Impersonale

Ciò che in questo anno e mezzo ha del tutto squilibrato la percezione di sé e del collettivo – della tradizionale dialettica tra libertà individuale e pressione sociale – sta tutto nel termine “popolazione” indicato a suo tempo da Foucault.

Io/noi sono ridotti nelle società di massa avanzate a popolazione, cioè a dati e variabili statistiche relativi alla mera potenza biologica, alla malattia, alla mortalità. Non conti tu, non conta la società, contano solo i numeri. Gli individui e i loro referenti comunitari spariscono, vengono inghiottiti dalle tabelle e dai grafici. Ed è questo che spiazza di più. Le epidemie mutano la percezione di sé e della comunità, a prescindere dal peso dei termini relativi, in qualcosa di terribilmente impersonale: la mera sopravvivenza biologica ben rappresentata dall’ordine della sanità pubblica. Popolazione che si autogoverna. In Foucault era intuizione teorica, ora è percezione plastica.

In una situazione “normale” il singolo potrà sempre eccepire, dirsi libero, rifiutare di obbedire, vivere una classica dialettica di conflitto con lo “stato” precedente, in vista di uno “stato” nuovo. È la storia così come ce la immaginiamo (anche se non è detto che sia così).
Quel che stiamo vivendo ora annulla del tutto i termini di quella dialettica (pur immaginaria). Io e noi sono governati da forze ben più necessitanti. Quasi fosse un ritorno allo stato di natura.

Il pericolo che vedo all’orizzonte è che la dialettica conflittuale su cui la modernità politica si è costituita, venga azzerata e sostituita da mere potenze governamentali. Un impersonale che non è il <<bello, giusto, vero, eguale>> di Simone Weil, la risoluzione della logica spartitoria io/collettivo – ma l’anonimo meccanismo che si limita a replicare e conservare le nostre banalissime vite. Immuni e interminabili.

Sono forse un po’ uscito dal tema iniziale, ma il focus del mio intervento sta in questo: tutte le discussioni su che cosa sia libertà, su dove cominci o finisca, vanno sempre messe in relazione a che cosa intendiamo per società e bene comune. Senza questa correlazione, la libertà è un concetto che gira a vuoto.

(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.

Il biopunto in 11 punti: il virus come iper-oggetto

[Sommario: Il peso dell’incompreso – La forma del virus – Iperoggetti – Le tesi biopolitiche di Foucault – Masse biologiche e masse psichiche – Corpi sani, corpi potenziati – Homme-machine – Riduzionismo: ta stoicheia – Limite, Hybris, Aidos – Meccanizzazione  e addomesticamento – Pesantezza della tecnica – Bioetica ristretta e Bioetica generale – In bilico]

1. Non avrei voluto scrivere più nulla sul virus e sulla pandemia, almeno per qualche tempo, dato che già lo sento come un peso che grava quotidianamente, ma l’impulso a riflettere, pensare, scrivere, e così facendo liberarsi dei pesi dell’incompreso (o almeno provarci) non è controllabile, viene e basta, e occorre obbedirgli. E poi il primo anniversario poteva anche essere un’occasione buona per fare il punto sulla situazione. Cosa che risulta non meno problematica oggi di un anno fa, quando marciavamo verso l’ignoto, mentre ora ci viene detto che si sta per uscire dal tunnel e che l’immunizzazione arrecata dai vaccini sarà la luce che ci salverà.
Continua a leggere “Il biopunto in 11 punti: il virus come iper-oggetto”

Francofortese a mia insaputa

Qualche giorno fa ho dato una scorsa ai Francofortesi, dopo qualche tempo che non mi capitava di incrociarli: ho riletto alcuni passi, sfogliato la Dialettica dell’illuminismo, ricostruito brevemente il percorso di Marcuse… alla fine di questo “ripasso” sono rimasto impressionato dalla quantità di concetti, teorie, parole-chiave nelle quali mi sono riconosciuto: pur non avendoli mai studiati sistematicamente (di certo non come ho fatto con Hegel, Marx, Spinoza o i presocratici), mi sono trovato impregnato di atmosfere movimentiste, imbevuto di teoria critica, di dialettica e di fervore rivoluzionario. Anticapitalismo, anticolonialismo, anticonsumismo, e via criticando e negando.
Non diversamente mi è capitato qualche giorno dopo con Foucault – autore di cui ho letto pochissimo, e che conosco per sommi capi. Poco importa che io non lo abbia studiato: ce l’ho comunque in testa, è dentro il mio linguaggio, la mia mentalità, il mio modo di ragionare e concepire le cose. In definitiva, è come se fossi superagito da questi autori e correnti filosofiche, in modo pressoché inconsapevole. O meglio, non del tutto consapevole: se faccio mente locale, se ci ragiono, se provo a straniarmi dal mio percorso formativo, guardandolo dall’esterno, non posso non riconoscere gli influssi, i testi, le idee che mi hanno condizionato – attraverso gli amici, le frequentazioni, i collettivi, i discorsi, gli slogan.

Continua a leggere “Francofortese a mia insaputa”

Finitudine

«La modernità comincia quando l’essere umano si mette ad esistere all’interno del suo organismo, nel guscio della sua testa, nell’armatura delle sue membra, e in mezzo a tutta la nervatura della sua fisiologia; quando si mette a esistere nel cuore d’un lavoro il cui principio lo domina e il cui prodotto gli sfugge; quando infine colloca il proprio pensiero nelle pieghe d’un linguaggio tanto più vecchio di lui».

