante mente, adeguatamente foraggiata, possa prima o poi intraprendere quello che sarebbe certo “il viaggio più importante di tutti, che bisognerebbe fare con la maggior cura” – che percorrendo in lungo e in largo il pianeta, e indugiando a studiare i popoli e le culture, consenta finalmente di fondare una scienza fondamentale, “la più utile e meno progredita fra tutte le conoscenze umane”, quella cioè dell’uomo stesso.

Un viaggio non meno importante di quello immaginato dal buon Jean-Jacques, sarebbe stato intrapreso, oltre mezzo secolo dopo, da un giovane naturalista poco più che ventenne, un viaggio in verità di tutt’altra natura e con tutt’altro scopo, visto che si trattava di una spedizione cartografica nella quale Charles Darwin, questo il nome del giovane scienziato di bordo, aveva l’incarico di effettuare osservazioni di carattere geologico oltre che di raccogliere campioni di specie viventi sconosciute. Ma quel lavoro “sul campo” durato ben cinque anni, unito ad un acume, ad una capacità intuitiva (e, direi, ad un’immaginazione fuori del comune), avrebbero infine condotto nel 1859 alla pubblicazione di uno dei testi più rivoluzionari della storia della scienza e, più in generale, della storia umana. La teoria evolutiva di Darwin avrebbe cioè modificato alla radice, e in maniera irreversibile, l’approccio stesso allo “studio dell’uomo” invocato da Rousseau, proprio perché la concezione dell’essere umano, della sua natura e del suo posto nel mondo venivano posti sotto una luce completamente diversa.

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