Posts Tagged ‘interno/esterno’

Fisiognomiche antìfrasi

venerdì 21 settembre 2012

“In effetti bastava guardarli in faccia” – ha dichiarato un esponente Pdl, di cui non ricordo il nome (ed è bene così, son già fin troppi i neuroni del mio cervello impegnati nell’occuparsi di questa feccia).
Hegel, da buon illuminista qual era, aveva sferrato un pesante attacco contro le pseudoscienze all’epoca in voga, in particolare la fisiognomica e la frenologia. Ineccepibili le sue argomentazioni, che possono essere così riassunte: lo spirito – cioè l’essenza dell’umano – non è mai riducibile all’esteriorità, sia essa la figura, il volto, la gestualità o le ossa del cranio. Che non vuol dire che l’interno rimanga interno e non si esteriorizzi, anzi! Però il suo elemento più proprio non è la maschera corporea – ovvero il segno – bensì il libero operare: “L’individualità abbandona quell’esser-riflesso in sé che è espresso nei tratti, e pone la propria essenza nell’opera” [Fenomenologia dello Spirito, ed. La Nuova Italia, p. 264].
Hegel però, pur con tutta la sua immaginazione dialettica, non aveva previsto il sotto-sottobosco della politica italiana (che è ormai per intero sotto-sottobosco, e dunque paradossale sineddoche di se stessa), né immagino che quel ch’egli intendeva per operare possa anche solo lontanamente essere avvicinato all’estetica pecoreccio-vanziniana di cui la destra romana sta dando disgustoso spettacolo in questi giorni (ma è lo stesso Vanzina a stupirsene oggi su qualche quotidiano).
Succedono poi cose strane fin nella lingua (ma questo lo sapevamo già da tempo), come quando vengono usati nomi del tutto fuorvianti per indicare cose che proprio non c’entrano – e questo nella grammatica italiana viene indicato con la figura retorica dell’antìfrasi. Insomma: il celebre e cerebrale regista Nolan, con il suo attore preferito Christian Bale, ci ha messo un decennio buono a costruire il mito gotico ed esistenzialista dell’oscuro pipistrello, e un qualsiasi portaborse e ladrone della Ciociaria gli scippa il nome – er Batman! – e gli demolisce l’opera in un minuto.
Il nome d’accordo, non la cosa stessa – come si affretterebbe a precisare sempre Hegel. Che poi, detto in soldoni (salentini),  cce centra lu culu culle quattru tempure?

Il silenzio dei chiostri

lunedì 26 marzo 2012

Da dove viene l’impulso (o meglio il bisogno intellettuale) di far silenzio intorno a sé, dentro di sé, o quello parallelo di staccare, di-staccarsi, togliere anziché aggiungere, azzerare, fare terra bruciata, isolarsi?
Si parte sempre da un pieno, ci deve essere preliminarmente (ontologicamente) qualcosa che ingombra la vita percettiva e spirituale: un essere, degli oggetti, un rumore, una luce, delle relazioni – per poter poi desiderare che si crei un vuoto, un nulla, un silenzio, un buio, un deserto, una condizione di solitudine. Per togliere qualcosa questo qualcosa dev’esserci già, il togliere è un gesto successivo, secondario. Ma perché questo desiderio? Come mai ad un certo punto, passeggiando oppure sedendosi su una panchina, trovandosi ad alta quota o all’ombra di una quercia, od anche nel mezzo di un affollato luogo metropolitano – sorge quel desiderio? O meglio: perché, proprio nel mezzo del pieno, sorge il desiderio di trovarsi in mezzo a quel vuoto?
Tanto più che sappiamo bene che qualcosa come il vuoto, il nulla, il silenzio – in termini assoluti – non possono darsi mai, o per lo meno non sono esperibili dal nostro corpo, un corpo che è un essere sensibile e percettivo per definizione, già da sempre immerso in un pieno di corpi – fatto di volumi, di materie, di rumori, di colori, di sensazioni (foss’anche il lieve sibilo della circolazione sanguigna, nel momento in cui dovessimo riuscire a sigillare l’esterno), sensazioni non toglibili – se non togliendo se stessi e la facoltà percettiva.
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In interiore homine

martedì 12 ottobre 2010

“Se nello scrivere poesie
potessi afferrare il mio petto,
prendere i miei pensieri
e con le mani metterli nelle tue
senza altro ingrediente:
così sarebbe appagata
tutta l’esigenza interiore
della mia anima
di dichiarare la verità”

