Posts Tagged ‘goya’

Pulsa la fobìa

lunedì 13 giugno 2016

goya-el_sueno_de_la_razonDa una prima ricostruzione psico-comportamentale, pare che il cittadino americano che a Orlando, nel locale gay Pulse, ha ucciso cinquanta persone e ne ha ferite altrettante, fosse mosso da furia a causa di un bacio omosessuale. Al di là dell’incomprensibilità del movente (come può un gesto d’amore scatenare la furia omicida?), è chiaro come nella mente di questo ventinovenne si siano affollati tutti i mostri della nostra epoca, che riguardano tutte le società, occidente compreso: omofobia, misoginia, patriarcato, suprematismo, fanatismo, razzismo, violenza e ideologia delle armi, militarismo, narcisismo (persino il selfie prima della strage). L’antidoto può essere uno solo: vincere i mostri – le fobìe – che il sonno della ragione, sempre, scatena. Un illuminismo realizzato, plurale e solidale.

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Prima parola: guerra

lunedì 20 ottobre 2014

FranciscoGoyaLosdesastresdelaguerra

Ci sono almeno 3 ragioni che mi hanno indotto ad inaugurare il nostro Gruppo di discussione 2014/15 con il tema della guerra (l’unico che non era stato suggerito dal gruppo precedente). La prima è di tipo locale e contingente: qui a Rescaldina, per volontà di alcune associazioni e della nuova amministrazione comunale, si sta riflettendo sul tema della pace, attraverso un itinerario di incontri e di iniziative che proseguirà anche nelle prossime settimane. Solo che la parola-chiave di questa sera non è “pace”, ma “guerra”. La scelta non è casuale. Veniamo quindi alla seconda ragione, di tipo globale: è evidente come la guerra sia ancora l’orizzonte generale delle relazioni internazionali, la modalità attraverso cui, in ultima analisi, la politica gestisce i conflitti (dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Ucraina ad altri scenari più periferici e, spesso, oscurati dai media). Infine, questo incontro è per me l’occasione di fare il punto sul rapporto tra filosofia e guerra, dato che proprio 30 anni fa, nell’incontrare la filosofia, cominciavo a riflettere sulle dinamiche militariste e sull’antimilitarismo come teoria e prassi di ampio respiro.

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Le candide camicie della razza

martedì 20 Mag 2014

IL-SONNO-DELLA-RAGIONE1La differenza tra me e un tizio – che so – di Forza Nuova?
Che io non mi vergogno affatto di dichiararmi comunista, anzi lo rivendico. Il comunismo è una bellissima idea, una delle più belle che mente umana sia riuscita a concepire – e il fatto che sia stata irrealizzata, tradita, lordata, fraintesa non inficia per nulla la sua lucente bellezza.
Il tizio di Forza Nuova avrà qualche problema in cuor suo (nel suo cuore nero) a dire la stessa cosa del nazifascismo. Chi – sano di mente – può dire che il nazionalismo hitleriano o mussoliniano siano state buone e belle idee? E infatti svicolerà (almeno ufficialmente), dichiarandosi né di destra né di sinistra, e che lui anzi con quelle faccende non c’entra più nulla, e indosserà la camicia bianca, ad indicare la sua verginità e purezza. La purezza della razza. Della patria. Della nazione. Della famiglia. Cose nuove di zecca, naturalmente. Forze e idee nuove.
Però: l’idea del comunismo (bellissima) rimane chiusa in soffitta o in qualche forziere sotto terra, mentre invece le immense cazzate prodotte dal sonno della ragione sono sempre pronte ad infestare le menti e le società.

