Posts Tagged ‘irrelatezza’

Sull’insensatezza (e Bartleby)

mercoledì 6 aprile 2016

bartleby

[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
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È, dunque, la violenza!

lunedì 7 luglio 2014

il-caso-di-eddy-bellegueule

Ho letto di recente Il caso Eddy Belleguele, che pare abbia spopolato in Francia. Qualche tempo fa avevo letto, di John Williams, Nulla, solo la notte. Un accostamento improprio, data la lontananza geografica, culturale, tematica, stilistica. Eppure: sarà che ultimamente vedo e percepisco straniamenti ovunque, trovo che entrambi questi brevi romanzi – oltre al contenuto della violenza che li lega – siano caratterizzati proprio dalla loro forma straniante.
Nel caso dello scrittore americano, in maniera praticamente dichiarata ed oltranzista (come del resto era già avvenuto in Stoner): il sogno con cui il racconto di Williams si apre, è una lenta messa a fuoco del fenomeno straniante per eccellenza, un riconoscimento solo a posteriori che la figura al centro della scena non è un altro, ma io – eppure è come se fosse un altro, e “io” e “altro” si equivalgono proprio in questa fuoriuscita e deflagrazione del senso. Irrelatezza e separatezza – “guardandola, fu assalito di nuovo dalla coscienza dell’evidente ed essenziale separatezza di tutte le persone” – sono la cifra esistenziale dominante, in tutto quel che accade al giovane Maxley in una qualsiasi giornata californiana, dall’alba a notte inoltrata (i termini temporali della narrazione, che sono però i termini di una vita insensata ed irrelata).
Ma è il giovane scrittore francese Èdouard Louis (more…)

Mieiku: dopo la verditudine

sabato 5 ottobre 2013

umberto-boccioni-autunno-lombardo

Da alcuni anni vado annotando con la mente, specie mentre passeggio o corro o m’inerpico o incedo, piccoli frammenti della visione moltitudinaria che la natura, infinitamente generosa, offre ai nostri sensi.
Più d’una volta in questo blog ho sollevato dubbi sul concetto di natura, non essendo spesso chiaro che cosa il senso comune (ma non solo) intenda con quel termine. Ciò non toglie che, qualsiasi cosa astratta o astrusa vi stia dietro, l’esperienza dell’aisthesis che aderisce pienamente alla physis è pressoché quotidiana. Vi è un continuo interscambio sensibile (estetico e di relazione vitale) tra “io” e “non io”, tra mente e corpo (e corpi) che fa sospettare che al di sopra e al di là di quell’immediatezza (per quanto confusa) si ergano sovrapposizioni e costruzioni (e finzioni e, soprattutto, scissioni) circa il nostro essere tutt’uno – con-essere –  con ciò che da sempre è e ci ricomprende: lo si chiami poi come si vuole, physis, natura, essere, tutto, sostanza – la “sostanza”, appunto, non cambia.
Ovviamente tra tali alti discorsi e gli schizzi che sono andato via via scrivendo c’è dismisura e incomparabilità (disagguaglianza, direbbe Dante); ma è proprio entro questo iato (questa ferita) che le parole provano a ricucire ciò che forse non può essere più ricucito, ma che testimonia l’arché e l’origine di ogni possibile discorso: io sono non-io, io sono natura, la natura è in me, la natura è me. Ed ogni irrelatezza è (o vorrebbe essere) così bandita per sempre dall’orizzonte di senso che la filosofia faticosamente persegue ed edifica.
In questa prima raccolta ho messo insieme, data la stagione incombente, tutto quel che ho scritto nella forma deviata dei “mieiku”, a proposito della vivace e dorata mestizia che l’autunno (anch’esso una costruzione, se si vuole) reca con sé. Magari farò altrettanto quando l’inverno busserà alle porte…

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Il punto in 18 punti

lunedì 11 febbraio 2013

[Pensieri di fuoco nascono dai ghiacci. Almeno a me capita così. Sia il mulinare della neve – che apre inusitate prospettive filosofiche – sia le lande ghiacciate, sortiscono nella mia mente effetti stranianti e febbrili.
Camminavo, appunto, sui ghiacci di fine dicembre, in un paesaggio lombardo che ricordava vieppiù la tundra o la taiga, quando mi sovvennero pensieri urgenti con pressanti richieste di fare il punto. E così, un po’ come capitò con le 19 tesi di qualche anno fa, ecco una breve summa del punto filosofico a cui sono ora giunto. Un punto che è solo la fine provvisoria di un nuovo inizio].

1. Tutto sta nella correlazione originaria. Qualcosa (qualunque cosa) è connesso a qualcos’altro (qualunque altra cosa) e pare spingere in direzione di un fondamento – un ab-solutus – quasi a bramarlo come suo proprio completamento; ma può una correlazione – dunque un rinvio da un capo all’altro – fondare ultimativamente qualcosa?

