Posts Tagged ‘io’

Io penso esiste?

venerdì 29 giugno 2018

Gli scienziati cognitivi Sloman e Fernbach sostengono che l’intelligenza individuale sia sopravvalutata e che il modo migliore per imparare sia pensare insieme agli altri: “quello che succede tra le nostre orecchie è straordinario, ma dipende strettamente da ciò che accade altrove”. A ben pensarci, delle ovvietà.
Io, però, mi spingerei oltre, fino a sostenere che l’intelligenza individuale non esista proprio (e che forse non esiste nemmeno qualcosa come “un individuo”) – tesi radicale che però pone una domanda: quando dico “io penso che”, che cosa sto esattamente dicendo?

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

martedì 15 luglio 2014

Grazie all’amico Marco Liberatore, collaboratore dell’associazione culturale Doppiozero, per il cui sito web sta tra le altre cose curando una nuova rubrica filosofica di pensiero critico contemporaneo, è comparso nel suddetto spazio online un mio scritto sui temi dell’animalità e della natura umana – temi spesso trattati sul blog, che ho cercato di risistemare secondo una prospettiva filosofico-critica più ampia, a partire dal recente testo di Felice Cimatti Filosofia dell’animalità.

Lo si trova a questa pagina:

http://www.doppiozero.com/materiali/soglie/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto

scaryart

Aforisma 85

domenica 8 giugno 2014

Cos’altro è il cogito cartesiano – ma anche l’io in tutte le salse – se non una immane, sistematica, prodigiosa opera di straniamento?

Aforisma 82

lunedì 24 marzo 2014

(sulle orme di Derrida)
La filosofia è essenzialmente “oblio calcolato” dell’animalità – quella stessa animalità che nel guardarci ci spoglia di ogni eccezione ed humanitas: reminiscenza di un nudo corpo senza “io”.

Mieiku: dopo la verditudine

sabato 5 ottobre 2013

umberto-boccioni-autunno-lombardo

Da alcuni anni vado annotando con la mente, specie mentre passeggio o corro o m’inerpico o incedo, piccoli frammenti della visione moltitudinaria che la natura, infinitamente generosa, offre ai nostri sensi.
Più d’una volta in questo blog ho sollevato dubbi sul concetto di natura, non essendo spesso chiaro che cosa il senso comune (ma non solo) intenda con quel termine. Ciò non toglie che, qualsiasi cosa astratta o astrusa vi stia dietro, l’esperienza dell’aisthesis che aderisce pienamente alla physis è pressoché quotidiana. Vi è un continuo interscambio sensibile (estetico e di relazione vitale) tra “io” e “non io”, tra mente e corpo (e corpi) che fa sospettare che al di sopra e al di là di quell’immediatezza (per quanto confusa) si ergano sovrapposizioni e costruzioni (e finzioni e, soprattutto, scissioni) circa il nostro essere tutt’uno – con-essere –  con ciò che da sempre è e ci ricomprende: lo si chiami poi come si vuole, physis, natura, essere, tutto, sostanza – la “sostanza”, appunto, non cambia.
Ovviamente tra tali alti discorsi e gli schizzi che sono andato via via scrivendo c’è dismisura e incomparabilità (disagguaglianza, direbbe Dante); ma è proprio entro questo iato (questa ferita) che le parole provano a ricucire ciò che forse non può essere più ricucito, ma che testimonia l’arché e l’origine di ogni possibile discorso: io sono non-io, io sono natura, la natura è in me, la natura è me. Ed ogni irrelatezza è (o vorrebbe essere) così bandita per sempre dall’orizzonte di senso che la filosofia faticosamente persegue ed edifica.
In questa prima raccolta ho messo insieme, data la stagione incombente, tutto quel che ho scritto nella forma deviata dei “mieiku”, a proposito della vivace e dorata mestizia che l’autunno (anch’esso una costruzione, se si vuole) reca con sé. Magari farò altrettanto quando l’inverno busserà alle porte…

