Il flâneur

flaneurIl mio primo impatto serio con la filosofia – ne ho già narrato qui – avvenne esattamente 30 anni fa. Ed è indissolubilmente legato ad una persona – Franco Crespi – che da 3 anni non calca più questa terra. Non è un caso che utilizzi questa metafora (una delle tante perifrasi per non nominare la morte), dato che la sua figura è indissolubilmente legata a quella di un tipico flâneur cittadino. Un flâneur in verità un po’ ammaccato negli ultimi tempi, per ragioni di salute e di trascuratezza. Ma mi piace tornare col pensiero a quel 1984, l’anno in cui lo conobbi e in cui mi innamorai follemente della filosofia: lui fu uno dei tramiti seducenti e fascinosi di questo innamoramento che, tra alti e bassi, perdura tuttora, anche se è ormai più un amore consunto e abitudinario, con dei ritorni di fiamma sempre più rari (non è vero che è così, ma mi piace scriverne così, è letterariamente più interessante e romantico).
Ma torniamo alla flânerie crespiana: incedeva per le vie della città col suo metro e ottanta e la sua chioma argentea e svolazzante, gli occhi celesti (che talvolta guardavano chissà dove) e bisognava a tutti i costi percorrere chilometri e chilometri con lui, discutendo di ogni cosa, dato che pensare e camminare erano intimamente legati. Ma non parlo di un camminatore qualsiasi (camminare è anche l’andare ciondolante e svagato in campagna o quello ascendente e da marcia delle montagne – esistono molti camminatori, molti modi di camminare, così come molti modi di pensare), parlo proprio di un flâneur profondamente cittadino e radicato nella metropoli, allo stesso tempo antagonista, incazzoso ma anche sognante ed in perenne movimento.
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Senza alzare polvere

Non c’è modo d’essere più terreni che marciando:
la monotonia smisurata del suolo.

giacometti_uomo_che_camminaSono moltissimi gli spunti che Fréderic Gros ci dà col suo Andare a piedi: filosofia del camminare (anche se è molto più bello il titolo originale, che forse valeva la pena lasciare in lingua anche nell’edizione italiana: Marcher, une philosophie).
Sono molti anche perché è un vero e proprio attraversamento degli attraversamenti, un camminare a fianco di grandi camminatori: da Nietzsche a Rimbaud, da Thoreau a Rousseau, dai cinici ai pellegrini medioevali fino ad arrivare ai flâneurs cittadini, e poi Nerval, Kant, Gandhi, Wordsworth (che è forse stato l’inventore delle passeggiate).
Camminare – lo dice già il titolo – è di per sé un atto filosofico, un elemento del pensiero. La mia esperienza personale mi dice che non c’è quasi pensiero che io abbia concepito o frase che sono andato qui scrivendo in questi sette anni (ma anche prima), che non siano sbocciati nel corso di una marcia, di una corsa o di uno svagato camminare. Condivido pienamente tale sensazione con l’autore francese, il cui testo ha un “valore aggiunto” (mi si perdoni la brutta espressione) proprio perché lui stesso ha molto camminato e fatto esperienza di quel che scrive – ha, insomma, portato a spasso i suoi pensieri, ha fatto prendere loro aria e brillantezza, deponendo così quella brutta sensazione di uno scrivere stantio ed asfittico.
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