Posts Tagged ‘fantascienza’

L’utopia visionaria degli eptopodi

martedì 31 gennaio 2017

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Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
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The Giver: i doni avvelenati della perfezione

sabato 15 novembre 2014

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The Giver non è soltanto un piccolo romanzo distopico (uno dei tanti, per un genere che pare “tirare” parecchio, specie nelle trasposizioni cinematografiche), ma ha dei tratti propriamente disfilosofici (anfibolici, ovvero paradossali) parecchio interessanti. Mi spiego.
Premessa: nulla di originalissimo, ovviamente, anche perché il filone distopico ha ormai una lunga e robusta tradizione, però qui l’autrice (Lois Lowry, che lo aveva scritto ormai vent’anni fa) immagina e concepisce con semplicità – e forse con qualche elemento di novità – una alternativa secca tra perfezione e imperfezione (un po’ come avverrà nel film huxleyano Gattaca, tra validi e non validi). E lo fa con un linguaggio piano e a tratti fiabesco – tant’è che il libro viene originariamente incasellato nel genere “fantascienza per ragazzi”, confine che finisce per stargli stretto.
Il mondo sociale che si pensa di avere edificato ha tutte le caratteristiche della razionalità (più pratica che teorica), dell’uniformità, della precisione linguistica (evocata molto suggestivamente da un padre lontano delle distopie, qual è Swift), del controllo-prosciugamento delle passioni (antico sogno stoico), del controllo del pianeta, dell’eugenetica, e così via.
Non si nasce e non si muore a caso, e a maggior ragione si vive organici, coesi ed organizzati.
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COSMICA CASSERUOLA

lunedì 22 dicembre 2008

bruegel.la parabola dei ciechi

Meraviglioso racconto questo Nel paese dei ciechi (titolo originale The country of the blind) di H.G. Wells, ripubblicato di recente da Adelphi. Racconto quantomai filosofico, filato dalla fervida e anticipatrice mente dell’inventore, insieme a Jules Verne, della science fiction, e molto vicino a noi proprio per la sua sensibilità per i temi biopolitici e tecnologici, etici, esistenziali che affliggono (e però rendono paradossalmente intrigante) la nostra epoca. Con tutte le connesse paure: basti pensare all’incubo alieno, alle mutazioni genetiche, alla guerra batteriologica – L’isola del dottor Moreau è del 1896 e La guerra dei mondi è del 1898!
L’esperimento condotto Nel paese dei ciechi è riconducibile, per certi aspetti, al tema della statua di Condillac, secondo cui i sensi (ciascuno dei quali ha una sua logica specifica, con un ruolo forse prioritario del tatto) costituiscono dinamicamente la nostra esperienza e le nostre facoltà. Si provi allora ad immaginare che cosa succederebbe se qualcuno, dotato dei canonici cinque sensi, piombasse in un villaggio isolato dal mondo, dove da generazioni i suoi abitanti hanno perso l’uso della vista. La prima impressione che, secondo quanto immagina Wells, ricaverebbe questo visitatore “normodotato” sarebbe quella di ritrovarsi in una sorta di “cosmica casseruola”, un luogo sigillato e asfittico oppresso da un “tetto orribile sotto il quale si curva la vostra immaginazione”, il limite oltre il quale non è dato andare.

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