Posts Tagged ‘gaber’

Una quasi misantropia

martedì 1 agosto 2017

Non è propriamente odio per il genere umano e nemmeno il nichilistico cupio dissolvi lingottiano del cos’aspettate ad estinguervi tutti quanti? No, non si tratta di questo, anche se non posso nemmeno dire di amare incondizionatamente il genere umano come lo amavo un tempo (potrei dire, dunque, che si tratta sempre più di un amore condizionato). È solo che dopo mezzo secolo abbondante (55 anni meno 48 giorni, per la precisione) di frequentazione assidua – e di attività e lavori che mi hanno costantemente esposto ad avere platee pubbliche – sono diventato intollerante nei confronti di folle, masse, fiumi di gente, popoli e moltitudini. Pure di slogan e cortei (dopo averne frequentati parecchi).
Diciamo che più che misantropia registro una vera e propria dissociazione dal genere umano nella sua attuale versione antropologica, forma che un tempo pensavo potesse essere facilmente trasformabile e riplasmata, del che sono ormai costretto in gran parte a ricredermi.
Ovviamente so di correre il rischio di commettere una sorta di sineddoche (o sarà una metonimia?), ovvero una generalizzazione dei vizi contemporanei e in ispecie di quelli occidentali e in ispecie ulteriore di quelli italici. Ma la grande omologazione che da alcuni decenni plasma le coscienze e i desideri umani è già andata oltre ogni più nefasta previsione.
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Rapporto 2.0

giovedì 3 aprile 2014

Sinapsi_Mauro_Bonaventura

Immagino si tratti di una semplificazione, ed un neuroscienziato avrebbe forse da ridire, ma mi pare di poter sostenere che il cervello sia essenzialmente fatto di sinapsi – di giunzioni e di impulsi – e che la mente funzioni come una rete parecchio sofisticata di relazioni: insomma, rapporti e rapporti. Rimane ancora (e forse lo sarà per un bel po’) problematico capire che rapporto ci sia tra i due piani, e quanto la mente sia riducibile alla sua base neurofisica – ancora di “rapporto” si tratta. La nostra attività essenziale parrebbe così quella di istituire rapporti, relazioni, connessioni (o, eventualmente, di disfarli: ma anche in negativo stabiliamo pur sempre rapporti).
Questo breve rapporto pseudoscientifico introduce al rapporto che l’altro giorno si è stabilito tra due fatti che mi sono occorsi e dove il termine “rapporto” – di nuovo – era centrale: stabilirò dunque un rapporto tra due fatti attinenti al concetto di rapporto. Un rapporto al quadrato.

Primo fatto: dopo aver visto un film – Il paese delle creature selvagge – nel corso di un cineforum che ho organizzato in collaborazione con le scuole, alla domanda che rivolgo “qual è secondo voi, in una parola, l’elemento essenziale di questo film”, un bambino se ne esce con la parola: “il rapporto”. Non c’è purtroppo stata l’occasione di approfondire (non era facile gestire un dibattito con 200 bambini di 10-11 anni), ma il dito puntato era chiarissimo: il caleidoscopio emotivo umano (che è poi il filo conduttore di quel film, peraltro bellissimo) ha al suo centro proprio la forma e la sostanza del “rapporto” che si può stabilire (o non) tra umani.

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Il grillo che c’è in me

mercoledì 6 marzo 2013

Grillo-piglia-tutto-la-piazza-della-sinistra-lo-slogan-del-Msi_h_partb

“Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così, lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo”.

Potrebbe sembrare strano che per ragionare su quel che sta avvenendo in Italia a ridosso delle ultime burrascose elezioni politiche, si debba addirittura scomodare Hegel. Eppure non è casuale, dato che proprio della razionalità politica si tratta. Il celebre brano che ho trascritto sopra, tratto dalla Fenomenologia dello spirito, schizza per sommi capi quel che succede quando un mondo, un’istituzione od anche una costellazione di significati crollano, e ancora non se ne sono presentati altri con chiarezza all’orizzonte. Hegel rappresenta con linguaggio ed efficacia straordinari il senso di vertigine, di incertezza, persino di sacro terrore che accompagna tali processi.
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Se Milano

