Posts Tagged ‘interiorità’

Il volto e il corpo dell’altro – 6. Altre filosofie: l’Oriente

lunedì 27 marzo 2017

Chi è l’Oriente?
È l’uomo in giallo
che vestirebbe in rosso se potesse
e porta in scena il sole

Chi è l’Occidente?
È l’uomo in rosso
che se potesse vestirebbe in giallo
e che di nuovo lo conduce via.
[E. Dickinson]

Ovviamente quando parliamo di Oriente indichiamo un termine o un concetto che ha il suo proprio reciproco in Occidente, senza il quale non starebbe nemmeno in piedi – con tutte le difficoltà che ciò comporta: chi designa cos’è Oriente e cos’è Occidente? In teoria dovrebbe esserci un terzo soggetto a dire cos’è l’uno e cos’è l’altro, altrimenti si corre il rischio di una inevitabile relatività della definizione (Oriente è ciò che Occidente considera Oriente – e viceversa, ma per come storicamente è andata è un viceversa debole).
Qui tratteremo Oriente – un po’ come fa l’intellettuale palestinese Edwad Said in Orientalismo, che ne critica il carattere “essenzialistico”, naturale e geografico-culturale – come frutto di una proiezione e di una mentalità: che cosa c’è dietro la categoria (occidentale) di Oriente? Non è forse quella parte di mondo che l’Occidente reputa Oriente, ma che è soprattutto marcata da una presa di distanza, da una negazione e, insieme, dall’attribuzione unilaterale di connotati immaginari?
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Rousseau è su Facebook! (e ci guarda)

lunedì 15 settembre 2014

Panopticon

Byung-Chul Han legge l’attuale società globale come pervasa dal mito della trasparenza.
Si attribuisce a questo termine, in genere, una caratteristica di positività: un potere trasparente, rapporti trasparenti tra le persone, maggiore trasparenza nell’agire pubblico dovrebbero in teoria giovare al buon funzionamento della società.
Salvo che, a ben vedere, La società della trasparenza (questo il titolo del suo recente saggio edito in Italia da nottetempo), proprio in quanto affetta da un eccesso di positività (tutto in evidenza, nulla in ombra, via ogni negativo) si trasforma in un dispositivo sociale quantomai oppressivo.
Han, com’è nel suo stile, abbozza molti argomenti senza approfondirli, esponendoceli in una serie di brevi capitoli per tesi e suggestioni. Sullo sfondo i concetti già esposti nel breve saggio La società della stanchezza (società della prestazione, iperpositività, autosfruttamento, ecc.).
Riprenderò qui alcuni riferimenti che potremmo definire “inquietanti” a proposito del concetto di trasparenza inteso come “far luce”, “illuminare”, “svelare”, significati tipici (se non archetipici) del pensiero filosofico da Platone in poi.
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Disseccantesi emozionalità

venerdì 31 maggio 2013

germoglio

«Così nasce la filosofia, creatura troppo composita e mediata per racchiudere in sé nuove possibilità di vita ascendente. Le spegne la scrittura, essenziale a questa nascita. E l’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico.
Abbiamo inteso in senso stretto di dare un quadro della nascita della filosofia. Nel momento stesso in cui la filosofia nasce, noi qui l’abbandoniamo. Ma quello che ci premeva di suggerire è che quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti – secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa».

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Narcisismi 4 – Autàrkeia multitasking

mercoledì 16 gennaio 2013

multitasking

L’autàrkeia è una condizione esistenziale tipica della nostra epoca, ma non mi pare si tratti dell’autàrkeia antica – piena autosufficienza ed autodeterminazione, che però sia basata sulla profonda conoscenza di se stessi e del proprio rapporto con l’ambiente esterno – quanto piuttosto di una forma radicale di individualismo ostentato, di narcisismo che non può fare a meno di salire su un palcoscenico, e che dunque non si bea soltanto di se stesso o della propria immagine, quanto del supposto e speculare bearsi del pubblico per quel sé e la sua aura così tanto ostentati. Un Narciso che non si specchia solitario nelle acque, ma nello sguardo degli altri.
Parto dall’annotazione di un amico, risalente a qualche tempo fa, che nell’incontrarmi per strada mentre ascoltavo musica con le cuffie, mi guardò divertito e mi diede dell’autarchico. In effetti, il gesto di sigillare la percezione quando si ascolta, ad esempio, della musica, è simbolico della condizione narcisistico-autarchica della nostra epoca (naturalmente non è possibile generalizzare o dedurre teorie universali da singoli fenomeni sociali). “Io sto ascoltando la musica giusta, tu non puoi ascoltare quel che ascolto io, e non puoi che ammirare il mio gesto” (salvo invertire le parti, e fare altrettanto).
Ma quel che mi fa sospettare che l’autarchia moderna sia radicalmente differente da quella classica, risulta visibile nel fenomeno apparentemente contrario dell’esibizionismo. In realtà i due comportamenti sono intrecciati e spesso convivono nelle medesime persone e pratiche sociali. Gli stessi sistemi tecnologici che sigillano (almeno in parte) i sensi, li ostendono poi urbi et orbi in una forma patologica di espressione di sé, ed in particolare del proprio mondo emotivo.
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Meditabondi animali

