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Non siete Stato voi

sabato 21 luglio 2012

(domani andrò a Genova per fatti miei; ciò non toglie che ne approfitterò per ripercorrere alcuni tratti della moltitudinaria manifestazione cui partecipai 11 anni fa, sostare in Piazza Alimonda e passare davanti alla scuola Diaz. E per sputare sullo Stato di cui parla Caparezza nel video qui sotto)

Non siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i detenuti.
Non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate
prese a calci come sacchi di rifiuti […]
Non siete Stato voi col busto del duce sugli scrittoi
e la costituzione sotto i piedi.

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Irremissibile

martedì 24 aprile 2012

Il film di Vicari che ricostruisce i fatti della Diaz del G8 di Genova, cioè la cronaca della “piu’ grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla Seconda Guerra mondiale”, si apre con la moviola di una bottiglia che va in frantumi – senonché la scena torna indietro, e i cocci vanno lentamente a ricomporsi, a sottolinearne l’impossibilità.
Al di là della sua funzione narrativa (il gesto contingente che pare fornire l’alibi per scatenare la furia poliziesca), quella bottiglia che va in pezzi mi pare simbolizzare le molte fratture che in quei giorni si generarono.
Dei corpi e delle menti di tutti coloro che finirono nel macello, in primo luogo.
Dei diritti civili, dei diritti umani, della dignità individuale.
Delle garanzie costituzionali e della eguaglianza dei cittadini.
Del tessuto istituzionale della “repubblica democratica”.
Della giustizia – violata da processi che non condanneranno nessuno.
Della verità – che il parlamento ha più volte dichiarato di non voler nemmeno cominciare a indagare.
Del movimento contro la dittatura neoliberista (che aveva ragione ieri, e ancor più oggi) – cui è stata inferta una ferita indelebile.
Così come il vetro che si frantuma non può più essere ricomposto – tutte quelle ferite costituiscono un gigantesco vulnus che non si è mai richiuso in questi undici anni.
E che né può né deve essere richiuso, finché i nazisti in divisa (e i loro mandanti in doppiopetto) saranno ancora in circolazione, finché i campi di concentramento per immigrati rimarranno aperti, finché le parole che evocano la dignità delle persone resteranno parole.

(Mi è poi venuto da pensare, mentre paralizzato sulla poltrona guardavo il film e riconoscevo il clima che si respirava in quei giorni, che quasi non pare casuale che il macello si sia consumato in una scuola, uno degli ultimi luoghi di resistenza del comune).

Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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