Posts Tagged ‘lavoro’

Il sarcastico articolo uno della Costituzione

giovedì 22 dicembre 2016

Credit: cosmin4000/iStockphoto.com.

Stamane, non appena ho aperto facebook, la rete che ci tiene tutti meravigliosamente ammucchiati, ho potuto leggere questo breve testo di Aldo Nove, un j’accuse che mi sento di condividere. Non è una condivisione superficiale – come spesso si usa fare in rete – ma profonda, dovuta forse ad una vicinanza generazionale, politico-filosofica e (mi permetto di dire) anche intellettuale, nonostante percorsi di vita, condizioni e professioni diverse – io sto seduto su una comoda, anche se malpagata, poltrona statale, e questo dovrebbe essere, agli occhi del presente, una sorta di privilegio. Così come privilegio è diventato l’ovvio, ovvero poter decidere di sé e della propria vita in un arco di tempo che vada oltre la settimana o il mese, privilegi sono diventati i diritti, privilegio è sempre più il tempo di vita libero dall’ansia di essere presenti a tutti i costi sul palco che “mette in scena” le nostre vite.

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MANIFESTO CONTRO I MILIONARI DI MERDA (e i loro schiavi)

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Umiliati e offesi

lunedì 7 novembre 2016

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Non son solito attribuire dignità al lavoro in sé – per lo meno non al lavoro alienato della società del capitale. Rimango affezionato all’idea marxiana (e forse un poco romantica) che distingue tra Arbeit e Tätigkeit, lavoro come costrizione contro libera attività. Che poi questa non si sia mai realizzata in passato, men che meno oggi e non si realizzerà mai in futuro, fa un po’ parte di quella dimensione utopico-filosofica che faceva dire al Rousseau sognatore, a proposito del suo genuino uomo naturale, che poco importava che non fosse mai esistito, anzi meglio ancora.
Fatta questa premessa vagamente teoretica, mentre vedevo l’ultimo film di Ken Loach ho pensato che non soltanto il sol dell’avvenire atteso dai lavoratori ha cessato di splendere da molto tempo, ma che non se ne vede all’orizzonte il benché minimo segno di risorgenza. Nemmeno un debole raggio. Nulla, o quasi. Daniel Blake – il protagonista di una fin troppo consueta storia di burocrazia nell’epoca della flessibilità alias precarietà – s’ammala, non può lavorare e rischia di perdere tutto – anche la dignità residua: quel pronome personale del titolo e quel nome cui tutta la sua vita finisce per ridursi. Ecco, probabilmente il fatto che si sia riposta nel “lavoro” (qualsiasi lavoro, anche il lavoro più noioso, ripetitivo, umiliante – per non dire “di merda”) una residua dignità annullata la quale si cessa di esistere (a meno che non si abbiano soldi, potere e visibilità), qualifica l’attuale compagine sociale come un’oscenità antropologica. (Ad ogni modo a Daniel Blake, alienato o no, dignitoso o no, il suo lavoro di falegname piace, e non vede l’ora di tornare a farlo, pur con il cuore non del tutto rimarginato).
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Seconda parola: lavoro

martedì 18 novembre 2014

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Utilizzerò come filo conduttore per la serata alcuni testi piuttosto classici, anche se molto diversi tra di loro, non prima però di aver dato uno sguardo all’origine etimologica della parola lavoro, per la quale mi limito a riportare la relativa voce di wikipedia:

“Il termine lavoro riporta al latino labor con il significato di fatica. Sono noti i detti della letteratura classica “durar fatica” e “operar faticando“. Ancora oggi in alcuni dialetti si utilizzano i termini “faticare”, “andare a faticare”, per intendere “lavorare” e “andare a lavorare”. Altro termine di parlate italiane per “lavoro” è travaglio, dal latino tripalium (strumento di tortura), per esempio in siciliano “lavorare” si dice “travagghiari” e in piemontese “travajè ecc.”

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La cacciata dal paradiso terrestre

Cominciamo col più classico dei libri:

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Leopardi progressivo

venerdì 24 ottobre 2014

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
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Amletismi – 18

sabato 15 marzo 2014

Mirò_Scala della fuga (o dell'evasione)

Sto prendendo maledettamente, esistenzialmente, visceralmente sul serio la questione della critica alla “società della stanchezza”: fare, produrre, pensare, parlare, leggere, scrivere, affastellare idee e plasmare concetti meno – viceversa contemplare, oziare, svagarsi, camminare, poetare, ascoltare musica, bere vino, ri-creare il corpo, passare del tempo con gli amici di più.
Insomma: lavorare meno, vivere di più. Togliere, non aggiungere, levare, non mettere, ritirarsi, non avanzare.