venerdì 10 giugno 2011

Approfittando dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto un problema: un conto è meditare, un altro è riflettere sulla meditazione (o, se è lecito dirlo, meditare sulla meditazione): il pensiero riflessivo tipico della filosofia occidentale (quel che riflette su ogni cosa, perché la mente è portata a pensare di essere una superficie-specchio, una facoltà in grado cioè di recepire e restituire qualsiasi oggetto, sé compresa), ha qualche problema ad affrontare quel che (almeno in parte) ne vorrebbe negare l’assoluta trasparenza ed evidenza. Lati oscuri, opachi, spigolosi o inintelligibili della realtà – la vita o l’esistenza nuda e cruda, che non si fanno certo ridurre all’ordine scientifico, logico, filosofico. La meditazione appare allora come una porta stretta che può essere aperta su questo territorio umbratile e misterioso.
Non intendo qui disquisire in modo approfondito sul significato del termine, o sulla sua fenomenologia – dato per inteso che si tratta di parola (e di concetto) piuttosto stratificato e irriducibile ad un unico significato. Se l’etimo ci rivela la comunanza con la cura (medèri, da una radice indoeuropea che mette insieme i significati di curare e di riflettere), l’esistenza di pratiche così diverse di meditazione (in Occidente come in Oriente – o, meglio, in quello spazio che l’Occidente definisce “Oriente”) induce a sospettare che possano essere raccolte sotto il medesimo nome.
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In interiore homine

martedì 12 ottobre 2010

“Se nello scrivere poesie
potessi afferrare il mio petto,
prendere i miei pensieri
e con le mani metterli nelle tue
senza altro ingrediente:
così sarebbe appagata
tutta l’esigenza interiore
della mia anima
di dichiarare la verità”

(H. von Kleist,
Lettera di un poeta a un altro)

[Sommario: Dialogo con adolescente – L’interiorità nell’epoca dell’apparenza –  Visibile/invisibile – Un succedaneo dell’anima – Emozioni e sentimenti – La mente pubblica – Costellazione dell’interiorità – Areté e Sinnlichkeit – Figure retrovolte – Totalità e unità vivente – PaideiaDistogliere lo sguardo]

Sono rimasto sorpreso qualche giorno fa scoprendo che un ragazzo di 16 anni legge il mio blog; subito ho pensato: oddìo, ma cosa ci avrà capito? (tanto più che non fa il classico né filosofia, anzi, che io sappia non è nemmeno tanto studioso); ma soprattutto, interrogato su che cosa avesse letto e perché, mi risponde utilizzando due volte la parola interiorità. Per la precisione: oltre a riconoscersi in una pagina che avevo scritto a proposito della noia esistenziale, mi confessa il suo interesse per le “cose interiori”. Ma come – mi chiedo – proprio questi che sono i ragazzi più esteriori di sempre, parlano di interiorità?
Decido allora di indagare un po’ più a fondo, e di chiarire meglio quel che si nasconde dietro alla supposta importanza data a una parola così sfuggente e però pregnante: che cosa si deve intendere per “interiorità” oggi, nell’epoca kat’exochen dell’apparenza, della superficialità, della fine dell’intimità e della ex-posizione universale di sé al mondo?

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Quinta cronaca: congedo con ciliegie

sabato 29 maggio 2010

Qualche giorno fa ho incontrato per l’ultima volta la classe di bambini di quinta (dunque ormai ragazzi) con i quali ho svolto nel corso dell’anno scolastico il mio consueto  esperimento filosofico, e di cui ho qua e là dato qualche resoconto in forma di “cronaca”.
Ho chiesto loro, a mo’ di congedo, di prendere un foglio bianco e di scriverci sopra due cose: su un lato la parola che più li aveva colpiti durante i nostri incontri, e sull’altro una breve frase che sintetizzasse quel che, a loro giudizio, il termine filosofia racchiude. Una sorta di definizione, cercando di ripercorrere il nostro cammino fin dall’inizio. Arché. Un duplice sforzo di memoria e di sintesi.
Quel che ne è uscito – che ovviamente è stato subito dopo commentato e discusso, abitudine consolidata e affinatasi nel tempo – non mi ha sorpreso, se non per la sua “pulizia” concettuale. Mi ha cioè dato la misura del percorso fatto, del loro impegno nell’accettare una cosa così strana (una “specie di materia”, come alcuni l’hanno definita) che prevedeva di incontrarsi ogni due settimane per parlare di cose piuttosto astratte, e nello stesso tempo la piena comprensione che si tratta comunque di una cosa “vitale”, che li riguarda e che si depositerà da qualche parte nella loro mente.
Le parole-chiave scelte hanno risentito del lavoro svolto sulla felicità (che sta partorendo un vero e proprio libro illustrato autoprodotto), e di fatti 9 di loro l’hanno indicata come parola preferita. Anche il concetto di nulla li ha colpiti (4). Le altre sono state: vita, essenza, interiorità, fede, credere, amicizia, senso. (more…)