2. Eppure la questione ab origine si presenta in siffatta guisa: un io che pensa, da una parte e, dall’altra, un pensato che è un essere-totalità-indistinzione da cui l’io ha la pretesa di distaccarsi. Senonché “io” è punta acuminata di un corpo (un indivi-duo), che è già da sempre immerso, sommerso, conficcato entro una corporeità diffusa – un essere, un tutto, una nebulosa di corpi, di enti, di oggetti, di viventi.

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Ontologico amore

venerdì 13 luglio 2012

(scrivendo qua e là frammenti – disiecta membra sorte da un unico martellante pensiero fisso – ne è venuta fuori la solita possibile triade che ogni tanto imperversa sul blog: il 3 è un numero fin troppo affollato di simboli, di fronte alla cui potenza non so resistere; eviterò però la numerazione, così da alleggerire il susseguirsi degli ontologici conati; sì, perché gira e rigira sempre lì la mente mi riconduce: a quel pensiero dominante che, con risorgente enfasi, denominiamo di volta in volta dio – sostanza – essere – eterno – fondamento – significato – verità – amore… beh, cominciamo con l’amore, poi si vedrà)

Nel Trattato teologico-politico, Spinoza affronta ad un certo punto il tema dell’amore – nella fattispecie dell’amore divino, che è insieme amore di e per Dio. Il ragionamento che qui viene condotto riguarda l’obbedienza che si deve a Dio, come essenza della fede, che si riduce e sostanzia nella legge amorosa – ama gli altri così come ami Dio. Questo criterio universale viene poi messo in pratica nella necessità di operare, poiché “la fede senza le opere è morta”. Spinoza cita Giovanni, là dove afferma che “Dio è amore” (charitas), dal che si conclude che, “nessuno percepisce o avverte Dio se non per mezzo dell’amore verso il prossimo, e [che] perciò nessuno può conoscere altro attributo di Dio all’infuori di questo amore, in quanto partecipiamo ad esso” (Tractatus, cap. 14, § 2).
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Cattivo infinito

venerdì 1 giugno 2012

1. Al pensiero greco, in generale, ripugna il concetto di infinito. L’idea che qualcosa si reiteri o si espanda indefinitamente, che non abbia limiti o confini e che sia smisurato, fa a pugni con la ragione filosofica, con il tentativo cioè di imbrigliare l’essere e di comprenderlo. E proprio l’essere, che potrebbe intendersi kat’exochèn come infinito – non essendoci nulla di pensabile o di tangibile oltre ad esso – viene invece de-finito da Parmenide attraverso l’immagine di “una sfera perfettamente rotonda”: l’essere racchiude in sé tutte le cose, le circoscrive, non le rinvia al di là di sé, in una zona del tutto indeterminata.
(Rilevo en passant come tale discorso richiami, almeno in parte, una differenza concettuale che l’attuale astrofisica opera nei confronti dell’universo: noi non sappiamo ancora se esso sia infinito, ma sappiamo per certo che è illimitato, un po’ come la superficie di una sfera, percepita da chi la dovesse percorrere come uno spazio indeterminato e senza confini).
Già il nome greco di infinito – che ha però un’accezione profondamente diversa dal concetto corrente, soprattutto matematico, oltre che da quello medioevale e cristiano – ha una connotazione essenzialmente negativa: l’àpeiron è ciò che non ha termine, nel senso però di incompiuto, dunque di imperfetto. Sono inoltre propenso a sovrapporre questa caratterizzazione dell’infinito con quella dell’irrazionale: lo smisurato è anche ciò che non può essere determinato/pensato, ciò che non ha forma e che dunque sconfina nell’insensato.
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Pèntade: l’anima e il blog

lunedì 20 febbraio 2012

In verità, la prima parte del titolo potrebbe ingannare, poichè trattasi – secondo la definizione del dizionario on line Hoepli – di termine raro indicante “Gruppo di cinque cose uguali”. Vorrei infatti sperare che i cinque anni di blog trascorsi – l’anniversario cade proprio in questi giorni – non siano stati una omologata e noiosa pèntade. Pur tuttavia, proprio perché in oltre 600 post scritti in un arco temporale così lungo (ma anche breve, dipende dai punti di vista, come sempre), e così affollato di cambiamenti – ma anche così eguale e piatto (non mi pare ci sia stata nessuna rivoluzione epocale) – sono confluiti argomenti tanto disparati, ebbene vorrei approfittarne per provare a rinserrare le fila.
Anche se di fili al plurale occorre parlare, ché la mente è una matassa ingarbugliatissima, non certo riducibile ad un unico filamento. Insomma, proverò a dare una scorsa dall’alto, a volo d’uccello, al blog, per vedere se si intravvedono alcuni di questi fili e magari disegnare una qualche mappa. Dopotutto, se è vero che nel blog ho riversato pensieri ed emotività, pezzi di vita e di riflessione, dovrebbe pur restituirmi una qualche immagine speculare di 5 anni di vita intellettuale (e non solo). Salvo magari scoprire che nello specchio si andrà disegnando un ircocervo…

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Immaginastrazione

martedì 15 novembre 2011

“Noi cerchiamo sempre “risposte” e “soluzioni”,
abbiamo mente, occhi e orecchie solo per l’utile ed il pragmatico.
Sembra che il mondo inizi e finisca a pochi metri dal nostro naso.
E’ per questo che la filosofia, l’esercizio della ragione,
desta sospetti soprattutto oggi: sembra un futile
esercizio mentale, inutile quanto astratto..
.”

