Posts Tagged ‘ironia’

Se 500 vi sembran pochi!

giovedì 10 marzo 2011

L’efficientissima bacheca delle statistiche di WordPress mi comunica in questi giorni (per lo meno mi comunicava fino a un secondo fa), che gli articoli pubblicati sul blog dalle origini ad oggi ammontano al numero di 500. Non so bene se impressionarmi e non ho la più pallida idea del significato di quel numero – sia quantitativamente (forse alcuni tomi, se dovessero essere stampati: ma perché mai farlo?), sia soprattutto qualitativamente, che è quel che m’importa di più. Non ne ho idea, soprattutto se volessi guardare ai 500 in termini complessivi, se non addirittura organici: che creatura ne verrebbe fuori? non sarebbe forse un mostro policefalo? o la figura di un ircocervo? giustapposizione di affastellate scritture compulsive? (‘sti cazzi! che terminologia barocca! ma cu è chistu ca scrivi? mischinu cu leggi…).

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Berluskocrate

sabato 22 gennaio 2011

Leggo e ascolto in questi giorni – anche se distrattamente – analisi varie sulla resistenza ad indignarsi da parte degli italiani a proposito del loro amorale presidente del consiglio. A parte l’antico familismo altrettanto amorale di tanta parte del belpaese (insieme a un bel po’ di ipocrisia gesuitico-papista), mi è inavvertitamente passata per la testa una iperbolica ed irriverente spiegazione di tale deprecabile italico immobilismo.
Sentite un po’ qua: in realtà gli italiani nella stragrande maggioranza non s’indignano, poiché riconoscono nel loro attuale ducetto (come già nel precedente) un immorale ed anarcoindividualista novello Socrate. Tesi strampalata, direte voi. Eppure, provate a cimentarvi in qualche paragone…

A Socrate piacevano i “giovinetti”. A Berlusconi pure (vabbé, “giovinette”, ma sempre di carne fresca si tratta).
Socrate partecipava molto volentieri ai simposi. Anche il festaiolo Berlusconi non ne perde uno.
Socrate venne accusato di avere corrotto i giovani ateniesi. Berlusconi ha fatto molto di più: ha corrotto un intero paese.
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Io se fossi Cattelan

sabato 16 ottobre 2010

Dante Alighieri faceva squadrare “amendue le fiche” dal ladro pistoiese e “bestia” Vanni Fucci, nientemeno che in cospetto della divinità (Inferno, XXV 1-3).
Svariati secoli dopo, Giorgio Gaber della divinità avrebbe voluto assumere addirittura il punto di vista, al fine di fustigare politicanti di destra, di sinistra e di centro.
Oggi – segno dei tempi – c’è il dito di Maurizio Cattelan, quel dito medio che in realtà è il residuo di una mano cui hanno mozzato le altre quattro dita, che oltre che drizzato contro finanzieri e borsaioli, nonché spacciatori globali di crisi – com’è ora in piazza Affari a Milano – mi piacerebbe vedere altrettanto eretto di fronte a… beh la lista è davvero lunga, potenzialmente infinita… si potrebbe cominciare da qualche ministro…

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Amletismi – 2/bis

martedì 14 settembre 2010

(Trascrivo, in un linguaggio meno esistenziale e più teoretico, anche se altrettanto sibillino e anfibolico, il precedente amletismo).

Come si concilia l’ontologico diritto ad esistere di ogni ente con il pòlemos originario? L’identità con la negatività, l’assertività ontica con la contraddittorietà? Perché il mondo è fatto così e non altrimenti? Non è che, ben diversamente da quel che pensava Leibniz, questo è in realtà il peggiore dei mondi possibili? Heideggerianamente: perché esso è anziché no? Dobbiamo forse concludere – antihegelianamente – per l’irrazionalità del reale?
Domande la cui china scivolosa pare condurci verso un oceano di stoltezze e di insensatezze (le kantiane fole metafisiche) cui, forse, sarebbe meglio contrapporre un poco di sana e perfida ironia…