Pòlemos, sempre lui, il maledettissimo padre-padrone di tutte le cose

sabato 7 settembre 2013

FranciscoGoyaLosdesastresdelaguerra

È da almeno un trentennio che rifletto e mi angoscio – insieme ad altre e ad altri, non certo in solitudine – sul fenomeno-guerra e sulla sua sostanza. Ve n’è un  riflesso anche su questo blog, dove sono andato archiviando scritti più o meno sistematici (miei o di altri) che risentono della temperie di questo passaggio di secolo (e di millennio). Dalla politica muscolare di Reagan e dal rambismo degli ’80, passando per le guerre del Golfo, il macello balcanico, il Ruanda e la Somalia, l’11 settembre e le infinite guerre mediorientali – solo per citare quelle più eclatanti: e già il termine “eclatante” (che ho scoperto derivare dal francese éclater, ovvero “scoppiare”, dunque brillare di evidenza per un momento per poi dissolversi), pone un problema, poiché esistono guerre visibili e guerre che non lo sono. Guerre che suppurano in superficie ed altre che ribollono nelle profondità degli inferi socioeconomici; guerre che servono e sono utili al sistema ed altre inservibili – ma tutte ci dicono la nuda e cruda verità ontologica: la guerra è la modalità essenziale delle relazioni politiche globali. Vi è anzi contiguità ed intercambiabilità, se non sovrapposizione tra guerra e politica: non solo e non tanto la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi – come pretendeva Clausewitz –  semmai le due realtà si tengono e sono consustanziali. La guerra è l’essenza del sistema globale, e che non sempre ciò risulti chiaro ed evidente fa parte del suo modo di essere e di funzionare: la pace non è la norma e la guerra non è l’eccezione, è vero piuttosto il contrario.
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Il bagliore delle bombe. Zitti!

venerdì 16 novembre 2012

Se già il filosofo francese Roland Callois criticava Hegel, la cui civetta aspettava la fine del giorno per levarsi in volo, e lo criticava soprattutto per aver rimosso l’evidenza che “la notte dell’intelligenza può essere brutalmente illuminata dal bagliore delle bombe” – figuriamoci che cosa potrebbe obiettare a questo misero (e sedicente) blog filosofico, che continua tranquillamente a produrre chiacchiere (sedicenti) filosofiche, mentre la solita lurida guerra – l’immemore ed eterno pòlemos, il padre di tutte le cose che affligge i viventi e gli umani – bussa alle porte di Gaza, di Israele e del Medio Oriente. Lasciando come sempre un senso diffuso di impotenza (quello che Goya aveva saputo grandemente esprimere nei suoi Disastri della guerra).
Che fare? – è la domanda atroce che risuona e che ritorna come una eco senza risposta.
Qualcosa però possiamo non fare. E dunque per 48 ore questo blog rimarrà sospeso e congelato, non produrrà più chiacchiere (più o meno intelligenti, più o meno scomposte, più o meno urlate o affabili). Se ne starà muto, zitto, silente, agghiacciato. Per 48 ore, a partire da adesso. Dunque non sprecate tempo a scrivere commenti – finiranno tutti nel limbo, nulla apparirà. (E poco importa sapere che ne è del nulla o dell’essere). Fate altro. Meditate. Urlate. Protestate. Pregate. Invocate. Ma non scrivete alcunché.
Qui, per 48 ore, dominerà un silenzio tombale.

Ratio

mercoledì 23 marzo 2011

Solo nei videogiochi
si possono distruggere gli armamenti

senza toccare gli esseri umani.
(T. Todorov)

Il Guernica di Picasso denuncia universalmente una ratio – il lume della ragione – spenta per sempre dalla guerra. Anche Goya ci aveva parlato dei mostri che il sonno della ragione genera, e aveva denunciato i disastri della guerra. Eppure se è vera la celebre definizione di Clausewitz che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi“, pare proprio che la ragione non possa essere espunta dagli scenari bellici, anche perché – prosegue Clausewitz – “la guerra è un atto di violenza il cui scopo è di forzare l’avversario a eseguire la nostra volontà“. A voler poi seguire la lezione hegeliana, lo Stato giunge nella guerra nientemeno che “alla più alta coscienza di se stesso”. Massima ratio, dunque!

Ma la domanda da farsi è se oggi davvero si può pensare che la politica – internazionale o nazionale che sia – abbia davvero una ratio definita e riconoscibile. Certo, le sue azioni e i suoi effetti risultano ancora decodificabili attraverso gli schemi della vecchia logica di potenza (che è poi quella forzosità volitiva di cui parla Clausewitz – a sua volta riducibile all’antica legge di Trasimaco, quella secondo cui forza e legalità si tengono): un dispiegamento di potenza, di violenza, di bios allo stato puro, ma con una sua logica, appunto.