(M. Foucault, Le parole e le cose)

Zoon politikon – 3. Lo stato-leviatano

leviatano

Occorrerebbe affrontare questo tema innanzitutto da un punto di vista storico, per cercare di capire come la forma politica muta (ammesso che se ne possa identificare una privilegiata, ovvero la pòlis greca da cui siamo partiti, scegliendola come invenzione vincente dell’organizzazione sociale): in particolare com’è che si è passati da realtà politiche locali (le città-stato) ad organismi enormi come gli imperi (quello alessandrino, quello romano, poi le strutture politiche medievali, complicate dalla “città di Dio”).
Bisognerebbe anche discutere delle basi giuridiche dello stato moderno, cioè di quella forma politica che si affaccia in Europa chiaramente a partire dal XVI-XVII secolo: vi è tal proposito un grande dibattito in ambito filosofico-politico – con il cosiddetto giusnaturalismo – che tenta di spiegare la nascita dello stato a partire dal concetto-limite dello stato di natura.
Vi è poi – e credo sia l’elemento cruciale – la demografia, in stretta connessione con le trasformazioni economiche e produttive (e, più di recente, con quelle tecnoscientifiche e mediche): nella forma dello stato diventa cioè sempre più preponderante l’elemento del popolo, della nazione, dell’identità collettiva – praticamente invenzioni della modernità (anche se l’idea di patria è senz’altro più antica).
Continua a leggere “Zoon politikon – 3. Lo stato-leviatano”

Il volto e il corpo dell’altro – 3. Follia, (a)normalità, istituzioni totali, antipsichiatria

2013_08_01_crop-630x450_rsz_crp_crp

“Io voglio entrare fuori”
(uno dei matti di Basaglia)

Diversi gli approcci e i discorsi possibili sulla follia, che è quanto di più sfuggente e storicamente determinato ci sia: di ordine psicologico, antropologico, sociologico, medico – ma anche, anzi direi prima di tutto filosofico. D’altro canto chi definisce dissennato qualcuno se non il pensatore in grado di argomentare? che cos’è la follia se non l’antagonista della ragione?
Eppure filosofia a follia sono legate fin dalle origini, ma in tutt’altro senso rispetto a quel che potrebbe sembrare “normale”. Anzi, è proprio quella normalità che viene messa in discussione, se è vero che il filosofo tende a scardinarla fin dalle fondamenta, per gettare una luce straniante sul mondo, sulle cose, sulla realtà.
Già nell’aneddoto di Talete – il “primo filosofo” – che mentre osserva gli astri cade in un pozzo, è iscritta la stranezza originaria del pensiero filosofico: la serva tracia lo prende in giro perché mentre guarda in su (altrove), egli non vede quel che ha davanti a sé. Il sapiente fin dalle origini non ha i piedi per terra, ma la mente tra le nuvole, e da lì – straniato – guarda il mondo.
Continua a leggere “Il volto e il corpo dell’altro – 3. Follia, (a)normalità, istituzioni totali, antipsichiatria”

Quinto fuoco: toccati dall’ignoto

houseofcards-710x362

Massa e potere di Elias Canetti è un testo unico nel panorama culturale, letterario e scientifico del ‘900, così com’è unico il suo autore (che scrive tra l’altro un unico romanzo, Auto da fé, considerato uno dei più rilevanti del secolo). Non è un saggio di sociologia, né di psicologia o di antropologia, e nemmeno può essere considerato un testo storico o filosofico (di filosofi non ne vengono praticamente citati): pur tuttavia si fa ampio riferimento a racconti etnografici così come a referti clinici, a casi storici (spesso poco noti), alla zoologia, all’etologia – anche se non vi è nessuna di queste discipline a prevalere. Massa e potere non ha in sostanza un taglio specialistico, e rimane un testo inclassificabile – cosa che ne fa senza dubbio aumentare il fascino e l’interesse.
Leggerlo è un’esperienza quantomai “straniante”: al termine ogni nostro più piccolo gesto ci apparirà sotto tutt’altra luce (da questo punto di vista lo ritengo filosofico nel senso più alto: massima gioia conoscitiva e disagio e angoscia crescenti nel progredire spiazzante della conoscenza di sé).
Potremmo dire che quella di Canetti è una ricerca di tipo “genealogico”, che va alle origini, alle spalle, alla base delle nostre pulsioni più profonde: massa e potere non sono solo concetti o “astrazioni”, ma il modo in cui i nostri corpi agiscono e interagiscono.
Continua a leggere “Quinto fuoco: toccati dall’ignoto”

Profanare i dispositivi

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
Continua a leggere “Profanare i dispositivi”

I lager della ragione

Qualche giorno fa mi sono imbattuto nella parola totalitarismo per almeno 3 volte nel giro di 24 ore. Certo, a un filosofo della politica o a uno storico capiterà anche più spesso di incappare in un’espressione così novecentesca (e così abusata), e però così profondamente reale nel descrivere quei fenomeni di statolatria che hanno avvelenato la nostra storia recente. Ma veniamo alle 3 occasioni:

-leggo un amico virtuale in rete lamentarsi della rete e dire che la rete è totalitaria (faccio notare che si tratta di un iperconnesso compulsivo come me – io però lo faccio per lavoro e, molto più piacevolmente, a causa di questo blog; mi concedo poi qualche sollazzo da perditempo su facebook, che è un po’ come giocare a carte, e dunque, a prendere per buona la tesi di Schopenhauer a proposito del gioco delle carte, per proprietà transitiva prova fondata dell’umana condizione di noia; mentre di quel mio amico, che è però un amico virtuale, e dunque l’abuso stesso della parola amico, francamente non saprei dire);

Continua a leggere “I lager della ragione”