Eironèia

martedì 21 luglio 2009

Aristotele-ScuoladiAtene-Raffaello

Per una volta, anziché fare riferimento al fin troppo celebre concetto socratico di ironia – che altro non è in ultima analisi che un metodo dissimulatorio, un programma di finzione finalizzato all’estorsione, una spremitura a freddo della nozione di verità – vorrei citare quello aristotelico, decisamente più mediocre e incolore, anche perché ha a che fare con il famigerato giochino del giusto mezzo. Insomma, da una parte il fascinoso maieuta, cacciatorpediniere e corruttore di fanciulli, oracolo filosofico vivente, dall’altra l’analitico professore, l’enciclopedico e sistematico caposcuola, scienziato e scrittore instancabile. Ma facciamo parlare direttamente la fonte, altrimenti si rischia di procedere come sempre per eccessi “arguitivi”:

“Quanto dunque alla verità, chi è nel giusto mezzo è veritiero e quindi la medietà può dirsi veracità; l’esagerazione, che avviene per eccesso, si può dire millanteria, e chi ne fa uso, millantatore, la finzione che tende a diminuire invece ironia, e chi ne fa uso, ironico” (Etica Nicomachea, II, 7, 1108a 20).

Ricapitolando: chi eccede il vero millanta, chi lo diminuisce ironizza – dunque né-né, ci raccomanda Aristotele, bisogna stare in equilibrio sulla stretta corda della giusta misura (la mesòtes, medietà). Sorge però un problema: sminuire il vero suona abbastanza chiaro e plausibile, ma esagerarlo cosa vorrà mai dire? Non sarà mica che Aristotele aveva in mente le figure del relativista narciso e cialtrone da una parte e del fondamentalista fanatico-totalitario dall’altra?
Gli è che il contesto è qui quello etico, non quello metafisico od ontologico: Aristotele sta indagando le virtù etiche, ovvero la disposizione razionale dell’anima volta a controllare le passioni e ad evitare eccessi o difetti. E il bello è che la mesòtes “non è né una né identica per tutti”, dunque come si concilia con la verità che non può per definizione non essere identica per tutti? Certo, precisa Aristotele, l’uomo saggio, il phrònimos, sa sempre determinare la giusta misura.
Io comunque, che non sempre sono saggio e non sempre riesco a stare in equilibrio su quella corda che vieppiù si assottiglia, al borioso millantatore continuo a preferire l’ironico dissimulatore – chissà, forse perché il contrario di millanteria suona modestia e umiltà…

Pensieri obliati

martedì 14 luglio 2009

magritte-memoria

Uno dei motivi, tra gli altri, che mi hanno indotto ad aprire questo blog, risiede forse in un colloquio che ebbi con una mia amica filosofa alcuni anni fa, e che è riemerso dall’oblio solo l’altra mattina durante una corsa nei boschi. Dissi a quella mia amica che avevo pensato tre cose, e che ero molto soddisfatto di quei tre pensieri, perché li avevo elaborati e sistemati piuttosto bene. Cotti a puntino. Solo che: il primo lo avevo dimenticato; il secondo avevo deciso scientemente di distruggerlo (cosa piuttosto impossibile, immagino); mentre il terzo lo avevo riportato su qualche foglietto volante, che naturalmente si era poi perduto. Morale: di quella fatica teoretica non era rimasto nulla. Siccome io vantavo questo (non) risultato come proficuo e filosoficissimo, la mia amica, dopo un breve quanto imperscrutabile silenzio, mi aveva risposto senza peli sulla lingua, dandomi dello scemo.
Ora, a distanza di anni, non saprei proprio dire quali fossero quei pensieri, né tantomeno se avevano davvero una qualche importanza (per me, non certo per l’umanità). Del resto, se erano importanti si saranno riversati in qualche altro rivolo della mente; se non lo erano, tanto meglio averli dimenticati. Eppure – se è vero come dice Hegel che è ben più pregnante il processo del risultato – averne traccia sarebbe stato quanto meno utile. Ma tant’è.