Ora, io faccio fatica ad applicare la categoria di ratio al conflitto in corso in Libia. (more…)

La dittatura delle immagini

lunedì 23 novembre 2009

Che cos’è un’immagine? Questa la domanda a bruciapelo che mi venne fatta dal mio futuro mentore filosofico (che pure oggi fatico a definire “maestro”) durante il nostro primo incontro. Me la fece ridendo, e io non capii se stesse scherzando e balbettai irritato una qualche risposta a caso. Seppi poi che dietro quella domanda c’erano in realtà le sue letture dell’epoca, peraltro irrorate di whisky & birra in abbondanza, di alcuni dialoghi di Platone.
Naturalmente tutto parte da quella chirurgica separazione della realtà tra mondo delle idee e mondo sensibile, che sarebbe stata una delle dannazioni della cultura occidentale. Se la realtà è costituita da gradi di approssimazione al vero, dove il segno meno sta dalla parte delle cose e il segno più dalla parte dei concetti – ciò che è più astratto è in realtà il più concreto, ciò che è apparentemente più impalpabile è invece il più reale – quale sarà lo statuto delle immagini?
Dopo avere stabilito nel libro VI della Repubblica la gerarchia della conoscenza, secondo cui le immagini (eikasìa) e la facoltà immaginativa stanno al livello più basso, Platone torna nel libro X sull’argomento, parlando dell’imitazione come attività essenziale dell’arte. Gli esempi di cui si serve riguardano in particolare la pittura e la poesia, le quali vengono accusate qui non tanto o non solo di essere produttrici di realtà di terzo grado (essendo gli oggetti artistici copie di copie), ma soprattutto di risvegliare ed alimentare un certo elemento dell’anima che, così rinvigorito, rovinerebbe l’elemento razionale (605, b). Poco più avanti questo perturbamento dell’anima viene così chiarito:

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2, 253, 3923, 100.000: i numeri, la ragione e la barbarie

lunedì 9 febbraio 2009

el_sueno_de_la_razon_produce_monstruos

Avrei voluto “festeggiare” con gli amici e le amiche della Botte i 2 anni di attività  (il prossimo 19 febbraio) e le 100.000 visite al blog (ieri) – con 253 post pubblicati e quasi 4000 commenti, giusto per completare i resoconti quantitativi.

Avrei voluto, ma mi pare che non ci sia nulla da festeggiare, specie in questi infausti giorni.

Questo blog aveva fin dalla sua nascita l’obiettivo dichiarato di praticare la filosofia non solo ai fini della interpretazione e della comprensione del  mondo, ma anche, se non soprattutto, in vista di una sua trasformazione – tanto per citare il buon vecchio barbone di Treviri.

Credo che la filosofia non se ne debba stare rinchiusa nelle accademie, nei libri o nei monasteri del pensiero, ma anzi debba farsi corpo e sangue del vivere sociale, “stile di vita”, presidio della ragione entro la quotidianità. Non saprei che farmene di un sapere filosofico che – come l’hegeliana nottola di Minerva – dovesse limitarsi a spiccare il volo a sera, quando ormai tutto è accaduto. Sarebbe un volo triste, consolatorio e, tutto sommato, inutile.

