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Amnesia

martedì 12 marzo 2013

Amnesia_Carmelo_caracozzo

Nell’imminenza dell’anniversario del disastro di Fukushima, ho visto qualche giorno fa un documentario che da una parte evocava le terribili immagini di due anni fa dell’onda nera che travolge tutto, e dall’altra trasmetteva alcune interviste a cittadini giapponesi a proposito di memoria, oblio, ricostruzione. Si chiedeva in particolare agli intervistati che cosa pensassero della nave-relitto da lasciare sulla terraferma, come memento a scongiurare future sciagure.
C’era (se non ricordo male) un contadino, che rispondeva che lui era per rimuovere quella nave-simbolo, così come occorreva rimuovere il dolore della distruzione e il passato, condizioni indispensabili per poter guardare al futuro.
Questa ambivalenza della memoria – non dimenticare per non ripetere gli errori, e però necessità di oblio, pena la paralisi della vita – è ricorrente in tutte le vicende umane, sia collettive che individuali. Senza voler biologizzare troppo, credo che in parte funzioni così anche la storia delle specie (lunga linea del Dna con un bel po’ di vicoli ciechi).
Si tratta insomma di una vera e propria anfibolia – un essere presi tra due fuochi, senza poter decidere per l’uno o per l’altro, un po’ come succede nella dialettica trascendentale kantiana. Io personalmente opto sempre per la memoria e per la mente ingombra e pensosa, piuttosto che per la spensieratezza e smemoratezza. Vorrei poter obliare, anzi in talune circostanze vorrei essere affetto da amnesia (chi, sano di mente, non vorrebbe cancellare il nome “Berlusconi” dalla propria mente?), ma non ci riesco, anche se so che la memoria è selettiva e spesso funziona a corrente alternata. Ma so anche che da qualche parte c’è un impulso vitalissimo che chiede di sgombrare il campo, di fare piazza pulita  e di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.
Ruggente ed impietosa vitalità – troppo somigliante, però, a quell’acefala, indifferente e cieca onda nera.

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