Posts Tagged ‘film’

Sulla mia pelle

mercoledì 26 settembre 2018

Il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi è importante, non solo per la ricostruzione verosimile di quella che è stata una tragedia (evitabile) frutto di un’ingiustizia assurda, di un’anomalia o del malfunzionamento della macchina statale e giudiziaria, che anziché proteggere un suo cittadino fragile lo stritola e lo getta via come un oggetto inutile – ma perché ci dice qualcosa di essenziale, ben oltre la pelle o la superficie, sia del potere sia della china pericolosa che il clima sociale va prendendo in questo paese.
Il dramma di Cucchi preannuncia, cioè, con alcuni anni di anticipo la precipitazione cui la paranoia securitaria può portare un’intera società in assenza di conflitto e di diffuse istanze libertarie e di emancipazione (del resto lo si era già visto a Napoli e a Genova nel 2001, e che qui si sia trattato di un fatto “privato” e non politico non cambia di una virgola la sostanza dei processi in corso).
Stefano Cucchi appare cioè come una figura sociale scomoda e marginale, del tutto sacrificabile sull’altare dell’ordine borghese da ristabilire – insieme a tutta la consimile feccia sociale, siano essi drogati, vagabondi, rom, poveri, immigrati, profughi e sbandati vari. Chi è al governo oggi, e non parlo solo della Lega ma anche dell’anima più forcaiola dei suoi alleati pentastellati, si è nutrito di questo risentimento sociale, del livore e del fastidio per i diversi.
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Il quadrato vuoto

giovedì 28 dicembre 2017

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The Square è un film straniante, inquietante, spaesante – ma anche divertente. Pieno di cortocircuiti visivi che rimandano ai cortocircuiti sociali. Di scale viste dall’alto. Di flussi di umani inebetiti dai loro specchi digitali. Di mendicanti che contrastano con le vetrine luccicanti del Nord Europa. Di opere d’arte cervellotiche e sgradevoli – poiché sgradevole è la casta che vorrebbero scuotere.
Tanta roba in questa opera dello svedese Ruben Östlund (che già aveva diretto il notevole e perturbante Forza maggiore), a partire dall’idea cui rinvia il titolo: un’installazione artistica ritagliata sulla pavimentazione esterna al museo (l’ex palazzo reale), che racchiude un recinto sacro nel quale tutti sono uguali, sia nei diritti che nei doveri. Evidentemente lo sono solo lì. Ma siccome è l’epoca scioccante-virale, per lanciare la cosa a livello pubblicitario e mediatico, viene diffuso un video nel quale una bambina mendicante (per di più bionda, altro cortocircuito visivo) salta per aria proprio dentro il santuario-quadrato – causando reazioni scandalizzate di sdegno. (Peccato che questo sdegno non si manifesta mai quando le folle, imbambolate dai loro metafoni, sommergono i questuanti fuori dei bar o sulle scale delle metropolitane).
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Metafisica dello smartphone

martedì 27 dicembre 2016

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Adoro i film che mettono in scena cene o tavole spiazzanti (da Festen a Fanny e Alexander, dal Fascino discreto della borghesia alla Grande abbuffata) – proprio perché si tratta del luogo più familiare che invece diventa il più perturbante, e spesso più atto a far emergere scomode verità.
Ecco perché inseguivo da tempo Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, che ho finalmente visto nel miglior contesto possibile, ovvero all’interno dell’autorevolissimo e storico cineforum di Legnano, con inevitabile dibattito finale.
E in effetti è un film che si presta molto alla discussione, ma che occorrerebbe rivedere più volte per coglierne i molteplici aspetti – non solo dovuti alla perfezione della sceneggiatura, alla bravura superlativa degli attori, ma soprattutto al concorso di temi scottanti e di grande “attualità” (parola che non mi è mai chiaro, però, che cosa designi di preciso). Al punto che la citazione del Sorpasso di Risi da parte del relatore, mi ha suggerito l’idea che – esattamente come quel film lo fu per gli anni ’60, gli anni del boom economico – questo film potrebbe essere rappresentativo della nostra epoca, quale commedia amarissima della malata società italiana in particolare, ma tendenzialmente di quella globale (lo conferma il fatto che verrà distribuito in oltre 30 paesi, compreso un inconsueto remake del cinema americano).
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Umiliati e offesi