Un presidio – dicevo – ancor più prezioso oggi, in un paese dove (per caso) ci troviamo a vivere, che vede una pericolosa avanzata della barbarie, con il suo convergente premere dal basso (razzismo e xenofobia, violenza, egoismo, cinismo, qualunquismo complice) e dall’alto. C’è una classe politica al potere, e nella fattispecie un governo, che ritengo una pericolosa fucina dei peggiori mostri dell’anti-ragione – gli atti di questi giorni contro le nude vite degli immigrati, con quella intollerabile crudeltà che ne vorrebbe fare dei paria sociali (le ronde, la delazione dei medici, la quotidiana caccia al clandestino); il colpo di mano “biopolitico” contro la libertà e l’autodeterminazione dei corpi e dei soggetti, con quell’uso cinico, per non dire sadico, del corpo sospeso tra la vita e la morte di Eluana Englaro, in tutto il suo significato necrofilo e totalitario; lo svuotamento progressivo dei principi costituzionali – sono, questi, gli atti estremi di un processo autoritario in corso che, con l’aggravarsi della crisi economica provocata dal sistema neoliberista, potrebbe avere uno sbocco neofascista. Se ne vedono già alcuni tratti e ingredienti: l’autoritarismo demagogico, l’ossessione securitaria, un’inedita alleanza (o servitù) teocratico-clericale, l’uso sistematico della paura, una riedizione del nazionalismo populista. Mi paiono questi gli orribili pilastri su cui si vorrebbe edificare la nuova struttura politico-giuridica sulle ceneri della Costituzione repubblicana. Se questo non è neofascismo, gli si trovi pure un altro nome, la sostanza non cambia. E del resto è già accaduto, può accadere di nuovo – e a mio parere sta accadendo.

Questo blog – insieme a molte altre voci libere e critiche della rete – è una goccia che vuole contribuire a costruire una qualche forma di resistenza a questa deriva. Ma non servirà a nulla se non concorrerà, nel contempo e nel suo piccolo, a rifondare un nuovo movimento etico, politico e culturale che dia – in prospettiva – uno sbocco alternativo alla crisi. Ne va della libertà di noi tutti e tutte.

***

Chi poi volesse, in conclusione, giusto per smorzare i toni e rilassarsi, può continuare a leggere qui sotto il resoconto più dettagliato dell’attività della Botte:

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MEMORIA, IMMEMORIALITA’, POLEMOS: note a margine della “verità terribile” di Eraclito

martedì 27 gennaio 2009

“Sia come si vuole, sulle acque mosse dall’Oceano
prese a svelarsi la faccia umana; il mare apparve
lastricato di innumerevoli facce rivolte ai cieli;
facce imploranti, irose, disperate; facce che
emergevano a migliaia, a miriadi, a generazioni”.
(De Quincey, Confessioni di un mangiatore d’oppio)

Ciò che in genere più colpisce del discorso sulla guerra è quel tratto di “immemorialità” (e implicitamente di “naturalità”) che si tende ad attribuirle: c’è sempre stata… da che mondo è mondo… se ne ha da sempre memoria... – e dunque, necessariamente, non avrà fine a meno che non abbia fine il mondo. Si fa cioè di un elemento storico e determinato della storia umana – la guerra essendo violenza organizzata, tecnica, strumentale, politica, e non semplicemente il continuum biologico dell’aggressività e della lotta intraspecifica – un dato ontologico immodificabile. Esiste cioè, e precisamente nella tradizione filosofica occidentale, una vera e propria cosmologia e metafisica della guerra che va ancora meglio indagata.
I pensatori greci, e su tutti Eraclito, fanno del pòlemos un vero e proprio elemento fondativo-generativo degli enti e delle loro differenze. Al che la domanda da farsi è duplice: la guerra è davvero un modo necessario ed ineliminabile di funzionamento del cosmo? Da cui segue, se così fosse, il quesito circa una distinzione di vitale importanza, quella cioè tra guerra (distruttiva delle differenze) e conflitto (che oppone ma rispetta le differenze mettendole in movimento).
Per rispondere a queste domande, anzi per verificare preliminarmente che si tratti di domande fondate e ben poste, si deve innanzitutto riprendere in mano il testo di Eraclito, sforzandosi di penetrare quella aura misteriosa e sacrale che li pervade, quell’intrico di immagini allusive e talvolta oscure, e, insieme a tutto questo, l’ormai spessa stratificazione di interpretazioni che vi si sono addossate (già le diverse traduzioni sono a loro modo delle interpretazioni) – ma ciò non toglie che si debba provare oggi ad interrogare ancora quei frammenti, anche perché appare evidente come non ci si sia granché spostati da lì, come se ci fossimo incistati e bloccati sulla soglia di quel domandare originario.

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