sabato 14 maggio 2011

Se non fosse diventata la capitale immorale d’Italia.
Se non fosse diventata la città più triste d’Italia.
Se la sua illuminata borghesia non si fosse rivelata come la più ottusa e oscena delle borghesie.
Se il suo proletariato di ieri – un tempo progressivo – non si fosse fritto il cervello.
Se il suo vero proletariato di oggi – caotico e multilingue – non fosse escluso dalla cittadinanza e dal voto.
Se non fosse diventata la città della ferocia anti-rom.
Se non fosse antropologicamente diversa.
Se la ‘Ndrangheta non l’avesse ghermita come un cancro alla gola.
Se la Compagnia delle Opere non l’avesse ghermita come un cancro alla gola.
(chissà quale delle due è peggio, e chissà che non sia un unico male)
Se l’Unico Vero Cancro e Valore – i dané – non l’avesse devastata con le sue metastasi.
Se la sinistra non avesse smesso di fare la sinistra.
(e se anch’io, che mi ritengo di sinistra, non mi fossi ritirato in campagna)
Se la Milano da bere, la Milano da pippare, la Milano modaiola, la Milano creativa (di cazzate) non fosse diventata l’unica Milano.
Se i poveri bimbi di Milano non fossero così soli (e così pochi).
Se avesse ancora un senso, urbanistico architettonico estetico, e non fosse diventata una città senza capo né coda, senz’anima, pronta a farsi divorare dal lucroso affaire dell’Expo.
E se…
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I peli del bene

lunedì 20 dicembre 2010

Siccome si avvicina Natale, voglio essere cattivo. E così oggi mi dedicherò al dileggio di quello che Zagrebelsky definisce lessico della carità. Voglio, in sostanza, parlar male del bene.
C’è un aggettivo che qualifica alcune parole di questo lessico, proprio per metterne in dubbio e revocarne il disinteresse: peloso. Perché si dice di una carità o di un atto di generosità che sarebbero “pelosi”? Al di là dell’etimologia dubbia dell’espressione (e della pluralità dell’uso figurativo del termine pelo, spesso negativo), la pelosità di un comportamento sembra alludere al contrasto tra ciò che appare e ciò che è, o più precisamente alla presenza di aspetti che rompono il lindore e la purezza di una superficie, e all’imprevisto spuntare di elementi filiformi laddove non ce ne dovrebbero essere – come quando si dice avere il pelo sul cuore o sullo stomaco o, per contrasto, non avere peli sulla lingua.
Vorrei qui avvicinare la peluria del sospetto ad alcuni nomi (prima ancora dei relativi concetti), sovra- (o male-) utilizzati nella nostra epoca. Gustavo Zagrebelsky vi ragiona nel suo recente pamphlet Sulla lingua del tempo presente, con riferimento all’attuale scena politica italiana, dominata com’è noto dall’ideologia berlusconiana: oltre a “scendere in campo”, “contrattare”, “mantenuti”, “fare”, “tasche”, spiccano nell’elenco le parole amore e doni. Aggiungerei gli affini volontariato, bene, carità, buone azioni. Intendiamoci: sono nomi che alludono a idee e concetti con una storia ed uno spessore tali da risultare irriducibili ad una qualche definizione o semplificazione. Di ciascuno bisognerebbe quantomeno tracciare una genealogia. Ma forse il problema sta proprio qui: nello svuotamento di quei termini e nella loro esibizione (e sovraesposizione mediatica, dunque retorica e sofistica) finalizzata a tutt’altri scopi. Quasi una metabasi in altro genere, un uso improprio e fuori contesto.

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Io se fossi Cattelan

sabato 16 ottobre 2010

Dante Alighieri faceva squadrare “amendue le fiche” dal ladro pistoiese e “bestia” Vanni Fucci, nientemeno che in cospetto della divinità (Inferno, XXV 1-3).
Svariati secoli dopo, Giorgio Gaber della divinità avrebbe voluto assumere addirittura il punto di vista, al fine di fustigare politicanti di destra, di sinistra e di centro.
Oggi – segno dei tempi – c’è il dito di Maurizio Cattelan, quel dito medio che in realtà è il residuo di una mano cui hanno mozzato le altre quattro dita, che oltre che drizzato contro finanzieri e borsaioli, nonché spacciatori globali di crisi – com’è ora in piazza Affari a Milano – mi piacerebbe vedere altrettanto eretto di fronte a… beh la lista è davvero lunga, potenzialmente infinita… si potrebbe cominciare da qualche ministro…

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La gioiosa immanenza di Gaber

martedì 10 agosto 2010

(Avevo la testa piena di cose e di pensieri. Accumuli in procinto di deflagrare.  Una fatale precipitazione prima della sospirata, e però tardiva, vacatio estiva. Quell’affollarsi convulso e compulsivo che necessita di repentino svuotamento. Pena la paralisi. O la pazzia.
Poi, d’un tratto, mi viene da canticchiare una canzone. “Da solo, lungo l’autostrada, alle prime luci del mattino…”.

Niente come L’illogica allegria gaberiana rappresenta meglio, in questo momento, la tonalità emotiva con la quale abbandono le stanche ed estenuate terre padane, per approdare alla mia immobile isola incantata. Sempre se gli dèi vorranno.
E sto bene. Ora. Qui.
Nel mio luogo naturale.
Che è poi ogni luogo.
Nel mio tempo naturale.
Che è poi ogni tempo.
Un insulso e solitario sentire,  che è però l’affacciarsi sulla balaustra da cui, forse, poter contemplare l’eterno.
Sì, io sto bene, proprio ora, proprio qui).

***

Da solo lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino…
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino…

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