Posts Tagged ‘giustizia’

Filosofia della brutalità

martedì 1 dicembre 2015

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Sono sempre più convinto che l’unica vera risposta alle questioni poste alla conferenza sul clima di Parigi stia in una sorta di filosofia brutale, crudele, cinica: la natura, il pianeta, il clima, la vita se ne fottono degli umani – mentre appare evidente come non possa valere l’inverso.
Ecco, nella brutalità del nostro non contare un cazzo nell’economia dell’universo (altro che figli di dio, disegno divino, fine e scopo della creazione, con tutte le affini sciocchezze filate dal nostro cervello!) – in questa urgente presa di coscienza della stupidità di un antropocentrismo cieco e supponente, vedo l’unica debole possibilità di sopravvivenza della specie. Sopravvivenza per qualche tempo supplementare, s’intende, mica per sempre.
E sarei per cominciare ad insegnare questa brutalità della filosofia (o filosofia della brutalità) fin dall’infanzia. Giusto per aggiustare il tiro in tema di narcisismo e di future generazioni. E per tornare a dare un senso e una misura ai concetti di verità, giustizia e libertà. E a tutto il resto, a seguire.

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Verità minori

giovedì 6 giugno 2013

egon_schiele_003Già filosofi meno pretenziosi e umili come Lessing dichiaravano di accontentarsi di verità minori a fronte dell’Unica Verità Maggiore (e a Lessing mi ha fatto pensare l’apologo della compianta Franca Rame, narrato postumo dal suo compagno di una vita). L’Unica Verità Maggiore appare poi risibile, ma soprattutto inutile (come per sua natura non può non essere), accanto a verità minori – ma dovute e necessarie – quali quelle richieste da un corpo martoriato di un giovane concittadino che entra vivo ed esce morto dalle spire dello Stato. E la cui verità (sempre minore) esce ora di nuovo stritolata e negata dalla kafkiana Macchina della Giustizia.
Resta il fatto che l’immagine quantomai vera e vivida del volto tumefatto e devastato di Stefano Cucchi – che però non mi sono sentito di esporre – è lì ad interrogarci.

Né mafia né capitale

mercoledì 23 maggio 2012

Non intendo oggi celebrare Giovanni Falcone insieme ai sepolcri imbiancati.
Lottare contro la mafia significa lottare contro il sistema antico delle ingiustizie, contro il capitale, contro le cosche legali e illegali che vampirizzano le energie umane e naturali, che devastano i territori, che accumulano ricchezze, che costruiscono gerarchie.
Significa dunque, innanzitutto, apologia del conflitto sociale. Perché nessuna giustizia ci sarà mai senza eguaglianza e redistribuzione.
Ecco perché quelli con cui voglio celebrare non sono i pupazzi in doppiopetto, ma i contadini di Portella della Ginestra, i sindacalisti come Placido Rizzotto, i comunisti e gli antagonisti come Peppino Impastato e Mauro Rostagno – e, certo, tutti coloro che hanno rischiato o perduto la vita anche solo per avere affermato i principi della legalità costituzionale.
Ma dietro la forma della democrazia occorre sempre ricercare la sostanza della giustizia sociale.
Una legge ed un sistema giuridico che difendono illimitatamente l’illimitata accumulazione delle ricchezze, per quanto scevri da infiltrazioni mafiose, sono forse per questo una buona legge ed un buon sistema?
E comunque la storia del capitale ci insegna che il confine tra legale ed illegale è quantomai labile.
Insozzato una volta per tutte dal luccichìo dell’oro.

Si par hasard

sabato 21 aprile 2012

Canticchio da qualche tempo una certa canzone di Georges Brassens. A ricordarci ogni tanto che siamo schiacciati tra terra e cielo, e che per quanto ci eleviamo siamo destinati, prima o poi, a precipitare. E a finire inesorabilmente sotto due metri di terreno. O a rivolare con lo stesso vento che ci ha portato da queste parti, cenere alla cenere.
Ma le parole di Brassens son più precise e ficcanti, soprattutto meno roboanti. E disegnano la scena con gusto divertito e un po’ spaccone. Preferisco quindi, meno esistenzialisticamente e più anarchicamente, sbatterle sul muso di chi si crede chissacchì, dei palloni gonfiati, delle gran dame altezzose, dei probi che stanno sulla cresta dell’onda – dei fâcheux, dei seccatori, degli stronzi e dei rompicoglioni. Poiché il vento se ne frega dei loro orpelli e della loro boria – è lui il vero borioso, e mentre fa volare gonne e cappelli, soffia forte in faccia ai potenti (anche quelli di piccolo calibro, che talvolta sono i peggiori) i suoi sberleffi. Perché lui è veramente maraud. Briccone, imprevedibile, marrano.
E allora c’è da augurarsi che il medesimo vento soffi forte in questi giorni sulle terre di Francia, e di riflesso sull’Europa, fino a lambire il nostro stanco 25 aprile.  E che furibondo si metta ad arruffare alberi, depredare tetti, sollevar vestiti. E allora sì che ce la rideremo di gusto: e io trovo – come canta il poeta francese – che sia semplicemente giusto.

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Introduzione alla filosofia – 2. I “giganti”: Socrate, Platone, Aristotele

lunedì 21 febbraio 2011

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti
così che possiamo vedere più cose di loro
e più lontante, non certo per l’altezza del
nostro corpo, ma perché siamo sollevati
e portati in alto dalla statura dei giganti

(Bernardo di Chartres)

Socrate non è una dottrina, è una vita
(A. Banfi)

Mi tremano le vene dei polsi se penso che dovrò parlare, in poco più di un’ora, di Socrate, Platone, Aristotele – cioè delle tre figure più influenti, nel bene e nel male, di tutta la filosofia occidentale.
Comunque ci piazzeremo comodamente come nani sulle spalle dei tre “giganti”: la celebre metafora, che risale al filosofo medioevale Bernardo di Chartres, illustra chiaramente la situazione nella quale ci troviamo quando ci confrontiamo con la tradizione (sia essa quella di artisti o pensatori, così come della specie più in generale). Rispetto, riverenza, imbarazzo, persino impotenza (hanno già detto, fatto e pensato tutto loro!) – ma, anche, la capacità di essere fortunati e di poter guardare più lontano. Oltretutto è un’immagine particolarmente calzante per i tre filosofi di cui parleremo, dato che gran parte delle questioni filosofiche e dei relativi termini, l’idea stessa di discussione filosofica, una certa figura di filosofo, nascono proprio con loro.

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Scostituzione srepubblicana

sabato 24 aprile 2010

(1) L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Precario, flessibile, malpagato, sfruttato, alienato, parcellizzato, screditato, ricattato, infortunato, ucciso, evaporato…

(2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.
Come no? Aprendo campi di concentramento graziosamente nominati Cpt o Cie.

(3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.
(risate scomposte e prolungate…)

(7) Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Peccato che la seconda, con la scusa della “sovranità morale”, finisca sempre per allargarsi e tracimare (che poi, di questi tempi, è una sovranità piuttosto screditata…)

(9) La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Com’è dimostrato dallo stato della ricerca scientifica in questo paese e della grande stima di cui gli uomini e le donne di cultura godono, specie se paragonata a quella di soubrettes e calciatori.

(9) Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sempre al primo posto nei pensieri di tutte le amministrazioni degli ultimi 50 anni…

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