Posts Tagged ‘intelligenza’

Neuroriduzionismo

sabato 2 febbraio 2019

Siamo liberi o siamo macchine? Siamo macchine che si credono libere, o esseri così liberi da poter decidere di diventare macchine, negando la nostra stessa libertà?
(Il fatto che me lo stia chiedendo non dimostra automaticamente che io sia libero – al più, che sono “libero” di chiedermelo).
Non sono certo nuovi gli argomenti volti a smontare la nostra pretesa costituzione ontologica quali esseri razionali, coscienti, liberi di scegliere o di determinarsi.
Gli stoici erano piuttosto fatalisti in proposito, mentre Epicuro ipotizzò una sorta di torta tripartita (anche se non ci è dato sapere in quali proporzioni): mi prendo la libertà di stabilire nella misura di un terzo la necessità naturale, un altro terzo la fortuna, e l’ultimo terzo il destino deciso da noi stessi. Linee che vanno in una sola direzione, linee che si muovono a caso, linee che deviano (klinàmen).
Spinoza (e, in continuità con lui, Schopenhauer) pensava che il libero arbitrio fosse frutto di immaginazione: gli esseri umani sono determinati dalla loro stessa costituzione naturale ed emotiva, sono per lo più superagiti dalle passioni (affetti o affezioni), dalla volizione, dal desiderio, dalla forza propulsiva del conatus. Essere liberi nel mondo di Spinoza significa solo accettare di essere cosiffatti – estremizzando: accettare di essere delle macchine naturali. Leibniz distingueva tra macchine organiche (le cui parti sono macchine all’infinito) e macchine artificiali, che una volta smontate non sono nulla: e comunque la coscienza viene garantita da quel crescente fenomeno percettivo che attraversa la materia fino a farle aprire gli occhi, e che nel sistema leibniziano ha nome monade.
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Io penso esiste?

venerdì 29 giugno 2018

Gli scienziati cognitivi Sloman e Fernbach sostengono che l’intelligenza individuale sia sopravvalutata e che il modo migliore per imparare sia pensare insieme agli altri: “quello che succede tra le nostre orecchie è straordinario, ma dipende strettamente da ciò che accade altrove”. A ben pensarci, delle ovvietà.
Io, però, mi spingerei oltre, fino a sostenere che l’intelligenza individuale non esista proprio (e che forse non esiste nemmeno qualcosa come “un individuo”) – tesi radicale che però pone una domanda: quando dico “io penso che”, che cosa sto esattamente dicendo?

È solo un bel pensiero

lunedì 23 settembre 2013

Amedeo_Modigliani_Chaim_Soutine

A. è il figlio che non ho – ma che avrei voluto avere.
Non so perché. Mi sono incaponito a pensare così
e non c’è nulla che mi tolga questo pensiero
– o spina o fiore – dalla testa.
Un pensiero che si è insinuato lentamente
prima sottotraccia ora in tutta evidenza
ed è scritto qui sulla mia fronte
in lettere d’oro. Parole che solo io posso vedere.
Mentre non ne so decifrare il senso.
Non so andare oltre il loro luccichìo,
sì da cavarne le trame segrete ed imperscrutabili,
quelle che portano a me e a lui – separati.
A me e a lui – non padre non figlio.
A me e a lui – scissi.
Ma perché poi questo mio desiderio di paternità,
visto che ho estirpato scientemente ogni ansia biologica
ogni stupida brama di riproducibilità
di una stirpe che non voglio si riproduca
– che anzi desidero ardentemente si estingua?
Però se vedo lui si placa questo mio nichilismo.
Mi rassicura – non perché scriverà pagine divine
o perché volerà come Euforione nei cieli di Utopia
bruciandosi le ali, eccetera
(cose in cui non credo più da millenni).
E forse nemmeno perché mi piace il suo sorriso sornione
ricolmo di possibilità (e di buone sagge idee per il suo futuro incerto).
E, a ben vedere, nemmeno per quella sua acutissima
e un poco ombrosa intelligenza
(che forse riconoscerei
se solo scavassi appena nel ricordo dei miei diciassett’anni…).
A. è il figlio che non ho – ma che avrei voluto avere.
È solo un bel pensiero. Tutto qui.
Che non vuole essere indagato oltre.

Psicosofie estive – 3. Il corpo del nous

lunedì 8 luglio 2013

studiodinudo_francis-bacon

Poiché osservo il mio corpo fare cose intelligenti, son portato, diciamo naturalmente, a considerare intelligenti le intuizioni di Anassagora sul nous, ovvero l’ipotesi ardita di un respiro razionale che insuffla tutte le cose («Anassagora potrebbe aver detto che la pianta ha il respiro… e dicevano che possiedono intelletto e intelligenza», così Aristotele); e quelle molto simili di Hegel, che vede ovunque ragione e ragioni, ed anche quando sembra prevalere il caso o (peggio) la ripetizione meccanica, beh, tracce di ragione ce n’è anche lì…
Anassagora ed Hegel hanno fatto il loro tempo (che, tanto per ripigliare la celebre metafora d’uno dei due, aderiva loro come pelle), e dunque si possono benissimo aggiornare quelle intelligenti intuizioni nella guisa seguente: non c’è cosa che accada che non abbia ragione di accadere, e se anche non si sa bene cosa quella ragione che le fa accadere sia, è bene rassegnarsi all’idea che sia così e non altrimenti, visto che il mio corpo (o quella cosa che quell’altra cosa dicente-pensante definisce tale, avendone talvolta orrore e provando inutilmente a distaccarsene) la sa lunga in proposito, ed anzi tende a dubitare parecchio che ci sia un qualche pneuma misterioso che lo muove, essendo egli, piuttosto, ciò che muove benissimo se stesso, con impeccabile efficienza e dirittura di scopi. Un corpo-nous, un tutt’uno che se la ride di tutte le scissioni.
Se poi qualcuno reputa poco intelligenti gli impazzimenti che fanno ammalare e/o morire il suddetto corpo-nous, beh: primo si chieda che cos’è “malattia” o “morte”, secondo si rivolga all’al di là – ovvero né al corpo né al nous.

