Posts Tagged ‘hobbes’

POLITICA SKEPSIS (con venature più o meno sottili di pessimismo)

venerdì 23 gennaio 2009

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Sono per natura allergico ad ogni forma di potere. Sono fatto così, non ci posso far niente. Sarà il mio ribellismo innato, l’insofferenza isolana, l’indole anarcoide e libertaria, la forma mentis dovuta alla formazione illuminista e marxista… ma proprio non riesco a digerire stati, autorità, chiese, partiti, capi e capetti. Intendiamoci: so bene che, giusto per fare un esempio, senza uno straccio di stato (le regole minime della convivenza) gli individui sarebbero più belluini e narcisisti di quanto già non siano; così come non mi perito certo di esercitare forme di potere e di controllo sui ragazzini esagitati che frequentano la biblioteca dove lavoro; ma sono anche convinto che non stia lì la soluzione.
D’altra parte al momento non vedo nemmeno profilarsi all’orizzonte modalità alternative di convivenza. Ometto poi del tutto di parlare della faccenda del potere di un individuo su un altro – potere che viene esercitato sempre e comunque ogni qualvolta si allacci una qualche forma di relazione. Quella del potere, del resto, è questione spinosa e complessa, che non intendo qui nemmeno cominciare a trattare (frase retorica per dire: accontentatevi di illazioni o impressioni immediate e non sempre fondate).
Comunque, sarà forse per questa atavica e inveterata insofferenza, nonché per una inclinazione scettico-critica tipica dell’attitudine filosofica, che mi vedo costretto a ribadire le mie fortissime riserve sul cosiddetto “nuovo corso” americano.

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L’UNO E I MOLTI

venerdì 7 novembre 2008

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Non sono così cinico e ostinatamente bastian contrario da pensare che… Non sono però nemmeno così ingenuo ed esposto alle retoriche del potere da farmi illudere che…

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Quella di moltitudine è una categoria politico-filosofica intorno a cui molti pensatori della “sinistra filosofica” si sono appassionati. Toni Negri e Paolo Virno, solo per citare due noti pensatori politici italiani, l’hanno abbondantemente utilizzata. Il concetto di moltitudine è rinvenibile, nella sua opposizione originaria a quello di popolo, alle origini della costituzione politica della modernità occidentale: è Hobbes ad utilizzarlo in negativo, quando sostiene che senza l’unificazione ottenuta attraverso le invenzioni giuridico-politiche dello Stato, della sovranità e del popolo (l’uno non può esistere senza gli altri) si avrebbe il caos anarchico della moltitudine. Spinoza vede al contrario nella moltitudine una modalità di espressione della libertà umana. Virno ritiene che alla radice della differenza tra popolo e moltitudine vi è il loro rapporto con l’universale: il popolo tende all’uno, volto com’è alla realizzazione di un universale (un ghénos) che è dunque una promessa, laddove la moltitudine ha l’universale alle spalle, che dunque ne costituisce la pre-messa. Negri e Hardt in Impero scrivono:

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HOMO HOMINI LUPUS

lunedì 15 settembre 2008

Karl Marx scrisse una volta che “dove molti pensano prima o poi qualcuno agirà”; forse non aveva considerato che anche “dove molti non pensano prima o poi qualcuno agirà”.

E poi ci sono i mandanti, come sempre. La responsabilità è individuale, ma quando una classe “dirigente”, un governo, il ministro della polizia, svariati partiti e un bel po’ di “società civile” di un paese seminano quotidianamente il vento dei campi, delle manette e della “tolleranza zero”, prima o poi la tempesta della follia xenofoba e razzista si abbatterà su quel paese.

E a questo punto, se viene meno la funzione primaria dello “stato” che, a sentire Hobbes, è quella di proteggere la vita dei suoi “sudditi”; oppure se ci saranno sempre più persone che avvertiranno chiaramente come si stia producendo una stratificazione e una gerarchizzazione della nozione di cittadinanza; se l’ospite, lo xenos, diventa il parassita, l’alieno, il nemico da immunizzare – ebbene molti prima o poi agiranno, ma sarà legittimo aspettarsi che lo facciano anche i perseguitati, i quali potranno pensare che non rimane loro altra strada che quella dell’autodifesa.

IDEOLOGIE DELL’EMERGENZA

lunedì 28 luglio 2008

Karl Marx considerava l’ideologia una sorta di deformazione ottica, una vera e propria costruzione teorica volta a distorcere e falsificare i rapporti e la realtà sociale. La “verità” della classe al potere che naturalizza ciò che è socialmente determinato, eternizza ciò che è in divenire, universalizza ciò che è particolare: una straordinaria macchina retorico-filosofica volta a giustificare il potere e le ingiustizie sociali. Molti trovano che Karl Marx sia ormai passato di moda, ma io penso che la sua concezione dell’ideologia sia più valida oggi di quanto non lo fosse ai suoi tempi (un mio amico disse una volta che in Marx ci sono verità che saranno vere soltanto dopodomani, altre che lo erano già ieri, alcune che non lo saranno mai…).
Si provi, ad esempio, ad applicare il suo concetto di ideologia a quanto va accadendo oggi nelle società occidentali, e nella italiana in particolare: il rovesciamento interpretativo che ne verrebbe fuori è impressionante. Lascio per ora da parte il tema (scottantissimo) della bioetica/biopolitica e della relativa ideologia della vita, per concentrarmi sulla questione più generale dell’emergenza. Da alcuni anni il potere (locale, nazionale, globale), con la complicità dei media da esso controllati, si manifesta in prima istanza nella prassi emergenziale del suo esercizio: emergenza clandestini/immigrati, emergenza terrorismo, emergenza ambiente, emergenza inflazione, emergenza petrolio, emergenza rifiuti, fino alle emergenze spicciole o stagionali (caldo, maltempo, inquinamento delle città, bullismo, zanzare, guidatori ubriachi, ecc. ecc.).

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