lunedì 7 novembre 2016

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Non son solito attribuire dignità al lavoro in sé – per lo meno non al lavoro alienato della società del capitale. Rimango affezionato all’idea marxiana (e forse un poco romantica) che distingue tra Arbeit e Tätigkeit, lavoro come costrizione contro libera attività. Che poi questa non si sia mai realizzata in passato, men che meno oggi e non si realizzerà mai in futuro, fa un po’ parte di quella dimensione utopico-filosofica che faceva dire al Rousseau sognatore, a proposito del suo genuino uomo naturale, che poco importava che non fosse mai esistito, anzi meglio ancora.
Fatta questa premessa vagamente teoretica, mentre vedevo l’ultimo film di Ken Loach ho pensato che non soltanto il sol dell’avvenire atteso dai lavoratori ha cessato di splendere da molto tempo, ma che non se ne vede all’orizzonte il benché minimo segno di risorgenza. Nemmeno un debole raggio. Nulla, o quasi. Daniel Blake – il protagonista di una fin troppo consueta storia di burocrazia nell’epoca della flessibilità alias precarietà – s’ammala, non può lavorare e rischia di perdere tutto – anche la dignità residua: quel pronome personale del titolo e quel nome cui tutta la sua vita finisce per ridursi. Ecco, probabilmente il fatto che si sia riposta nel “lavoro” (qualsiasi lavoro, anche il lavoro più noioso, ripetitivo, umiliante – per non dire “di merda”) una residua dignità annullata la quale si cessa di esistere (a meno che non si abbiano soldi, potere e visibilità), qualifica l’attuale compagine sociale come un’oscenità antropologica. (Ad ogni modo a Daniel Blake, alienato o no, dignitoso o no, il suo lavoro di falegname piace, e non vede l’ora di tornare a farlo, pur con il cuore non del tutto rimarginato).
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Potenza della fiaba

sabato 21 Mag 2016

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Vien proprio voglia di leggerlo questo Cunto de li cunti di Basile, dopo aver visto il bel film che Matteo Garrone ha tratto da tre delle sue novelle – anzi fiabe – pur rimaneggiandole. Del resto la fiaba – proprio per il suo carattere essenzialmente orale – si presta ad essere variata, reinterpretata, reimmaginata. Ma della fiaba Garrone – che si conferma uno dei più creativi e interessanti registi italiani – ha capito l’essenziale, ovvero che è la struttura archetipica di ogni narrazione e che, in quanto tale, non deve essere snaturata.
Il racconto dei raccontiTale of tales, visto che la lingua originale è l’inglese – è così titolo perfetto, non solo per il rampollare delle storie l’una dall’altra, per il loro scorrere all’infinito, separarsi e poi ritrovarsi e chiudere il cerchio – ma perché nella fiaba c’è l’origine di tutte le narrazioni e di tutti i temi circa la natura umana e il suo destino.
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Al macero

venerdì 13 Mag 2016

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Gran bella serata quella di ieri al Cineforum Pensotti Bruni di Legnano (che sta celebrando il suo 60° anno di attività). Proiettavano Mia madre di Nanni Moretti, e al termine, a sorpresa, si è presentata, sovrapponendosi allo schermo, Giulia Lazzarini (l’attrice interprete della madre morente, ispirata a quella reale della vita del regista), una splendida e lucida ottantenne che ha chiacchierato amabilmente col pubblico.
Ho rivisto quel film per la seconda volta, e credo si confermi uno dei più belli e intensi degli ultimi anni. Ma anche dei più angosciosi. La scena delle librerie vuote e delle scatole di libri pronti per essere mandati chissà dove (forse al macero?) è devastante.
Guardo le mie librerie, il mio scrittoio, la mia vita – e mi faccio molte domande.
Non passa giorno che non mi prefiguri la morte dei miei genitori (è nell’ordine e nella natura delle cose), e che non mi dica che non sono pronto ad affrontarla.
“Domani” è l’ultima parola che pronuncia la madre – quasi a voler aprire al futuro, nonostante la morte incombente.
Ma a chiudere ci sono gli occhi agghiacciati della figlia.