La supermente umana

lunedì 7 dicembre 2009

Tradizionalmente i filosofi (forse perché più “umanisti”) sono sempre stati inclini a porre l’umanità al riparo dall’animalità, trovando proprio nella mente (nel linguaggio, nell’anima, ecc.) il tratto dirimente. Se n’è parlato spesso in questo blog, e credo che continueremo a parlarne. Viceversa, sono stati gli scienziati, per lo meno a partire da Darwin, a compiere una lunga opera di riavvicinamento della sfera umana a quella animale, fino alle recenti scoperte circa la rilevante comunanza genetica (il 98% di condivisione con gli scimpanzé).
Ecco perché sono rimasto piuttosto sorpreso di leggere sulla rivista Le Scienze dello scorso novembre, le conclusioni cui è giunto il biologo evoluzionista Marc Hauser circa l’assoluta peculiarità della mente umana. O meglio: non avevo dubbi sul fatto che la nostra mente, sulla base tra l’altro di una maggiore encefalizzazione, fosse diversa e un po’ più complessa delle “semplici” menti animali. Ero (e resto) però convinto che, proprio come sosteneva Darwin ne L’origine dell’uomo, si tratti semplicemente di una differenza “di grado e non di tipo”. Di quantità, non di qualità. Hauser sembra pensarla diversamente, anche se ad esser sincero, e per quel che ne posso capire date le mie scarse conoscenze neuroscientifiche, non mi è proprio riuscito di visualizzare o di collocare in qualcosa di definito tale preteso grande salto.
Ma vediamo di che si tratta. Il biologo di Harvard individua la humanuniqueness (termine coniato fondendo human e unique) in quattro caratteristiche specifiche:

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Aforisma 23

mercoledì 18 novembre 2009

L’aumento di socialità è aumento di intelligenza. E viceversa.
Ma non necessariamente di felicità.

NEL GIARDINO-LABIRINTO DELL’INTELLIGENZA

domenica 4 maggio 2008

Durante un viaggio in treno di andata e ritorno Rescaldina-Milano, mi sono sorbito e goduto d’un fiato un simpatico libretto scritto dall’intellettuale e poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. Il titolo originale del saggio è: Im Irrgarten der Intelligenz. Ein Idiotenführer. Nell’edizione italiana di Einaudi è stato semplificato in Nel labirinto dell’intelligenza, perdendo così per strada il termine Irrgarten, giardino-labirinto, oltre all’eloquente sottotitolo. Ma a parte tali quisquilie bibliografiche, il testo è insieme interessante e traboccante di ironia.
Nei primi capitoli si va alla ricerca etimologica e lessicale della definizione del concetto di intelligenza, per scoprire subito tutta l’ambiguità semantica che vi sta dietro – se è vero che lo spettro va dalla classica “ragione” greca (il nous) fino alla capziosità e al machiavellismo. Succede qui un po’ come per il concetto di tempo di agostiniana memoria (“se nessuno me lo chiede lo so; ma se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede non lo so”). Ancora più divertente si fa la disamina a contrario: le definizioni e le espressioni della stupidità sono infinitamente più numerose e varie (oltre che divertenti): si va dall’irragionevole al bingo-bongo, dal decerebrato alla testa di cazzo, dal frenastenico all’allocco, e via spulciando nei vari registri del linguaggio.

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GENERAL INTELLECT, AVERROE’ E IL PENSIERO DEI BAMBINI

domenica 16 marzo 2008

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La questione di che cosa sia l’intelligenza e da dove derivi, come venga ripartita, trasmessa, incrementata, utilizzata dagli umani, è sempre stata discussa dai filosofi. Ora sembra che di queste faccende si vogliano occupare con una certa esclusività (ma non so con quanta conclusività) le trionfanti neuroscienze. Senza nulla togliere all’importanza di queste ultime, non mi pare sia comunque utile per nessuno abbandonare i termini di quell’antico dibattito.

Aristotele aveva coniato a tal proposito il termine intelletto attivo, sollevando nei secoli successivi, sia tra i cristiani che tra i musulmani, un bel vespaio a proposito del senso preciso da dare a questo termine. Si dice nel De anima: mentre l’intelletto potenziale “diventa tutte le cose”, quello agente “tutte le produce. E questo intelletto è separato, impassibile e senza mescolanza, perché la sua sostanza è l’atto stesso”. Non è cosa di poco conto, dato che nella concezione aristotelica l’intelletto attivo è quello che ci consente la conoscenza in atto delle cose, passando dall’esperienza sensibile al livello dell’astrazione, cioè delle forme o delle essenze.

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