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Epepe – o Bebe o Edede o Tjetjetje o Cece o…?

sabato 22 agosto 2015

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Epepe – dell’ungherese Ferenc Karinthy – è forse il più geniale romanzo sullo straniamento che io abbia mai letto (un altro, bellissimo, è senza dubbio Nulla, solo la notte di John Williams).
Dopo averlo finito – anzi direi febbrilmente consumato – ci rendiamo conto di conoscere a malapena il nome del suo protagonista, Budai, ma nessun nome delle cose, dei luoghi e delle persone che affollano il mondo (praticamente alieno) nel quale egli viene erroneamente catapultato (a causa di un fatale disguido aereo).
Sarebbe dovuto andare ad Helsinki (è l’unica coordinata geografica che ci è nota al principio della storia), ed invece finisce in questa metropoli allucinante dove affonda come nelle sabbie mobili (la metafora è dello stesso Karinthy).
Due i motivi forti del romanzo. Uno è senz’altro quello linguistico-comunicativo: il protagonista è un linguista che avrebbe dovuto partecipare ad un convegno internazionale e che invece dovrà paradossalmente misurarsi con una lingua della quale non riesce a scalfire nemmeno la superficie (soprattutto della lingua parlata, che pare perennemente cangiante e foneticamente incomprensibile; mentre la scrittura risulta ostica ed impenetrabile, con quei suoi segni un po’ runici un po’ cuneiformi, in realtà del tutto incatalogabili). Ogni volta che Budai tenta di scavalcarlo o di penetrarlo, il muro di suoni e di segni appare insormontabile e tetragono, e lo respinge con violenza.
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