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Prima passeggiata filosofica

giovedì 5 ottobre 2017

24-R.Guttuso-Passeggiata-in-giardino-a-Velate

Ogni giorno è raccomandabile iniettarsi in vena o inalare o masticare una dose modica di bellezza – unica sostanza stupefacente e psicotropa che non abbia danni collaterali.
Camminare è una di queste sostanze, e non deve mancare mai. Ma il passeggiare di cui facciamo esperienza oggi è piuttosto diverso dal camminare, dal marciare, dal correre, dal ritmico procedere della quotidianità. È più svagato, e, soprattutto, privo di scopo.
È inutile.
Ogni movimento della nostra giornata corrisponde ad una funzione, ha uno scopo predeterminato, pre-scritto (quasi sempre da altri). Sarebbe interessante mappare questi movimenti – da quelli automatici che facciamo al mattino appena svegli, a quelli della routine, lavoro-ufficio-scuola-università-spesa-incombenze varie, a quelli del tempo libero. Per quanto crediamo di essere liberi, la mappa corrisponde in massima parte (se non totalmente) a binari e fini precostituiti. Ogni movimento è utile, serve a qualcosa, risponde ad un bisogno o necessità o desiderio per lo più indotti.
Questo passeggiare, per contro, deve fuoriuscire dagli schemi, deve essere senza meta, privo di un fine. Non deve servire a nulla – non deve essere servo di nessuno.
Nella mappa della nostra giornata deve corrispondere allo scarabocchio insensato.

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Umano, troppo umano

sabato 23 aprile 2011

Nonostante – o forse proprio grazie a – la mia radicale e irreversibile scristianizzazione, rimango sempre molto colpito dalla passione di Gesù Cristo. E non solo per la passione in sé – quel patire estremo, che è un lungo percorso di condivisione del dolore e della morte, ciò che ha reso interessante e popolare la religione cristiana, proprio perché profondamente umana – ma perché la narrazione evangelica di quella passione raccoglie in sé una sorta di summa delle passioni umane, una vera e propria passione delle passioni, un catalogo degli affetti da far quasi invidia a Spinoza.
Prendo ad esempio il vangelo secondo Matteo, cui sia Pasolini che Bach si sono ispirati per restituirci, in forma diversa, visiva e sonora, delle rappresentazioni mirabili di quella narrazione. La vicenda ha naturalmente un suo fascino (come tutte le tragedie) perché termina con un necessario spargimento di sangue: tutto è pre-scritto e corre verso il precipizio, ogni attore ed ogni elemento vi concorre (il sinedrio, il potere romano, il tradimento, il processo, le masse aizzate, l’offrirsi come vittima innocente, ecc.). Ma al di là di questo, trovo forse ancor più interessante il continuo palesarsi delle passioni che muovono i vari protagonisti.
Me ne sono reso conto per la prima volta ieri, rileggendo i capitoli 26 e 27, giusto per prepararmi all’ascolto dell’omonima Passione di Bach, un vero gioiello della musica barocca, di scena tutti gli anni (alternata a quella secondo Giovanni) all’Auditorium di Milano.

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