(Roberto Fiaschi, in un commento su questo blog)

***

[Sommario: Prolegomeni – Filosofia (troppo) astratta – La domanda metafisica – Ontologia sospetta – Dialogo tra sordi –  L’astratto e il concreto – Aphàiresis – Esempi e paradossi – Excursus hegeliano – Filosofia (troppo) concreta – Immaginazione filosofica: l’inizio di una riflessione – Le dorate ali del mito]

(Se volessi scrivere una Introduzione alla filosofia, comincerei con i seguenti capitoli:
1. Straniamento – (ne avevo parlato qui);
2. Astrazione, ovvero dell’immaginazione filosofica…
È possibile che il terzo capitolo venga dedicato al rapporto tra i due concetti, ma per ora – dato che non sto scrivendo un libro, ma un post – mi voglio dedicare alla sola nostra facoltà di astrarre).

Mi trovo totalmente in sintonia con la posizione esposta nel commento in esergo, posizione che ho sempre sostenuto e perorato su questo blog, soprattutto nei confronti di coloro che criticano la filosofia perché astratta o, peggio, astrusa, inconcludente, staccata dal reale, inutile, ecc. Così come ho sempre ritenuto che parlare di “essere” e “nulla”, di divenire, di enti, essenti, realtà, necessità, verità, eternità e quant’altro, non sia affatto un esercizio capzioso ed autoreferenziale, ma anzi il cuore stesso del discorso filosofico. Più che una riduzione della filosofia ad ontologia, parlerei di una curvatura ontologica inevitabile del discorso filosofico, che non può prescindere da quei concetti e da quelle domande.
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L’assassino

lunedì 25 luglio 2011

Ammutolito dai fatti di Norvegia. Ragione balbettante, che s’inceppa, gira a vuoto. Eppure la ragione sta dietro a quei fatti. Una mente li ha partoriti, dopo averli pianificati a lungo. Fa orrore tutto ciò. Il sonno della ragione genera mostri. Ma anche la ragione diurna li genera. Dialettica dell’illuminismo. Io che sono convinto apologeta di entrambi. Eppure lo sapevo da tempo – anche dietro i campi di sterminio c’era la ragione. E pure in abbondanza. Ma vederlo sui corpi massacrati di Oslo – quelli giovanissimi di Utoya, eliminati con metodo e con rigore – rinnova lo sgomento. Perché la ragione che cerca di capire se stessa – e il suo coté noir, il suo lato oscuro – rischia di incartarsi. Di non arrivare a nulla. Restano solo frammenti e macerie. Un dire smozzicato come il mio di oggi.
E allora provo a rivolgermi altrove. Guardo i ritratti del mio pittore prediletto. Connazionale del fondamentalista nazicristiano. Il “conservatore culturale”. Magari c’è anche il suo volto in quei ritratti. L’urlo, l’alienazione, l’angoscia, l’estraneità, il dolore, la morte – nessun altro è riuscito a rappresentarli come lui ha saputo fare.
Ci sono però due quadri di Munch che si stagliano più netti. Agitazione interna, L’assassino. Nel primo il lavorìo silente della mente. Noi non sappiamo che cosa agiti l’uomo ritratto. Quale sconvolgimento ne percorra lo spirito. Quali pensieri e propositi. Così come per anni il carnefice di Oslo e di Utoya. Trafitto dalla neritudine. Da una ragion folle e nichilista. (Che forse si è fatto finta di non vedere. Eppure i segni c’erano e ci sono, ovunque e in abbondanza). Ma ora è di lui che parlo. Anche se non intendo nominarlo.
E di fatti è l’altro quadro quel che gli si attaglia di più. L’assassino. Con quel viso verde, anonimo, cancellato. Uno qualunque. Uno di noi. Alterità e identità che si confondono. Il male, il lato oscuro, l’orrore – sono qui. Non altrove. E lui avanza verso di noi. E’ già nel nostro spazio. Ci fissa con quei due punti neri, terribili. Quelle mani rosse di sangue penzolanti. Il paesaggio attorno è stravolto. La natura cancellata come quel volto. Segno di un’irrelatezza estrema.
Lui è qui, non altrove.