Psicosofie estive – 6. Lavoro trascendentale

venerdì 19 luglio 2013

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Funziona proprio come la madeleine proustiana. Schegge di ricordi che rievocano interi mondi sepolti, che prima o poi riemergono intatti, anche se talvolta in forma di blocchi psichici da reinterpretare o da tradurre. E comunque le immagini tornano vivide, specie quando si tratta di episodi illuminati dal sole estivo (evidentemente sono un animale mediterraneo prestato alle terre dei barbari).
Ad ogni modo, questa è la visione concessami dalla memoria.
Ho 7 anni circa (di sicuro non ne ho ancora compiuti 8) e la mia curiosità infantile è fatalmente attratta dalla solerte attività lavorativa che si svolge in una cantina del cortile dove abito (e che non so bene, a posteriori, se fosse o meno clandestina). C’è questa famiglia – lui è “il signor Giacomo” e lei “la signora Maria”, come mia madre mi ha insegnato a dire – con 2 o 3 figlie, non ricordo bene. Una famiglia di origine veneta, dunque terrona come la mia, cambia solo l’accento ma la sostanza è la stessa – una ferrea etica del lavoro e del sudore, poi che abbiamo lasciato la nostra dura terra per venire in quest’altra dura terra semistraniera a far fortuna.
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Feroce equità

lunedì 27 febbraio 2012

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questo governo cosiddetto “tecnico” è in realtà un feroce governo di destra (molto più di destra della macchietta berlusconiana): è un governo che fa dell’ideologia liberista la sua bandiera, in rappresentanza di un vero e proprio comitato d’affari della borghesia interna ed internazionale. Il fatto che le borghesie, gli interessi economici costituiti (o costituendi), le vecchie e nuove agenzie globali e transnazionali siano (o appaiano) in conflitto tra loro, non deve ingannare: il nocciolo duro del programma economico è di sottomettere il lavoro al capitale, possibilmente in maniera definitiva, sotto la pietra tombale del profitto. È il linguaggio che accomuna i vari Rajoy, Merkel, Sarkozy, Monti, insieme alla cricca di banchieri, monetaristi e speculatori globali.
Secondo la logica di questa cupola, non solo non devono esistere diritti indisponibili, ma i diritti dei lavoratori sono soltanto variabili del tutto dipendenti dal sistema finanziario, bancario e produttivo. E non inganni nemmeno l’apparente divario interno a tale sistema (tra finanza e produzione, tra speculazione ed economia reale): esso piuttosto si tiene e fa lega laddove l’obiettivo comune è quello di sottomettere il lavoro.
Il profitto è il dio indiscutibile, la fede indiscussa cui ogni entità politica (stati, società, classi, partiti, sindacati) deve piegarsi. È questa una forma di monoteismo (e di credenza al limite della superstizione) ben più potente e diffusa delle tradizionali forme religiose.
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Spinoza in Sicilia

domenica 8 maggio 2011

Ho fatto una piccola ricerca etimologica sulla parola “ricreazione”, che può naturalmente essere letta come ri-creazione, nuova creazione. Viene dal latino recreationem (da recreatus), e significa in prima battuta “rifare, produrre di nuovo”; mentre in seconda istanza “ristorare, riconfortare, rianimare”: animum o mentem  recreare, oppure recreare tenuatum corpus, cioè dare ristoro al corpo indebolito.
Tale corpo indebolito è quello che il capitale ad un certo punto mette al lavoro, ed al quale concede il tempo strettamente necessario per ricaricarsi e per poter essere ancora efficiente carne (o mente) da valorizzare: la ri-creazione (come a scuola) diventa l’intervallo per ri-creare le energie consumate, al solo scopo di farsele risucchiare di nuovo dal lupo mannaro e insaziabile vampiro capitalista (le metafore sono marxiane).
Ma tornando all’etimologia, ho scoperto che ricrearsi può essere anche detto ricriarsi – molto simile al termine siciliano che sentivo fin da bambino, e che alle mie orecchie suonava all’incirca “arrichiarsi” (la erre di mezzo spariva), che è in realtà arricriàrisi, e che vuol dire in senso lato provare piacere, od anche essere sazio, satollo, del tutto rifocillato.
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Amletismi – 5

venerdì 14 gennaio 2011

Dilemma improprio per le alate teste d’angelo ed emblematico della cruda materialità dell’esistenza – quello di un operaio Fiat in questo surreale gennaio 2011. Ma appare talmente viziato e capestro, privo di ogni logica e di dialettica (persino di quella antica tra servo e padrone), da suggerire, senza per questo apparire una scelta ignava, un’astensione di massa: zero no zero sì e, cento per cento, ficcatevelo in quel posto il vostro referendum!

Platone in miniera

lunedì 25 ottobre 2010

Vero è che la filosofia arriva solo al far del crepuscolo, come la nottola di Minerva, ma prima che faccia notte, o che cali il sipario del tutto – o meglio, che il sipario tutto ricopra di fatuità – vorrei spendere due parole su quei 33 minatori cileni avventuratisi (per disgrazia o per incuria, non per scelta) nei meandri della mitologia platonica.
D’altra parte è forse troppo densa di simboli questa faccenda, per poter essere raccontata come si deve. Ma è un dovere etico farlo, anche perché il rischio è che venga davvero consumata (e ben presto defecata e smaltita) dai media e dalla logica della spettacolarizzazione – magari offrendo moneta sonante in cambio di brandelli di esperienza viva, corpi e sofferenza psichica (per una volta con lieto fine) da esibire in formato-fiction. Certo, Platone non avrebbe mai immaginato che il suo mito sarebbe diventato un evento di portata globale e che la sua riflessione eidetica, visiva, quasi cinematografica, sarebbe davvero andata in scena in mondovisione…
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