The Big Picture

Cominciano ad essere veramente parecchi i saggi con visioni totalizzanti – vere e proprie “opere totali” – che cercano di spiegare in un unico “quadro d’insieme” i fenomeni che vanno dall’origine del cosmo, passando per le leggi naturali, fino alla teoria dei significati, alla coscienza, all’etica.
Per lo più si tratta di scienziati, spesso fisici teorici, com’è il caso di questo autore americano. Evidentemente spingersi alle estremità della pensabilità o, meglio, studiabilità del mondo, li stimola proprio sul piano filosofico e ontologico – ciò che, viceversa, i filosofi fanno sempre meno.
Oggi come oggi i nuovi presocratici sono in maggioranza scienziati (del resto il loro oggetto di studio era la physis).
Sean Carroll utilizza poi un termine curioso – naturalismo poetico – per far intendere il suo tentativo di tenere insieme la natura dura e pura con le sue leggi implacabili, il cosmo gelido e indifferente e il nostro piccolo destino umano, che però a noi sembra così significativo. E credo lo sia, dopotutto: l’ultimo capitolo del libro – dopo Cosmo, Conoscere, Essenza (core theory), Complessità, Pensare – è intitolato Tenerci.
«Noi esseri umani siamo ammassi di fango organizzato, che attraverso il funzionamento impersonale delle leggi della natura hanno sviluppato la capacità di contemplare, amare e affrontare la formidabile complessità del mondo che ci circonda».

[Nella versione americana originale la titolazione è invertita: prima il sottotitolo – The Big Picture – poi il titolo On the origins…]

Settimo fuoco: entropè

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

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Sesta parola: reale

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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