Posts Tagged ‘gesù cristo’

L’eco della cinciallegra

sabato 30 giugno 2012

(Da qualche tempo mi frulla per la testa l’associazione tra filosofia e teatro: la discussione filosofica come drammatizzazione teatrale; il dilemma circa la verità come gioco di ruolo e delle parti; l’illusione puramente rappresentata di giungere a una qualche verità – ovverosia, la sua messa in scena; l’uscita da teatro come un ritorno filisteo alla vita che mediamente arranca; ed infine la vita stessa, come la filosofia, che è sogno. Teatro nel teatro…)

Mi ritrovo a Bose, senza sapere chi e di che cosa si parlerà. Mi ci ha trascinato un amico, che c’era stato tempo fa, il quale ha evidentemente ritenuto che dovessi andarci almeno una volta.
Massimo Cacciari era l’ospite d’onore – il grand’attore della messa in scena – invitato a parlare del senso epocale del cristianesimo (e dunque della sua possibilità). Enzo Bianchi, il generoso padrone di casa (il regista, suppongo).

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Umano, troppo umano

sabato 23 aprile 2011

Nonostante – o forse proprio grazie a – la mia radicale e irreversibile scristianizzazione, rimango sempre molto colpito dalla passione di Gesù Cristo. E non solo per la passione in sé – quel patire estremo, che è un lungo percorso di condivisione del dolore e della morte, ciò che ha reso interessante e popolare la religione cristiana, proprio perché profondamente umana – ma perché la narrazione evangelica di quella passione raccoglie in sé una sorta di summa delle passioni umane, una vera e propria passione delle passioni, un catalogo degli affetti da far quasi invidia a Spinoza.
Prendo ad esempio il vangelo secondo Matteo, cui sia Pasolini che Bach si sono ispirati per restituirci, in forma diversa, visiva e sonora, delle rappresentazioni mirabili di quella narrazione. La vicenda ha naturalmente un suo fascino (come tutte le tragedie) perché termina con un necessario spargimento di sangue: tutto è pre-scritto e corre verso il precipizio, ogni attore ed ogni elemento vi concorre (il sinedrio, il potere romano, il tradimento, il processo, le masse aizzate, l’offrirsi come vittima innocente, ecc.). Ma al di là di questo, trovo forse ancor più interessante il continuo palesarsi delle passioni che muovono i vari protagonisti.
Me ne sono reso conto per la prima volta ieri, rileggendo i capitoli 26 e 27, giusto per prepararmi all’ascolto dell’omonima Passione di Bach, un vero gioiello della musica barocca, di scena tutti gli anni (alternata a quella secondo Giovanni) all’Auditorium di Milano.

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Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi

venerdì 8 gennaio 2010

Mi ritrovo sempre più spesso a raccomandare ai ragazzi che frequentano la biblioteca dove lavoro, di cercare di essere più generosi. Lo trovo più importante di qualsiasi altra predica, anche perché può essere facilmente comunicato attraverso la prassi e l’esempio (con il che, però, ci si espone ad una precisa responsabilità e ad una facile verifica sul campo). Intendo quel termine – generosità – in maniera un po’ generica: una disposizione di apertura al mondo in senso lato, intesa a volersi mettere in gioco, a dare senza necessariamente ricevere nulla in cambio. Un flusso che va dall’interno all’esterno e che richiede di essere pronti ad impiegare se non addirittura a “sprecare” i propri talenti. Forse il termine che più si avvicina a quel che intendo è il francese dépense, concetto utilizzato ampiamente da Bataille (e traducibile all’ingrosso con un bruttissimo “dispendio”, oppure, con un giro di parole, “non badare a spese”), volto ad indicare quella sfera pulsionale contraria alla dinamica dell’utile e dell’accumulazione (non solo capitalistica).
Nel caso però dei giovani cui mi rivolgo (che sono determinati e in carne ed ossa, e non i rappresentanti generici dell’intera quanto fumosa generazione dei 12-20enni), si tratta ancor più di invitarli a vincere l’inerzia e la pigrizia da cui sono costantemente attanagliati, dovute più che al possesso delle cose accumulate, al loro uso/abuso, e forse anche alla mancanza di esempi convincenti. Prede anche loro, come tanti adulti, di una sorta di diffusa e sistematica accidia – uno dei sette vizi capitali, se non erro!
Sì, perché chi dovrebbe insegnar loro la “generosità” – la disposizione positiva nei confronti del mondo, lo spendersi, l’uscire da sé, l’ampliarsi, l’entrare in relazione, ancor prima del “donare” – è sempre più spesso a sua volta attanagliato da una sorta di sentimento contrario, anche se non simmetrico, che Spinoza identifica in maniera molto precisa nella sua Etica e che definisce abjectio.
La difficoltà sta da una parte nel tradurlo in qualcosa di concettualmente comprensibile per noi adulti (molto meno per loro che ancora non lo sono, né vorrebbero esserlo mai), e dall’altra nel metterlo socialmente ed eticamente alla prova all’interno del discorso che sto qui imbastendo. Ma partiamo dal testo, come sempre, e ricominciamo dall’inizio.

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Proprietà, deiezioni, deviazioni

venerdì 18 settembre 2009

SerresNel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese Michel Serres delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di appropriazione. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, esistenti in quanto insediati in un luogo, sono di questo “proprietari” o “affittuari”. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi Homo sapiens, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto “naturali”: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo – dall’urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.
Questo marcare (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine “duro“, cioè secondo la terminologia utilizzata dall’autore attinente alle forze fisiche, all’energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia ominescente della specie fino alla modalità “dolce” dell’epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi – quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.

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Quando ero cristiano…

domenica 12 aprile 2009

locandinajcsuperstar_feb2005

Andrebbe aggiunto al titolo: e sottolineo quell’ero, anche se periodicamente mi vengono dei dubbi proprio sul tempo imperfetto. Per una certa fase della mia vita, anche se breve, lo sono stato, certo, e anche in maniera profonda e convinta. Ho bazzicato chiese e raduni, condividendo linguaggi, fedi, convinzioni, speranze. Poi, nell’ultimo quarto di secolo, ho proceduto ad una inesorabile scristianizzazione della mia vita, quasi si trattasse di estirpare erbacce o di eliminare tossine dal mio corpo. Prima ero cristiano, cioè superstizioso, poi sono cresciuto e ho cominciato a ragionare con la mia testa.

Rimane il fatto che non si può uscire dalla propria epoca – è ancora Hegel ad illuminarci con le sue puntuali metafore – più di quanto non si possa cambiar pelle… Come dire: le strutture profonde, e spesso inconsce, della cultura, del linguaggio, del Dasein, ci inchiodano ad un modo di essere del quale non si può disporre a piacimento. Volenti o nolenti, qualcosa di quel complesso che definiamo “tradizione” si è depositato per sempre nelle nostre testoline, e, per quanto noi la rifiutiamo, espungiamo e vomitiamo fuori, un po’ di scorie e di residui restano depositati da qualche parte. E anzi questi “resti” del passato si intrecciano talvolta così inestricabilmente coi nostri vissuti, che non è più possibile reciderli o scrostarli del tutto. In definitiva: non sarei quel che sono senza quella parentesi cristiana. Non dico che sarei migliore, o peggiore; sarei solo diverso.

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