Posts Tagged ‘jünger’

Amore nettunico (con oblio)

mercoledì 9 aprile 2014

botticelli-birth-venus

«Esiste una sola specie di amore, al di là dello spazio e del tempo; tutti gli incontri sulla terra sono immagini, sono colori dell’unica e indivisibile luce. L’amore inteso in senso generale, l’amore nel turbine della temporalità è terreno, e nettunico; l’oceano è la culla dalla quale si erge Afrodite. Dai suoi abissi sgorga ciò che nell’amore è onda e ritmo, tensione e mescolanza, ciò che è meraviglioso e terribile. Sulla riva del mare e sugli scogli noi percepiamo la sua anonima canzone fatale, le profonde voci delle sirene che, emergendo e tuffandosi, ci attirano per perderci nel loro mare. L’attrazione è irresistibile».

[Ho ritrovato tra le bozze del blog questo passo, senz’altra indicazione, e rileggendolo non ho potuto capire né cosa fosse né come mai lo avessi trascritto – ovviamente ho subito capito che non era di mio pugno. Mi sarebbe piaciuto pubblicarlo così, in maniera anonima, ma la potenza di google me lo ha impedito, visto che nel tempo di un clic ne ho potuto individuare la fonte – ovvero Ernst Jünger, Nel palazzo. È un brano molto bello, ma la mia memoria rimane comunque avvolta dalle nebbie a proposito del luogo e delle circostanze di lettura. Mi fornisce però la ghiotta occasione di accompagnarlo al quadro di Botticelli, che forse mai più mi si ripresenterà…]

Annunci

JÜNGER, LA FOTOGRAFIA E IL MONDO MUTATO

sabato 22 settembre 2007

Maurizio Guerri, filosofo e ricercatore presso la cattedra di estetica dell’Università Statale di Milano, studioso di Spengler, Jünger, Nietzsche, e della lettura filosofica del fenomeno guerra, ha organizzato un’interessante mostra fotografico-filosofica presso la ex-chiesa di San Carpoforo a Milano (zona Brera), edificio splendido, ma trascurato e sottoutilizzato. Accompagna la mostra un fittissimo calendario di incontri sul tema della violenza.

Ernst Jünger, filosofo tedesco del ‘900 (di tutto il Novecento visto che è vissuto fino a 103 anni), ha curato negli anni ’30 ben cinque volumi fotografici. Ma perché un filosofo si dovrebbe occupare di fotografia?

Tale interesse va senz’altro ricondotto alla genealogia del terrore e dell’ossessione securitaria che costituisce un capitolo essenziale delle ricerche jungeriane. L’attualità di Jünger sta proprio nell’aver capito come la “mobilitazione totale” dispiegata durante la prima guerra mondiale abbia chiaramente rivelato i caratteri della nuova scena mondiale che si andava costituendo: “un processo di fusione di guerra e lavoro che non dà come risultato la semplice somma delle due attività, ma segna una svolta epocale, una ‘mutazione genetica’ della storia, un nuovo scenario spazio-temporale fatto di normalità violenta in guerra e di violenza normalizzata in pace”.

Il lavoro, il controllo sociale (sempre più interiorizzato), l’intreccio di ordine e pericolo, la tecnica dispiegata sono gli elementi di un’ “opera di mutazione dei luoghi e delle culture del pianeta in un unico spazio uniformato e funzionale alla sperimentazione del sistema-lavoro” – al punto che l’attuale “scontro di civiltà” (o di inciviltà, come giustamente lo definisce la mia amica Nicoletta Poidimani), è solo fumo rispetto all’arrosto di quel che sta realmente accadendo.

E la fotografia? Secondo Jünger l’occhio telescopico e meccanizzato è sintomo e parte del processo, tutt’altro che neutrale. Anzi, è proprio questa neutralità anestetizzante (per esempio nella riproduzione/serializzazione del dolore, molto simile all’anestetizzazione medica dei corpi) ad essere uno dei sintomi principali dell’era globale della tecnica. C’è nella fotografia una dimensione “intrusiva”, “violenta”, che “tende ad abolire l’esperienza, la separazione tra pubblico/privato e compie il primo passo verso la realizzazione di una controllabilità globale, che si impone come unica risposta al terrore politico, sociale, igienico che assedia la vita contemporanea”.

Queste, in pillole, le tesi di Jünger, discusse e condivise da Guerri (si veda il saggio La violenza è normale? L’occhio fotografico di Ernst Junger, nel volume Il mondo mutato, edizione Mimesis, da cui sono tratte le citazioni), e su cui concordo in gran parte. Il fatto poi che talvolta mi ritrovi ad essere un entusiasta apologeta dello sviluppo tecnologico (convinto come sono che senza la tecnica noi saremmo tutta un’altra specie, tutta un’altra cosa, non saremmo umani), non mi fa certo chiudere gli occhi (per lo meno l’occhio della mente, dato che quello telescopico produce spesso uno sguardo passivo e un po’ ebete) di fronte agli immani pericoli che corriamo, proprio nei termini posti ormai 70 anni fa, con grande lungimiranza, dal filosofo tedesco.

Ma non mancherò di tornare sulla crescente divaricazione tra la superficie e l’interno, la “visione telescopica” e l’esperienza, la spettacolarizzazione/uniformazione del mondo e il vissuto dei corpi e delle relazioni. A tal proposito proprio ieri su Nazione Indiana è comparso un bell’articolo di Franco Arminio: http://www.nazioneindiana.com/2007/09/21/indignazione-e-gentilezza/

Per informazioni sulla mostra: http://www.junger.it/junger.swf