Posts Tagged ‘leggerezza’

Morticina omeopatica

lunedì 9 settembre 2019

Pensavo tempo fa, in un fugace quanto illusorio interstizio di microlibertà, che l’unica vera salvezza da quella che Max Weber definiva “la gabbia d’acciaio”, la megamacchina che ci stritola (il lavoro, gli obblighi e la pressione sociale, la congiura degli oggetti e dei meccanismi nei quali ci siamo infilati e incastrati, il dover rendere conto a tutti a livello comunicativo, l’iperstimolazione sensoriale, la saturazione informativa, l’esposizione urbi et orbi, ma anche il pensiero e il pensiero di pensiero, la ragione strumentale, quella Begierde conoscitiva che ci affligge – attenzione, tutto quanto autoinflitto!) – l’unica vera salvezza da questo profluvio ipersociale sarebbe la morte, una “morte secca”, come soleva dire mio padre; ma siccome la morte è piuttosto spiacevole (ci piace vivere, contro ogni evidenza), occorrerebbe inventarsi una “morte leggera”, una morte finta e parentetica, una morticina lieve che ci protegga dalla violenza della vita – un paradosso che più paradossale non c’è; una morte sottile, un’epoché sensoriale, una sospensione selettiva del nostro rapporto con la vita, un esserci/non essersi, un esser leggeri, fatti d’aria, quasi traforati, trasparenti, un esser discreti (un po’ sì un po’ no, discontinui e mai tutti d’un pezzo, tetragoni), così da poter sparire all’occorrenza dalla scena, non esser visti né percepiti, confondersi con lo sfondo. Attenzione! non si tratta di fuga o di ignavia, si tratta semmai di protezione vitalissima dal mortifero macchinico ipertrofico sistema che abbiamo edificato: per alleggerire l’angoscia atavica della morte abbiamo appesantito la vita. E allora, per liberarci dall’eccesso vitale dobbiamo far filtrare qualche dose omeopatica di morte sottopelle (e sottomente). Non è una soluzione, lo so; (soprattutto rischia di essere un’opzione antisociale). La si prenda come una forma di protezione: ma visto che tutti vogliono proteggersi con corazze e macchine sempre più sofisticate, leggi securitarie, muri e pistole, io opterei per viaggiare leggeri e per lasciare meno tracce possibili. Muoversi di lato e in diagonale, uscire dal palcoscenico. Dire e fare meno cose possibili. Quelle essenziali, se possibile. Lasciare indietro e far morire, in sé, tutta quella inutile baldoria.

Sapersi tenere su corde leggere

lunedì 9 giugno 2014

magritte-lacordasensibile

Proprio mentre mi accingo a scrivere un saggio che vorrei immodestamente intitolare Il principio-straniamento, o qualcosa del genere, una graziosissima fanciulla che sta per dare la maturità mi chiede aiuto a proposito della cosiddetta “tesina” che mi dice di voler fare sulla leggerezza. Magnifico argomento, penso io, anche se di primo acchito non so proprio che consigli darle (ma anche dopo averci pensato un po’, non son mica certo di averle dato indicazioni utili). L’idea originaria viene dalla prima delle Lezioni americane di Calvino – “leggerezza intesa quindi come lucido distacco dalla realtà per non venirne assorbiti inconsapevolmente, ma non rifiuto della realtà” – così mi scrive la cara maturanda, che incrocia anche il concetto di ironia, concetto quant’altri mai filosofico, per lo meno da Socrate in poi. Non dovrebbe essere difficile, quindi, trovare un filo, un discorso, un pensatore adatti all’uopo.
Eppure, da Kant in poi, non è che mi sia venuto in mente granché: anzi, diciamocela tutta, e cioè che la filosofia contemporanea è parecchio pesante, e che ‘sti filosofi la leggerezza (ben intesa, s’intende) manco sanno dove stia di casa.

Anche se… a pensarci bene… per un altro verso… forse addirittura l’intera filosofia contemporanea (senza voler scomodare Severino), potrebbe essere spiegata proprio con alcune delle espressioni utilizzate da Calvino commentatore di Lucrezio e apologeta del suo tentativo di alleggerire la gravità materiale: “dissoluzione della compattezza del mondo”, “polverizzazione della realtà”, “la poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, cosi come la poesia del nulla”…
E di fatti, qualche filo qua e là – specie tra i filosofi irrazionalisti e spiritualisti, ovvero i distruttori della ragione, secondo l’epiteto lukacsiano – l’ho trovato, anche se non so cosa possa mai uscirne.

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