Altrove

venerdì 15 Mag 2015

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È stato un azzardo, lo so.
Far vedere un film come The Giver (dunque senza la mediazione consentita dalla lenta penetrazione della parola scritta).
A dei bambini di 10-11 anni.
Un film che tratta temi come: eugenetica, eutanasia, deprivazione emotiva, distopia, controllo ed ingegneria sociale, memoria ed oblio, tecnocrazia, apatia ed empatia, omologazione, dissimulazione, potenza del linguaggio…
È stato un azzardo, ma i bambini hanno accettato la sfida.
E l’hanno vinta, almeno credo. Discutendone apertamente, senza paura. Comprendendone l’essenziale. Mente ed emozioni acuminate.
Un po’, però, mi sento in colpa. E assalito da malinconia.
Perché la loro infanzia è davvero finita. Ragazzi, non più bambini. “Grazie per la vostra infanzia” – parafrasando il film.
Temo e spero per loro. Fortemente, nello stesso tempo.
Ed è – come nella bellissima storia e visione di Jonas – una estrema, disperante ma necessaria apologia dell’amore.
Dov’è l’altrove? – è stata la domanda, rimasta aperta, con cui ci siamo lasciati. Già, dov’è?

Leopardi progressivo

venerdì 24 ottobre 2014

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
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Tris cinefilosofico – 3. L’ontologia di Malick

lunedì 1 aprile 2013

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Il problema di The Tree of Life, forse il più importante film di Terrence Malick, è che siamo al limite dell’incommentabilità, tanto è ricolmo di cose, di concetti, di suggestioni (oltre che di visioni), sia in termini strettamente estetici (citazioni letterarie e pittoriche, prestiti cinematografici, uso della musica, ecc.) che filosofici. E ciò nonostante (o proprio grazie alla) scarna essenzialità della trama. Trama è detto qui in senso apicale, non banale – poiché di tessitura del cosmo si tratta, e del rapporto tra micro e macrocosmo. Una trama che nel nostro caso si appalesa nel destino di una delle tante famiglie dell’umana avventura (con annessi conflitti e tragedie secondo schemi classici: il padre e la madre, la physis e il nòmos, l’amore e l’odio, il conflitto verticale ed orizzontale, la morte), vicende ricorrenti che a sua volta intramano il mondo, e di cui in verità il mondo (l’essere) ben poco si cura.
Ed è proprio da qui che forse si deve partire, dalla domanda metafisica essenziale (altrimenti non si capisce perché dedicare mezz’ora di film alla cosmologia e alla paleontologia, confezionate ovviamente con immagini di straordinaria poeticità): che relazione c’è fra le trame degli umani e le trame ontologiche?
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Tris cinefilosofico – 2. Django (scatenato)

lunedì 25 marzo 2013

django-unchained-movie-2012

Pòlemos è padre di tutte le cose, di tutte è re;
alcuni dimostrò dei e altri uomini,
alcuni fece schiavi e altri liberi.

Non mi ero mai soffermato sull’evidenza che s-catenato fosse costruito sulla parola catena (il linguaggio funziona anche così, in maniera impensata, ed anzi è bene che sia così, altrimenti saremmo sempre bloccati ed impigliati nella sua infinita semiosi). Mi è venuto in mente a proposito dell’unchained del film di Tarantino, il Django la cui D rimane muta (come due volte ci viene detto nel film).
Pare si tratti della seconda puntata di una grande Trilogia sulla storia, il cui primo atto fu quell’esaltante ed antinazista Bastardi senza gloria, del quale già ebbi a scrivere, specie per la filosofia dell’immaginazione storica ad esso sotteso.
Anche questa epopea schiavistico-western, ambientata nel Sud degli States un paio di anni prima della Guerra di Secessione, si ispira al medesimo schema: togliere un’ingiustiza dalla sua fissità e destinalità storica, e metterla in dialettico movimento, conferendole una possibilità (anche a posteriori) di riscatto. Certo, si contravviene alle tesi di Benjamin o di Adorno circa la irrecuperabilità delle perdite e la irredimibilità dei torti, una volta avvenuti  – ma qui ci troviamo in campo estetico, non storico-filosofico e nemmeno etico, anche se il risultato è sommamente etico-politico.
Queste alcune suggestioni sparse post-visione:

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