Posts Tagged ‘individuo’

Io penso esiste?

venerdì 29 giugno 2018

Gli scienziati cognitivi Sloman e Fernbach sostengono che l’intelligenza individuale sia sopravvalutata e che il modo migliore per imparare sia pensare insieme agli altri: “quello che succede tra le nostre orecchie è straordinario, ma dipende strettamente da ciò che accade altrove”. A ben pensarci, delle ovvietà.
Io, però, mi spingerei oltre, fino a sostenere che l’intelligenza individuale non esista proprio (e che forse non esiste nemmeno qualcosa come “un individuo”) – tesi radicale che però pone una domanda: quando dico “io penso che”, che cosa sto esattamente dicendo?

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L’insostenibile gravità dell’esistere

giovedì 16 maggio 2013

kierkegaard

Pochissimo s’è parlato in questo blog di Søren Kierkegaard. Solo fugaci citazioni, in 4 o 5 occasioni, nulla di più. Il 5 maggio scorso ricorreva tra l’altro, nel più assordante dei silenzi, il bicentenario della sua nascita.
Del resto il filosofo danese non è di sicuro nelle mie corde – ed anzi, ricordo che all’università, io e un mio compagno con il quale ho avuto il piacere di condividere anni di forsennata passione filosofica (e di grandi bevute), eravamo soliti sbeffeggiare il povero Søren, in particolare per quella sequela di titoli angosciosi e funesti – Timore e tremore, Briciole filosofiche, Il concetto dell’angoscia, La malattia mortale… – a nostro avviso ben poco filosofici, e comunque lontani dal nostro stile irruento e vitale (io poi ero all’epoca un temibile estremista hegeliano!).

[En passant, Briciole di filosofia fu, se non erro, il primo blog filosofico che incontrai sul web, subito dopo aver aperto La Botte. Quasi una nemesi].

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Individuo e totalità

mercoledì 5 dicembre 2012

pellegrino_tragico_cop_ycp

Il giovane amico e filosofo Marco Pellegrino, di cui qualcuno forse ricorderà una lunga serie di interventi e di commenti su questo blog intorno al pensiero di Emanuele Severino con l’impegnativo nick di “Profeta”, ha pubblicato qualche giorno fa sul suo blog un breve testo su individuo e totalità, bene e male. Poiché in questi giorni si è molto discusso sulla Botte di individuo e società (a partire dalla questione dei desideri e dei consumi), riporto qui di seguito il post.
Ricordo che Marco è autore di due saggi – La struttura concreta dell’infinito e Del tragico amore – nei quali si impegna coraggiosamente a ripensare e addirittura oltrepassare lo stesso pensiero di Severino. Naturalmente il suo è un punto di vista altro sulla questione – né antropologico né psicologico né sociopolitico e forse nemmeno filosofico in senso tradizionale. Una visione radicale e spiazzante (non saprei dire se dotata di originalità), ma che trovo di grande interesse. Naturalmente si tratta di una scheggia: immagino che chi voglia approfondire tale approccio ontologico, dovrà rivolgersi ai suoi (peraltro densi e voluminosi) tomi.
[So bene che alcuni termini – su tutti Totalità ed Eterno, per di più con la maiuscola – faranno storcere il naso a qualcuno (mentre galvanizzeranno qualcun altro), ma qui si fa filosofia, e quelli sono concetti che hanno piena cittadinanza filosofica. Liberissimo ciascuno di criticarli, ma anche di utilizzarli]

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JJR 4 – Sulla volontà generale

giovedì 3 maggio 2012

Meglio avrei fatto a non spingermi
tanto in là con lo sguardo.

Il problema della volontà generale in Rousseau deriva dal fatto che non ce ne viene fornita una definizione precisa. Nel Contratto sociale se ne parla a più riprese, come se però fosse una categoria di per sé chiara, autoevidente. Né il suo autore si preoccupa di analizzare i concetti che la vanno a comporre: anche in questo caso Rousseau deve aver pensato che i due termini presi singolarmente non avessero alcun bisogno di essere discussi.
Non possiamo quindi far altro che ricavarne obliquamente e allusivamente – o per differenza – il significato. Certo, il contesto risulta ben chiaro: il bene comune in contrapposizione ai singoli interessi privati, il generale contro il particolare, il sociale prima e più dell’individuale.
Ma è il termine “volontà” ad inquietare, dato che potrebbe apparire una sorta di metabasi in altro genere, il trasferimento cioè di un concetto in un ambito differente da quello per cui è stato coniato.
(Per quanto Schopenhauer andrà ben oltre, metafisicizzando la volontà in una sorta di forza primordiale che agita la materia e superagisce le individualità).
Qual è dunque il soggetto che vuole, nell’ambito della sovranità politica? E come può questo soggetto determinare ciò che vuole in modo definito? Ma soprattutto: che cosa ci garantisce che voglia il bene universale?
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Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

giovedì 17 marzo 2011

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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Aforisma 25

mercoledì 20 gennaio 2010

Perché non io?
Perché è casuale. Perché io non esiste. Perché solo noi esiste.
E a rigore nemmeno: solo l’essere è, ha senso e consistenza.

Bentornato Marx!

venerdì 15 gennaio 2010

Un mio caro e (per me) determinante professore universitario – Emilio Agazzi, docente all’epoca di Filosofia della storia alla Statale di Milano – soleva dire, presentando le sue lezioni su Marx, che ciclicamente c’è qualcuno che suona la campana a morto per il pensiero marxista (o, più precisamente, marxiano). Da un paio di decenni quel qualcuno è diventato schiera. E, si sa, nella maggior parte dei casi si è trattato di cicisbei e sicofanti del neoliberismo (che pure ha fatto un bel crack di recente), che non hanno mai letto nemmeno una riga del Capitale o dei Manoscritti economico-filosofici. E che rimasticano ideologemi triti e ritriti, confezionati quando va bene dalle “filosofie da cucina” di hegeliana memoria.