E visto che oggi si gioca con la memoria e l’oblio, ne approfitto come faccio sempre ogni anno, per ricordare e brindare al 14 luglio e a quel che tale data ha significato e che forse oggi significa un po’ meno: come certe parole fruste e vacue (vacue perché fruste) – libertè, egalité, fraternité – parole di cui però, gira e rigira, si finisce sempre per parlare…

Lezione spinozista 1 – La filosofia ridotta all’osso

venerdì 27 febbraio 2009

Spinoza

(Con “lezione” s’intende che è Spinoza ad impartirla, non certo il sottoscritto. Di mio ci metto un po’ d’interpretazione, quel che ho capito e ricavato leggendo i testi – sperando di non sporcare troppo la purissima e candida farina del sacco spinozista…)

Nota faceto-filosofica a mo’ di introduzione
Era stato sua maestà Giorgio Guglielmo Federico Hegel ad utilizzare la metafora dell’osso a proposito dell’attitudine a “ridurre” a tale scheletrica (e schematica) pochezza nientemeno che lo spirito da parte di certi saccenti saperi pseudoscientifici, quale ad esempio (a suo immodesto parere) la frenologia, scienza del cranio, dunque dell’osso degli ossi. Lo stesso Giorgio Guglielmo eccetera, sempre nella Fenomenologia dello spirito, aveva praticamente aperto la sua ricerca lamentando che si era finora troppo sostanzializzato e poco spiritualizzato – indi per cui la sostanza andrà d’ora in poi intesa come soggetto. Poche palle e poche discussioni!
Per molto tempo ho tenuto in somma considerazione la filosofia hegeliana che tutto riduce o riconduce (cuce, scuce e ricuce) in guisa di spirito, idea, soggetto, concetto – ma ora che mi vado vieppiù dishegelizzando, mi sento di dire che un bel ritorno a Spinoza ci può anche stare (oggi va forse un po’ più di moda il caro Baruch, e poi fa chic ogni tanto voler ritornare a qualcuno o a qualcosa…). E così, non sarebbe del tutto fuori luogo rovesciare il precedente rovesciamento (anche il voler rovesciare a tutti i costi è una moda filosofica) e dire forte e chiaro che è venuto il momento di tornare ad intendere il soggetto (quel soggettone tanto ridondante, che ha eroicamente resistito alle varie e tremende destrutturazioni e decostruzioni novecentesche) un po’ più in termini di sostanza… Per dirlo in salsa hegeliana: “tutto dipende dall’intendere e dall’esprimere il vero non come sostanza, ma altrettanto decisamente come soggetto“. Ecco, noi con la benedizione di Benedictus (quello seicentesco, non l’odioso vescovo di Roma) proveremo ad andare in direzione contraria…

***

Qui comincia la lezione spinozista numero 1

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DIVERTISSEMENT ONTOLOGIQUE

martedì 9 dicembre 2008

-Toc toc. C’è il signor Essere?
-…
-Toc toc. Cerco il signor Essere, è in casa?
-…
-Signor Essereeeeee! Signor Essereeeeee!
-…
-Vabbé, vorrà dire che mi rivolgerò al signor Molteplice.
-Eeeh?
-Signor Essere! Ma allora c’è.
-…
-Ehilà, signor Divenire, non scappi che sto arrivando.

porta-aperta2

-‘azzo stai dicendo?
-Signor Essere, ma allora è in casa. Perché non rispondeva? Stava dormendo? L’ho per caso svegliata?
-Quando si sentono cianciare certe sciocchezze… il signor Molteplice, il signor Divenire… ma chi ca…
-Ahem, signor Essere, non la facevo così sboccato!
-Sboccato? Che parola è?
-Una parola, come tante.
-Tante! A casa mia “tanto”, “poco”, “molti”, “cambiamenti” sono parole non gradite. Anzi, direi che le parole stesse non sono gradite. Io amo il silenzio.
-Mi scusi, ma lei sta parlando.
-Certo, perché mi hai svegliato.
-Ah già, dimenticavo; la faccenda che Solo Lei E’, che è l’Unico, il Solo, il Vero, l’Eterno…
-Sissì. E’ proprio così. Qualcosa in contrario?
-No, anzi. Però mi chiedevo, non ha già troppa compagnia se ha bisogno di essere qualificato in tutti quei modi?
-Eeeh?
-Sì, insomma: lei è il signor Essere, e tanto dovrebbe bastarle. Invece lei è anche il signor Unico, la signora Verità, il signor Eterno… ma così non siete uno e molteplice? o no?

