Posts Tagged ‘jonas’

(Onni)potenza medica

venerdì 9 dicembre 2016

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Abbiamo un problema con la medicina. Che è poi il medesimo problema che abbiamo con la tecnica, ovvero un crescente delirio di onnipotenza (ed una corrispettiva sensazione di impotenza)
Non è qui in discussione che la medicina di tipo organicistico-positivistico abbia conseguito enormi successi. Per lo meno sul piano quantitativo (l’ambito qualitativo è un’altra faccenda): antibiotici e vaccini hanno condotto un’immensa guerra batteriologica dell’umanità contro il resto del mondo, mai vinta del tutto ma sicuramente efficace (non saremmo altrimenti sette miliardi, quasi otto). La chirurgia ha plasmato e riplasmato i corpi. Siamo ormai sulla soglia del corpo ibrido, biomeccanico.
Tuttavia, proprio questo indiscutibile successo ha finito per far montare la testa al potere medico (e farmaceutico): ospedalizzazione, medicalizzazione e farmacologizzazione integrale degli umani non bastano più, ora si entra anche nel territorio liminale di vita e morte.
Già in passato ho discusso di eutanasia, su questo stesso blog, a partire dalle riflessioni di Hans Jonas – che proprio del rapporto tra etica e medicina si è molto occupato. È un argomento su cui occorre essere molto cauti, ma avevo concluso (cosa di cui sono ancora convinto) che è di esclusiva pertinenza del soggetto vivente/morente decidere sui limiti della propria vita/morte: la sfera della sua autodeterminazione non può mai essere violata, e soprattutto non deve esserlo in nessun caso dal potere medico. I medici indagano, diagnosticano, curano – ma è il “malato” a dover decidere su di sé, e deve poterlo fare quando è in grado di intendere e di volere (espressione di volontà che, ovviamente, può presentare problemi, motivo per cui è necessaria più che mai una legge che regolamenti tali volontà, in forma di “testamento biologico” o altro).
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Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

martedì 22 aprile 2014

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso – Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

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Bioepoca – seconda parte

venerdì 29 aprile 2011

Diamo ora uno sguardo alla scienza e alla tecnoscienza.
La rivoluzione scientifica in epoca moderna – attraverso la riappropriazione della natura da parte della sfera umana, sottratta alla precedente ipoteca teologica – costituisce l’avvio di un processo di teorie e di conoscenze che oggi possiamo definire apparato tecnoscientifico, e che si sostanzia in una precisa mentalità nei confronti del mondo naturale.
La scienza si presenta apparentemente in forma di sapere neutrale ed oggettivo, lontano da ogni connotazione valoriale (fatti, non giudizi): in una formula matematica o in una reazione chimica, oppure nella conoscenza relativa alle tecniche riproduttive dei coleotteri non c’è, né può esservi, nulla di rilevante sul piano etico. Questo non vuol dire che il sapere scientifico è l’unica forma di conoscenza data. Anche un quadro o una sinfonia ci dicono qualcosa della realtà; basti poi pensare alla poesia, e a quanto essa sia in grado di descrivere con precisione i sentimenti umani, magari meglio di quanto non facciano le neuroscienze (che si limitano spesso a tradurli in reazioni chimiche o in “luci” che si accendono nelle varie parti del cervello).
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Atomi pensanti (e possibilmente denuclearizzati)

lunedì 14 marzo 2011

Atomi tormentati, su questo cumulo di fango,
che la morte inghiotte e con cui la sorte gioca
ma atomi pensanti.
(Voltaire)

Ho già più volte affrontato su questo blog il tema della teodicea (qui in particolare, anche se rovesciato in termini di antropodicea). E’ sempre bene ricordare, con le parole del Dialogo della natura e di un islandese di Leopardi, che la natura è del tutto indifferente alle nostre vicende, e se ne sbatte altamente di noi come di tutte le altre specie o dei singoli viventi. O meglio: ciò che noi chiamiamo “natura” non ha in sé nessun elemento soggettivo, nessuna volontà, nessun piano – così come noi un po’ presuntuosamente intendiamo questi concetti che le vorremmo attribuire, direttamente o indirettamente. Dio non c’è, e se anche ci fosse se ne sbatterebbe pure lui (perché mai dovrebbe appassionarsi ad un così minuscolo ed insignificante angolo, un banale puntino nell’economia dell’universo? – o della pluralità di universi, come vanno sostenendo alcuni cosmologi).
Quel che forse colpisce di più nelle immagini del muro nero d’acqua che ha spazzato via le città giapponesi di Onagawa o di Minamisanriku inghiottendo gran parte dei loro abitanti, delle case, degli oggetti – della medesima natura – è proprio quell’assoluta indifferenza, quel misto di terribile innocenza e cecità, quell’impersonale e necessario incedere degli eventi che non può non lasciare attoniti. E che però è il carattere più profondo – direi ontologico – della natura, del cosmo, dell’essere.
Dice Eraclito:
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MEGARICCHI