(H. von Kleist,
Lettera di un poeta a un altro)

[Sommario: Dialogo con adolescente – L’interiorità nell’epoca dell’apparenza –  Visibile/invisibile – Un succedaneo dell’anima – Emozioni e sentimenti – La mente pubblica – Costellazione dell’interiorità – Areté e Sinnlichkeit – Figure retrovolte – Totalità e unità vivente – PaideiaDistogliere lo sguardo]

Sono rimasto sorpreso qualche giorno fa scoprendo che un ragazzo di 16 anni legge il mio blog; subito ho pensato: oddìo, ma cosa ci avrà capito? (tanto più che non fa il classico né filosofia, anzi, che io sappia non è nemmeno tanto studioso); ma soprattutto, interrogato su che cosa avesse letto e perché, mi risponde utilizzando due volte la parola interiorità. Per la precisione: oltre a riconoscersi in una pagina che avevo scritto a proposito della noia esistenziale, mi confessa il suo interesse per le “cose interiori”. Ma come – mi chiedo – proprio questi che sono i ragazzi più esteriori di sempre, parlano di interiorità?
Decido allora di indagare un po’ più a fondo, e di chiarire meglio quel che si nasconde dietro alla supposta importanza data a una parola così sfuggente e però pregnante: che cosa si deve intendere per “interiorità” oggi, nell’epoca kat’exochen dell’apparenza, della superficialità, della fine dell’intimità e della ex-posizione universale di sé al mondo?

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Terza cronaca: bambini cartesiani, pitagorici e spinozisti

lunedì 28 dicembre 2009

Incontro troppo didattico il terzo, quasi una lezione. Non può funzionare, e infatti non funziona. D’accordo le grandi domande, l’inizio dell’universo, l’arché o il big-bang (un nome che fa sempre molto effetto) in salsa greca. Però… Vabbé, io ci provo lo stesso: “adesso vi racconto alcune delle ipotesi fatte dai primi filosofi greci“.
Per cominciare l’acqua di Talete. Come mai proprio l’acqua? Alcune risposte arrivano. Sui quattro elementi di Empedocle hanno un bel po’ di reminiscenze che risalgono alla prima elementare, e funzionano sempre (le insegnanti hanno una strana predilezione per i quattro elementi…). Quando tiro fuori la faccenda dell’odio e dell’amore, però, rimangono un po’ perplessi. Glieli ritraduco come attrazione e separazione, ma cominciano a dar segni di cedimento.
Quasi nessuno, con mia sorpresa, ha sentito parlare di atomi, e quindi non è facile far passare anche Democrito. Rinuncio alla quarta ipotesi – quella di Pitagora (che però conoscono e associano correttamente a numeri e forme geometriche) e mi accingo a salutarli. Tra l’altro sono troppo agitati, si distraggono facilmente, sarebbe del tutto inutile proseguire.
(Anche se sono molto soddisfatto perché una bambina è riuscita a seguirmi fino in fondo ed è arrivata con la sua testa alla conclusione che visto che il nulla è uno scandalo per i primi filosofi greci – questa faccenda del nulla li ha molto colpiti, lo tirano fuori ogni due minuti! – che dal nulla non può venir fuori qualcosa, allora non resta che pensare che il mondo è da sempre, è eterno. Mi dovrò accontentare di questa – solitaria – conclusione, poco condivisa dagli altri).
Faccio, appunto per andarmene, quando un’altra ragazzina, rossa come un peperone, mi blocca e mi chiede di spiegarle l’espressione, che una delle maestre aveva maldestramente utilizzato alcuni giorni prima, cogito ergo sum.
“‘Sti cazzi!” – penso io (penso, mica lo dico, ovvio).

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