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DOSE QUOTIDIANA MODICA

giovedì 20 novembre 2008

just-beyond-the-sunset

Checché ne dicano ontologi, parmenidei, eleati e severiniani; mistici, trascendenti e trascendentali; persone pie, devote ed escatologiche – io sento e so di essere esposto alla rovina del divenire; sento e so di essere temporalmente determinato, finito; sento e so di essere transeunte, caduco; sento e so di essere di passaggio su questa terra.
Tra un minuto potrei essere morto, potrei non essere più quell’ente che sono, e allora quell’insieme che mi delimita e che convenzionalmente chiamiamo “io” si dissolverebbe in un attimo. Oppure un morbo maligno potrebbe insinuarsi nelle mie cellule, e cominciare a fare il vuoto dentro di me, e lentamente distruggermi. Piano piano, in silenzio, fino a farmi precipitare nel nulla.
(Ad alcuni miei cari amici e amiche è successo o sta succedendo).
Ecco perché, conscio di questa mia condizione, ogni giorno mi sparo in vena la mia dose quotidiana di bellezza.
Innanzitutto passeggiando. Una camminata, anche breve, non deve mancare mai; la vista degli alberi, delle loro forme e colori cangianti; pochi attimi di sole, quando c’è, un sole generoso che dispensa i suoi raggi obliqui anche dalle curvature invernali, sempre più corte; talvolta la fortuna di un tramonto, spezzato dalla linea frastagliata dell’orizzonte e intarsiato dall’intrico dei rami; uno sguardo, una stretta di mano, un bacio, un abbraccio, un soffio sul collo; la musica di Allevi o di Einaudi o di chiunque altro calcata bene dentro le orecchie; un pensiero, a volte sfarzoso a volte striminzito… è sufficiente una dose modica di una qualunque di queste cose. Ma ogni giorno ci deve essere, non deve mancare mai. Prima che si compia, breve o lungo che sia, perché potrebbe non tornare.
Il poeta austriaco Georg Trakl diceva in una sua poesia che amo spesso citare “è preparato un bene e un male“. Ogni giorno è così. Non posso granché prevenire il male, posso solo sperare di non incapparvi o sforzarmi di non commetterlo. Ma certo è nel mio potere inocularmi un frammento di bene, farlo diventare bellezza e provare a renderne qualcun altro partecipe. Prima che tutto precipiti nel nulla.

foto da Album di jalalspages

SEMPRE NEL MAI

venerdì 19 settembre 2008

Non amo molto i best-sellers. Sono costretto ad occuparmene per motivi professionali – un po’ come un bravo insegnante si deve occupare suo malgrado di registri e burocrazia, infinite e pallose riunioni, ma poi torna ai suoi ragazzi e all’insegnamento e riprende a respirare. Così anch’io da bibliotecario scrupoloso, dopo essermi occupato di statistiche, ordini e fatture, con quintali di cartaccia contenente thrilleroni grondanti sangue o l’ultimo mistero sul santo graal o lo shopping delle mutande di pizzo nelle boutiques di New York… alla fine riemergo e mi prendo una boccata di ossigeno aprendo un libro e leggendo qualcosa di sensato. Sì, ogni tanto succede.
L’eleganza del riccio è indubitabilmente un best-seller (400.000 copie in Italia, 1 milione in Francia), oltretutto fa parte di quelli non annunciati o programmati, ma come si suol dire dovuti al passaparola (che comunque non è lo stesso una garanzia, visti i precedenti di Moccia o Melissa P.), eppure è un libro interessante, ben scritto e a tratti geniale. Ne parlo qui perché ha anche la caratteristica di essere a tutti gli effetti un romanzo filosofico – o, per la precisione, sociofilosofico o antropologico-filosofico, o come si preferisce.

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