venerdì 29 agosto 2008

C’è un libro di un autore francese che è stato tradotto con il titolo Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Devo premettere che mi aspettavo molto di più, sia in termini analitici che per quanto concerne il capitolo delle proposte e delle prospettive. Tuttavia, nella congerie di dati che il testo presenta ci sono alcune comparazioni che fanno una certa impressione. Ne riporto qualcuna a caso: 793 megaricchi censiti da Forbes possiedono 2600 miliardi di dollari che corrispondono alla totalità del debito dei paesi del Terzo Mondo; da fonti ONU risulta che i guadagni delle 500 persone più ricche sono superiori a quelli dei 416 milioni di persone più povere; c’è poi qualcuno che, secondo Le Monde, guadagna più di 1 miliardo di dollari all’anno (entrate, non patrimonio), ecc. ecc.
Ormai la setta è cosmopolita: Russia, Cina India, non solo USA o Europa; questa che ci viene presentata con una serie di numeri e di caratterizzazioni, di stili di vita e di relazioni globali da Hervé Kempf è la vera casta che domina il pianeta. Niente di nuovo rispetto al passato e all’eterna girandola delle disuguaglianze, ma una cosa inedita c’è: i limiti della biosfera. L’unica vera soluzione per evitare le catastrofi prospettate a causa della forzatura di quei limiti si sostanzierebbe nei seguenti tre punti: “fermare la crescita materiale”, bloccare il processo di emulazione sociale e “cambiare gli standard culturali del consumismo esibizionista”. L’autore profila scenari in cui la democrazia è seriamente in pericolo con una evidente pulsione verso l’apocalisse…

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EUTANASIA

martedì 23 ottobre 2007

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Non enim vivere bonum est, sed bene vivere.

Poi, dopo una breve passeggiata, mi si sono chiarite le idee. Forse per effetto dell’aria luminosa e dei colori brillanti e dorati dell’autunno. E per quanto si possa avere le idee chiare in casi come questi. Ma a una conclusione sono giunto: l’eutanasia è un’ipotesi (chiamiamola così, per ora) applicabile solo in un ambito ben preciso di soggetti e a determinate condizioni. Innanzitutto solo chi è in grado di scegliere consapevolmente può invocarla. E’ eticamente inammissibile, quindi, esercitarla su soggetti non consapevoli o irresponsabili (bambini nati con gravi malformazioni o disabili gravi, ma anche, ahimé, malati terminali e incoscienti che non abbiano espresso volontà in proposito): in tal caso sarebbe omicidio, anche nei casi più “pietosi” si tratterebbe pur sempre di omicidio. Nessuno può decidere per me, ma io non devo poter decidere per altri non in grado di farlo. Ai medici, poi, deve essere vietato nella maniera più assoluta di intervenire nei casi di eutanasia. E’ ammissibile, infine, che io deleghi qualcuno a decidere per me nell’impossibilità eventuale che lo possa fare io. Questi sono i confini, mi pare al quanto ristretti, che per ora sono riuscito a tracciare.

(Due postille sono però doverose. L’inammissibilità etica a proposito di bambini malformati, non può essere estesa agli embrioni, dove prevale la priorità etica dell’autodeterminazione: la donna è un soggetto che crea vita, non un’incubatrice, e le spetta di diritto di decidere su di sé e sulla vita che è dentro di sé, che è ancora parte di sé. L’aborto non è mai un omicidio, ma la scelta di non far nascere. Seconda cosa: chi poi, una volta introdotto il doveroso testamento biologico, dovesse in tutta coscienza decidere di voler rimanere in vita grazie alle macchine per un tempo irragionevole, magari qualche decennio, dovrebbe anche porsi la domanda (etica né più né meno come la sua scelta) a proposito delle risorse sottratte ad altri; se però non se lo chiede, dovrebbe farlo la legge, magari preventivamente, non a cose fatte).

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