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Controstoria a Lercara Friddi

sabato 8 Mag 2010

“…la rassegnazione dei poveri pare dovesse durare eterna. Ma il 18 giugno, un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, un «caruso» che lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì. E’ un fatto frequente: anche il padre del morto aveva avuto la gamba schiacciata da una frana, nella zolfatara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò”.

Quella riportata sopra è una pagina tratta da Le parole sono pietre di Carlo Levi, libro-raccolta in cui l’autore di Cristo si è fermato a Eboli narra dei suoi tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50, e che Einaudi ha recentemente ripubblicato, con un’operazione intelligente sia dal punto di vista storico che editoriale, in vista anche di questi tanto sbandierati festeggiamenti per i 150 anni dell’unità di Italia.
(A tal proposito mi piacerebbe celebrare a modo mio l’anniversario, con una bella controstoria, ma l’impresa non è da poco e non avrei né le energie, e nemmeno le competenze, per farlo; certo è che ne approfitterò – tutte le volte che se ne presenterà l’occasione – per aprire finestre scomode su questa storia, magari andando a frugare nelle zone rimosse o “marginali”, lungo i vicoli ciechi, tra i residui e le scorie, nei sottoscala e nei sotterranei dove stazionano o vagano i “vinti” e gli eterni perdenti.)

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