Posts Tagged ‘figura’

La fine

venerdì 24 dicembre 2010

“E lascio la mia vita a te
Tu mi conosci non puoi dubitare
Fra mille affanni non sono andata via
Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano (…)
Mi manca la presenza della sua figura”
(G. Russo)

“Il modo più importante di ricordare qualcuno
è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso”

(M. Rowlands)

Non c’è nessun Dio padre a consolarci. Né un suo presunto figlio. E nemmeno un qualche spirito che aleggi non si sa bene dove. Non c’è nessuna vita dopo la morte. La trascendenza è pura immaginazione. Tutto quello che esiste è qui: la vita, la morte e le figure cangianti dell’essere. So per certo che è così.
I versi e la voce della poesia immaginano altro, immaginano l’impossibilità. Ed è bene che sia così.
Ce lo ricordano la sublime – morta e mai mortaGiuni Russo e il poeta mistico spagnolo Giovanni della Croce. Le figure scomparse e transeunti tornano alla figura che le ha generate – poco importa il nome che le danno gli umani.
Quelle essenze che fluiscono nel nostro ricordo – così come tutte le altre essenze del vivente che fluiscono nell’unica essenza della vita.

In memoria di quella che per me è stata una tra le figure-essenze più care – morta eppure mai morta alla vigilia di natale di due anni fa – pubblico qui sotto, in forma di racconto, la cronaca del nostro ultimo incontro. La fine – l’esito senza ritorno entro cui la mia amica temeva che la sua figura si smarrisse, che non fosse più riconoscibile, deturpata dalla malattia e dall’angoscia. I suoi occhi scintillavano ancora, dietro il velo della morte, nel pormi quella domanda inespressa.
Ma la sua figura è eterna, come tutte le cose.

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Immagine linguaggio figura

martedì 21 settembre 2010

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
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