Ecco perché accolgo con grande piacere la recente uscita di un libro del giovane filosofo Diego Fusaro (ne ho parlato qui qualche anno fa, a proposito di un suo interessante saggio su Epicuro), significativamente intitolato Bentornato Marx! L’autore ha fatto circolare in questi giorni in rete, una sorta di antipasto del libro in 11 tesi (giocando con il numero di quelle celeberrime di Marx su Feuerbach), che riporto qui sotto con la sua gentile autorizzazione, e che mi trovano pressoché concorde su tutta la linea.
Il mio assenso va in particolare alla rievocata (e anch’essa bentornata) teoria marxiana dell’individualità, nient’affatto riducibile (come vorrebbero i detrattori in malafede) al collettivismo livellatore: anzi, è semmai la concezione “onnilaterale” dell’individuo a fare di Marx il principale e davvero libertario antagonista  alternativo all’omologazione capitalistica e alla riduzione lateralissima di ogni cosa, persona e relazione a merce.
Naturalmente la mia adesione non è incondizionata, poiché non ho ancora letto il testo. Ma se il buon giorno si vede dal mattino…

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L’eterno

giovedì 24 dicembre 2009

***

Fitte e nere
spire di dolore
allentate dal suo
presenziare assente
le mie giornate
in filigrana

(a D.B.,
un anno dopo)

***

Il filosofo francese Gilles Deleuze, in una delle sue lezioni su Spinoza, sottolinea con forza come ci sia una differenza enorme tra immortalità ed eternità. Ciò discende dalla sua interpretazione del concetto spinoziano di individualità, da intendersi in ultima analisi, al di là dell’evidenza di essere costituiti di parti estrinseche, come essenza singolare. Bisogna cioè andare oltre la scorza degli individui, inevitabilmente assoggettati alla legge della composizione e della scomposizione dei corpi, e contemplarne piuttosto la configurazione e la struttura, quell’elemento irripetibile, immodificabile ed eterno del loro intimo essere quel che sono.
Noi guardiamo in genere alla mortalità dei corpi, e il nostro maggior desiderio è forzarne i confini temporali ed allungarne indefinitamente la durata. Questa è l’epoca in cui si torna ad evocare l’antico ed imperituro sogno dell’immortalità, un sogno riacceso da magnifiche e concrete prospettive biotecnologiche: allungamento della vita, sconfitta dell’invecchiamento, duplicazione e digitalizzazione della memoria, riproduzione artificiale dell’intelligenza…
Ma per quanto ci sforziamo e tendiamo a quel sogno, in realtà la morte non può essere vinta, poiché il fronte sul quale sorge (e vuole essere sconfitta) è l’elemento caduco dell’individualità, il suo essere esteriormente un corpo costituito da altri corpi – e dunque il suo far parte della dinamica materiale della composizione e della scomposizione.

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1/6750000000: l’infimo, il narciso e il colosso

venerdì 10 luglio 2009

francisco_goya_colosso

Non avevo ancora vent’anni quando pieno di speranze e di buone intenzioni partecipai al mio primo corteo “internazionalista”, a sostegno della Rivoluzione Sandinista

Qualche giorno fa, l’amico Andrea mi sollecitava ad intervenire sui recenti fatti iraniani. Ciò che scrivo qui non è proprio una risposta, dato che – al di là della generica e dovuta solidarietà con il movimento di protesta – parte da quella richiesta per provare a porre la “questione internazionale” sotto un’altra luce, quella cioè della biografia e dei destini personali. Nulla di più lontano e divaricato si dirà – le sorti del mondo da una parte, la piccola e miserevole vita di un individuo dall’altra (qualcosa come 1:6.750.000.000, volendo considerare tutti gli abitanti umani del pianeta alla stessa stregua, cosa che purtroppo non è).
Ma è proprio la presa di coscienza di un distacco apparentemente incolmabile a dover costituire la misura o la base di partenza per una qualche considerazione sensata su questo argomento (similmente lo si potrebbe fare per le distanze siderali dell’universo o per le immense distese temporali che ci hanno preceduto). Un io piccino piccino – che è fondamentalmente un io predeterminato e preconfezionato, che però ha l’ardire di ritenersi quantomai originale – di fronte a strutture macroscopiche che lo sovradeterminano. Entro una catena causale piuttosto ferrea: dalle amministrazioni locali, passando per le leggi di uno stato e la sua forza coercitiva fino alle convenzioni internazionali o ai reali poteri economici con tutta la coorte dei pupazzi del G8 (o G14 o G20 o GX, non si è ben capito), compresi gli eventuali (quanto rari) sommovimenti e rivoluzioni della storia – tutto converge nell’estremizzare quella dicotomia.
Dunque, mi verrebbe da chiedere, cosa contano le mie osservazioni o analisi o prese di posizioni su quel che va accadendo in Iran, nella già martoriata L’Aquila in questi giorni, in Palestina (da 60 anni a questa parte), in Honduras, nello Xinjuang Uygur (la cartina della Cina che tengo qui ben in vista sopra al mio scrittoio dice così), o in qualsiasi altro luogo della Terra? Anche perché, a rigore, dovrei occuparmi di tutti i luoghi contemporaneamente e a lungo, con rigore, lucidità e profondità, e non in modo così approssimativo e schizofrenico. Impossibile, si risponderà. Infatti.

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