Posts Tagged ‘heidegger’

Terra di mezzo

venerdì 31 dicembre 2010

(È l’unico augurio che mi sento di formulare, in questa fine-inizio che periodicamente ci inventiamo, a ricordarci che è solo nel mezzo del circolo e del ciclo eterno delle cose che siamo e consistiamo..)

***

Siamo gettati nel mezzo. L’inizio e la fine – i nostri limiti estremi – sono e restano inintelligibili. Ci immaginiamo che lungo quelle linee – il sorgere e il tramontare di una vita individuale – si nasconda chissà quale mistero o significato. Non solo religioni, teologie e cosmologie, anche la filosofia più disincantata non riesce ad abbandonare il territorio della metafisica individuale: qual è il significato ultimo dell’inizio e della fine? Di ciascun inizio e di ciascuna fine?
Ma è bene ad un certo punto lasciare quelle terre insidiose – i confini che tanto ci tormentano. E con esse, il gioco imperscrutabile delle possibilità e dell’annientamento di ogni possibilità. Per avventurarci nella terra che ci è davvero data – la terra di mezzo. Quella nella quale possiamo giocare una parte, seppur minima. Determinare qualcosa, fosse anche un frammento di realtà o di significato. Il piccolo apporto di una creatura così insignificante come quella di un hobbit: paradosso dell’insignificanza che genera significati!

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Straniamento

martedì 28 settembre 2010

Ma ciò di cui il filosofo si meraviglia
non è lo straordinario, bensì l’abituale
.
(R. Ferber)

Periodicamente occorre tornare alle radici della filosofia. Per lo meno, io sento questa esigenza. Ma credo si tratti di una necessità teoretica, più che di un vezzo soggettivo. A rigore, bisognerebbe farlo ogni volta che si filosofa, ma anche filosofare segue un suo trantran (parola detestabile, che però rende bene l’idea), e pure l’attività noetica più rarefatta può precipitare nella piatta routine della quotidianità e delle sue abitudinarie ricorrenze. E in effetti non è che tutte le volte che si apre un testo, o si scrive o pensa qualcosa, oppure si critica, si discute, si fa lezione e quant’altro, ci si può permettere il lusso di fermarsi, quasi bloccarsi di colpo e chiedersi – ma perché lo sto facendo? che cosa sta alla base di questa mia attività?  Sarebbe un po’ come voler arrestare la vita che fluisce chiedendosi di continuo che cosa essa sia e perché fluisca: che vita sarebbe in tal caso?
Eppure la filosofia, sempre a rigore, funziona esattamente così e, contrariamente alla vita, si arresta e chiede conto di ciò che essa è. Il problema, non piccolo, è che l’interlocutore a cui chieder conto non sta da nessuna parte, o meglio, non può essere altri che se stessa: insomma è il medesimo soggetto che fa le domande e che si dà le risposte, voce nella notte cui solo la sua eco può rispondere. Se lo si potesse chiedere a qualcun altro, questo dovrebbe mettersi a filosofare, e chiedersi perché lo fa, e così via all’infinito.

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Amletismi – 2/bis

martedì 14 settembre 2010

(Trascrivo, in un linguaggio meno esistenziale e più teoretico, anche se altrettanto sibillino e anfibolico, il precedente amletismo).

Come si concilia l’ontologico diritto ad esistere di ogni ente con il pòlemos originario? L’identità con la negatività, l’assertività ontica con la contraddittorietà? Perché il mondo è fatto così e non altrimenti? Non è che, ben diversamente da quel che pensava Leibniz, questo è in realtà il peggiore dei mondi possibili? Heideggerianamente: perché esso è anziché no? Dobbiamo forse concludere – antihegelianamente – per l’irrazionalità del reale?
Domande la cui china scivolosa pare condurci verso un oceano di stoltezze e di insensatezze (le kantiane fole metafisiche) cui, forse, sarebbe meglio contrapporre un poco di sana e perfida ironia…

Madeleines filosofiche

venerdì 21 maggio 2010

Qualche giorno fa, passeggiando in un parco, mi è venuta in mente la Scienza della logica di Hegel. Qualcuno penserà: “ma questo è proprio pirla! con tutte le cose belle che possono venire in mente passeggiando in un parco (a maggio poi!), proprio il testo più arcigno della storia della filosofia è andato a scegliere…”. In realtà non è stato un caso (né, evidentemente, una scelta), si è trattato di una vera e propria madeleine filosofica, anche perché è successa in quel parco con quei profumi e quei colori – dove molti anni fa avevo sudato sette camicie sull’essere e il nulla, la qualità, la quantità, la misura, l’uno e il molteplice, l’essenza, l’apparenza, il concetto…
Non voglio qui nemmeno cominciare ad indagare la base neurologica di quel complesso fenomeno che Proust aveva descritto rievocando il sapore di una madeleine – “conchiglietta di pasta, così grassamente sensuale” –  inzuppata nel té della zia Leonie, nella prima parte della sua immensa Recherche. Del resto non è detto che la biochimica della rimembranza debba per forze di cose essere più precisa e rigorosa, da un punto di vista causale e descrittivo, rispetto alla fenomenologia estetica consegnataci dalla letteratura. Tanto più che un neuroscienziato della levatura di Damasio è costretto ad ammettere che “l’esistenza, nel cervello, di configurazioni neurali dinamiche (o mappe) corrispondenti a un oggetto o un evento, è una base necessaria ma non sufficiente per spiegare le immagini mentali di quell’oggetto o di quell’evento”, confessando con tutta onestà una grave lacuna nel meccanismo che spiega il passaggio dalla materia cerebrale a quella mentale – ignoranza che tuttavia non contraddice “l’assunto che le immagini siano processi biologici, né nega la loro fisicità” (cfr. Alla ricerca di Spinoza, pp.236-7).  Ipse dixit nell’anno 2003, e chissà, magari qualcosa in più ora sappiamo. (Con questo non voglio certo sminuire l’importanza dell’osservazione degli affascinanti segreti del nostro cervello: anzi, credo fermamente che anche la biochimica abbia un suo lato poetico e meraviglioso…). Ma torniamo alla madeleine.

