Posts Tagged ‘kafka’

Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione

mercoledì 19 ottobre 2016

matisse_viso_senza_volto

(Dedico questo incontro a due docenti universitari, ormai scomparsi e messi ai “margini”, ovvero Luciano Parinetto – uno dei miei maestri – e Franco Fergnani, un “maestro mancato”, entrambi alla cattedra di Filosofia morale dell’Università Statale di Milano, diversissimi per storie e riferimenti filosofici, ma entrambi dediti all’alterità, alla diversità, al cuore pulsante della filosofia, con passione e rigore)

L’altro, lo straniero, il diverso, l’estraneo – batte alla nostra porta.
Alterità e straniamento sono modalità essenziali ed originarie del presentarsi della filosofia nel mondo – la filosofia è innanzitutto un atto straniante, ciò che ci fa continuamente uscire dal pre-stabilito, dai confini, dalle abitudini. Che ci spinge sulla soglia per uscire dalle mura della città. Dall’identità che ci si ritrova cucita addosso – individuale e collettiva. La filosofia è un perenne volgere lo sguardo all’alterità, al di fuori dei confini e dei limiti consueti – e che ci invita a cercare le ragioni (ma anche le eventuali non-ragioni) di questa modalità di essere, sé e l’altro.
Con, però, un ricorrente pericolo: l’addomesticamento dell’altro, la riconduzione di ogni diversità e molteplicità all’unità (del pensiero), dell’altro-da-sé al medesimo.

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Kafka criptico

venerdì 24 gennaio 2014

Prometeo_DirckvanBaburen_1623

«Di Prometeo narrano quattro leggende:
Secondo la prima egli, avendo tradito gli dèi in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso e gli dèi mandarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente.
La seconda narra che Prometeo, per il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più contro la roccia finché divenne una cosa sola con essa.
Secondo la terza, il suo tradimento venne dimenticato attraverso i millenni; gli dèi, le aquile, egli stesso dimenticarono.
Secondo la quarta, tutti si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente.
Rimase l’inesplicabile montagna di roccia. La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Poiché nasce da un fondo di verità, deve finire nell’inesplicabile».

Il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han trova questo brevissimo (e criptico) racconto di Kafka – intitolato Prometeo – molto significativo a proposito della quarta versione della leggenda: la stanchezza che cura – un vero e proprio cordiale disarmo dell’io

Consigli di lettura di Kafka

domenica 17 maggio 2009

“E’ bene se la coscienza riceve larghe ferite perché in tal modo diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono […] un libro dev’essere la scure per il mare gelato dentro di noi”.

(da Lettera a Oskar Pollak)

BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

martedì 23 settembre 2008

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

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LA TANA

giovedì 10 luglio 2008

Ho letto qualche giorno fa un piccolo saggio di Pier Aldo Rovatti intitolato Possiamo addomesticare l’altro? La condizione globale, un testo di sole cinquanta pagine ma densissimo, forse troppo. I pensatori e i concetti di riferimento: Deleuze, Derrida, Foucault, Sloterdijk (quest’ultimo non lo conoscevo) – decostruzione, fenomenologia, soglia, abitare, ospite, alterità, ecc., temi ricorrenti in Rovatti. Tutto il discorso ruota attorno alla destrutturazione delle coppie tradizionali: soggetto/oggetto, io/altri, realtà/illusione… Nell’epoca globale tutte queste distinzioni – specie quella tra interno ed esterno – vengono a cadere. L’altro non è addomesticabile eppure deve essere addomesticato – questo il paradosso nel quale siamo caduti e da cui non c’è uscita se non tramite il tentativo di relativizzare/decostruire, attraverso il gioco e la metafora della porta aperta, le vecchie opposizioni, specie quella tra centro e periferia, impero e barbari, secondo la rappresentazione che ad esempio ce ne ha dato Coetzee nel romanzo Aspettando i barbari. E proprio riferendosi a questo straordinario e anticipatore romanzo dello scrittore sudafricano, Rovatti apre il suo saggio. E lo chiude con un’altra citazione letteraria: La tana di Kafka. Non conoscevo questo racconto, che mi sono subito precipitato a leggere scoprendo un vero e proprio gioiello. Così un testo rimanda all’altro, un testo è pre-testo per un altro, e la recensione di un testo diventa l’occasione per parlare di un altro testo.

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