(more…)

Sazio di giorni: visione

sabato 29 settembre 2012

Prefigurare la sazietà. Immaginarmi vecchio, ma non cadente.
Sotto un ulivo, l’amaca a dondolare l’ultima fertile lettura.
La collezione di grasse sculture vegetali,
decenni di cura di cui andar fieri.
La collezione di memorie con pochi rimpianti.
I chiaroscuri inevitabili, le ferite che bruciano
– lasciarle bruciare, che è giusto.
La vasta collezione di volti e di gesti e di affetti.
Una musica diversa ad ogni tramonto
eco di tutte le canzoni cantate, di tutte le sinfonie ascoltate.
Un bagno all’alba sotto la torre Saracena, per lavar via la malinconia.
E camminare risalendo il torrente, anche se le gambe dolorano.
E pensare, pensare il più possibile, pure se la mente brucia.
Lasciarla bruciare, male non fa.
Poco cibo, l’essenziale, senza scorticare troppi viventi.
Lasciare il mondo su binari più diritti di un tempo.
Con qualche seme e qualche giovane mente in più in circolazione.
Lasciare alcuni scritti (pochi ed essenziali)
parole che scavano e che s’innalzano (poche ma essenziali)
incise su pietre che il vento e la pioggia scalfiranno
– ma solo tra un po’.
Ed un corpo scolpito da bellezza e avversità
esposto al lavorìo del tempo, senza coprire cicatrice alcuna.
Avere amato altri corpi altre anime,
ma alla fine aver lasciato indietro tutti.
Perché di fronte al gorgo si è soli.
Sazi e soddisfatti, sereni ma non felici,
oh! sarebbe così bello!
Il gorgo non sarebbe poi così male.
Vi si scivolerebbe piano fino in fondo
come fosse un antro fresco e odoroso.
E io, sazio di giorni.

La schizofrenia ontologica – Oltrepassare Severino 2

mercoledì 21 settembre 2011

Leggendo il libro di ricordi di Emanuele Severino – che com’è giusto che sia mescola esistenza e filosofia, affetti e ragionamenti, biografia e ontologia – si ha tuttavia l’impressione di una schizofrenia di fondo. Uso il termine nel suo significato originario (“divisione della mente”), senza dunque alcuna connotazione psichiatrica, per sottolineare una vera e propria Trennung filosofica, una scissione che non è soltanto quella convenzionale tra l’io e il mondo, l’individuo e la società, la finitezza della mia mente e l’intero universo nel quale quella mente si sente sperduta, ma che attiene al discorso filosofico essenziale di Severino. Lo esemplifico con due metafore da lui utilizzate nel testo:
la prima allude all’altalenante condizione del sogno e della veglia nella quale ci troviamo immersi, un tema che da Eraclito a Calderon de la Barca ha una lunga tradizione, ma che in Severino pare caricarsi di una inaudita radicalità: il sogno (“la terra isolata dal destino”) essendo la nostra condizione fondamentale, da cui emerge la via della veglia (e dunque della verità), che solo in quanto porta alla luce il sapere che l’apparire di quell’apparire non è un sogno, può indicare il “destino”, cioè lo stare assolutamente incondizionato;
la seconda metafora, di ascendenza evangelica, è quella del campo dove crescono il loglio e il grano: lo spazio dell’uno o dell’altro delimita rispettivamente quel che è proprio dell'”esser uomo” (quell’uomo errante che è Emanuele Severino), e quel che invece è “testimonianza del destino”, un Io-destino infinitamente altro dall’io-Severino. Il merito che Severino pare attribuirsi è quello che nel “suo” campo (ma è “suo”? e che cos’è il campo? – è lui stesso a chiederselo) è via via andato crescendo il grano, confinando il loglio in spazi sempre più ristretti.

(more…)

Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

mercoledì 27 gennaio 2010

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

(more…)