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Eigentlichkeit

martedì 16 febbraio 2010

Recensisco volentieri questo breve saggio di Vito Mancuso per almeno due ragioni: la prima è che affronta molti dei temi quotidianamente discussi su questo blog; la seconda è che non potevo lasciarmi scappare l’occasione di misurarmi con il fronte teologico – per quanto si tratti di una posizione aperta e, direi, illuminata, del campo cristiano, oggi minoritaria visto lo spazio occupato dalle posizioni reazionarie ed oscurantiste del Vaticano.

La prima domanda (da far tremare i polsi) che Mancuso si fa è: che cos’è la vita? – deviata ben presto sul binario del senso (e dunque dello sguardo antropocentrico su di essa). Tanto nella tradizione teologica o biblica quanto in quella filosofica si giunge inevitabilmente a delle antinomie, poiché sia la risposta “la vita ha senso” sia la contraria “la vita non ha senso” sono entrambe fondate. L’autore fa una scelta di campo (il senso), tenendo comunque d’occhio quel che succede nell’altro campo (questo è il suo pregio principale, credo), e dialogando di continuo con tradizioni di pensiero diverse.
Mancuso sostiene che la vita umana è libera, che l’uomo può scegliere che cosa essere, se limitarsi ad essere bios o no – e questa sua libertà è manifestata proprio da quell’antinomia, dal fatto che non riesce a darsi una risposta definitiva. L’oscillazione e l’indecisione costituiscono ontologicamente la sua stessa libertà. (Rilevo en passant una considerazione controcorrente, rispetto alle posizioni vaticane più retrive, a proposito della “sacralità” della vita e della sua “indisponibilità”, che a parere di Mancuso devono valere per quella altrui, non per la propria).

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Il vuoto individuale: fenomenologia della noia

venerdì 24 luglio 2009

malinconia-munch

Vissi la mia prima esperienza chiara e distinta del sentimento della noia intorno ai 7-8 anni. Ben prima di aver letto Kierkegaard o Schopenhauer, Heidegger o Sartre, e senza che a quel flusso emotivo corrispondessero un nome o un oggetto definiti. Era un pomeriggio estivo, assolato, stavo solitario sul balcone della casa a ringhiera dove all’epoca vivevo, e ad un certo punto rimasi come paralizzato, mentre qualcosa di nuovo e di strano mi stava succedendo. Il normale flusso della vita si stava interrompendo, e io stavo lì schiacciato contro il muro della casa mentre tutto intorno a me affondava. Boccheggiai per qualche minuto, mentre il sole esplodeva sopra la mia testa. Poi sentii come una morsa chiudersi sul mio collo ad impedirmi di respirare – la sensazione fu proprio quella del soffocamento – e scendere giù e premere sullo stomaco; ma ciò che mi impressionò di più fu la forza con cui quel senso di nausea mi stava invadendo, il non poterlo respingere, il subirlo impotente. Era stato breve, e così come senza preannuncio si era presentato, altrettanto repentinamente e senza motivo se ne era andato. Fu una cosa che tenni per me – del resto come descrivere o raccontare a quell’età un’esperienza non riconducibile a un dolore fisico, a un fastidio, a una sensazione nota e tangibile? (en passant: ecco perché i bambini vengono così facilmente e spesso impunemente violati dagli orchi…).
Fu comunque un’esperienza sorgiva, ontologica, esistenziale inusitata a cui naturalmente non sapevo e non potevo dare oltre che un nome nemmeno un significato; solo a posteriori, e dopo molti altri fugaci passaggi, ho cominciato a capire di che cosa si trattava. E certo, solo in seguito al dispiegamento della ragione e all’autoanalisi ho potuto riconoscere in quell’episodio della mia infanzia i tratti della noia: si badi bene, sono certo di non avervi trasferito esperienze successive – era stato troppo forte e violento per non emergere con nettezza, rivelandosi come una delle sensazioni più forti che ricordi della mia infanzia, anzi a questo punto potrei dire della fine dell’infanzia. E’ stato semmai il contrario: tutte le esperienze posteriori sono rimaste marchiate dalla prima, e a quella iniziale dovevano essere ricondotte. Quel che non poteva esserci, com’è ovvio, era la razionalizzazione e la comprensione di qualcosa che, quando accade, ci si limita a vivere, e da cui si è totalmente afferrati.
Fin qui l’esperienza; vediamo ora la teoria (che serve proprio ad illuminare l’esperienza e da cui non può essere scissa); vediamo cosa dicono in proposito i nostri (non molti) filosofi che se ne sono occupati.

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Sbocci (o sbocchi?)

martedì 21 aprile 2009

gemme33

Das Wahre ist so der bacchantische Taumel,
an dem kein Glied nicht trunken ist.

(G.W.F. Hegel)

In occasione della sua nomina a rettore dell’università di Friburgo, Martin Heidegger pronunciò un discorso intitolato L’autoaffermazione dell’università tedesca, più noto come Rektoratsrede (Discorso di rettorato), nel quale prendeva ufficialmente posizione in favore del nascente regime nazista. Era il 27 maggio 1933. Non è mia intenzione entrare qui nel merito dell’annosa querelle sul nazismo di Heidegger, su cui molti si sono spesi (in particolare Victor Farias). Dopotutto mi pare sia ormai pacifico che Heidegger era un nazista, anzi direi proprio un nazistone. Può un filosofo essere nazista? – si potrebbe chiedere qualcuno. Evidentemente sì, visto che Heidegger era entrambe le cose. Ma non è una contraddizione in termini essere filosofo e nazista? Boh, non saprei. D’altra parte la filosofia non è mica tutta da tenere: uno degli ultimi scritti di Luciano Parinetto si intitolava proprio Gettare Heidegger, alludendo ironicamente alla categoria heideggeriana dell’essere-gettati o della gettità e invitando ad abbandonare e consegnare all’oblìo il “sito” heideggeriano e il suo gergo a dir poco carnevalesco. I filosofi scelgono di (o se) schierarsi, noi possiamo sempre scegliere quali filosofie “tenere” e quali buttare. E’ vero che prima di buttarle bisogna anche sapere che cosa si butta… E di fatti, nonostante annusassi il nazismo di Heidegger lontano un miglio, mi sono sciroppato a suo tempo il tomone di Sein und Zeit, Che cos’è metafisica? insieme ai vari saggi comparsi in Segnavia, Introduzione alla metafisica, ecc. ecc. E nel tempo mi sono convinto che il nazismo di Heidegger non è una questione esteriore, biografica, ma interna al suo pensiero. Ciò non toglie che si possa anche tentare una cernita, un’opera di separazione del loglio dal grano – ma siamo sicuri che si possa davvero fare?

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PER NIZAR

domenica 4 gennaio 2009

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Nel luglio del 1991 mi recai con l’associazione italiana Al-Ard in Palestina. Fu un viaggio “schierato” e di parte, che aveva lo scopo di solidarizzare con la causa palestinese. Al-Ard (che in arabo significa “la terra”), oltre che sostenere con iniziative politico-culturali  la causa palestinese, finanziava alcuni progetti di sviluppo economico nei territori occupati – ne ricordo uno in particolare dalle parti di Gerico, riguardante una cooperativa di donne che produceva  succhi di frutta. Il viaggio durò 15 giorni, io dovetti ripartire prima e non potei recarmi a Gaza, limitandomi così alla Cisgiordania.
Era un periodo piuttosto cupo: era terminata da poco la prima guerra del Golfo e Arafat aveva commesso l’errore strategico (ma inevitabile) di schierarsi con Saddam Hussein. La prima intifada, scoppiata alla fine del 1987, era stata repressa nel sangue. Hamas si era appena costituita, e si diceva che venisse segretamente sostenuta da Israele in funzione anti-Olp.
Fu quindi un viaggio per me indimenticabile e però, nel contempo, dolorosissimo. Quelli che seguono sono gli appunti che presi in quei dieci giorni, risistemati in forma diaristico-poetico-filosofica nel corso della stessa estate. Devo avvertire preliminarmente che sono condizionati dal mio stile un po’ ampolloso di allora, specie a causa del linguaggio “scolastico-hegeliano” (era l’epoca in cui studiavo forsennatamente Hegel). Ma nonostante questo vizio di forma, a distanza di quasi vent’anni, li ho trovati ancora interessanti. Certo, avevo forse immaginato allora che “vent’anni dopo” la guerra sarebbe finita, lo stato palestinese – accanto a quello israeliano – sarebbe sorto, una nuova epoca sarebbe senz’altro venuta. Era, evidentemente, un sogno molto, molto prematuro.

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LA CURA

sabato 23 febbraio 2008

franco_battiato.jpg

In Essere e tempo Heidegger definisce la Cura (Sorge) l’essere dell’Esserci, la base ontologica dell’esistenza umana. L’essere umano si costituisce proprio nel suo prendersi cura, Besorgen (delle cose) e aver cura, Fürsorge (delle persone).

Franco Battiato intitola una delle sue canzoni più belle La cura. Questo il testo:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

Per chi volesse ascoltarla:
http://www.youtube.com