Posts Tagged ‘levi-strauss’

Se questo è un uomo

mercoledì 31 agosto 2016

Il derelitto, De Pisis

Non credo di avere mai incontrato un umano più derelitto. E sì che di luoghi di miseria e di derelizione ne ho frequentati nella mia vita. Gli mancava una gamba e si reggeva malamente sulle stampelle, ubriaco e maleodorante, gli occhi gonfi e tumefatti, i capelli arruffati e sporchi, la bocca deforme a farfugliare parole incomprensibili. Un senso di profonda sgradevolezza e di disarmonia emanava dalla sua figura, quasi che ogni dettaglio fosse stato studiato per respingere gli altri umani.
Ho provato lo stesso ad avvicinarlo.
Veniva dalla Romania – se ho capito bene – da dove dev’essere stato cacciato, probabilmente in qualità di rom, e, sempre se ho capito bene, la gamba gli è stata maciullata da un treno, dalle parti di Parma. Per uno che si muove quasi solo lungo i binari della ferrovia ad elemosinare, magari ubriaco fradicio, dev’essere una possibilità da mettere in conto, evidentemente.
Parlava di un amico (un connazionale?) che – qui proprio non sono riuscito a capire – o lo ha spinto o lo ha trattenuto, oppure è stato trattenuto da lui. Mimava insistentemente il gesto di afferrare qualcosa, e poi piangeva. Anzi, piagnucolava.
Brutto, sporco – non certo cattivo. O non più di altri. Di certo abbrutito dalla vita.
-Cu cazzu sì? – gli ha urlato un simpaticone di passaggio sul corridoio del treno. Più stronzo che simpatico, direi.
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JJR 6 – Rousseau psicopatologico

mercoledì 17 ottobre 2012

«È come un uomo che si trovasse nudo, non solo di vestiti, ma della sua stessa pelle e così si trovasse a dover lottare contro le intemperie e i turbini, che perpetuamente agitano questo basso mondo» – il giudizio di David Hume su Rousseau, dopo il non facile sodalizio dell’esilio inglese del 1766, ha l’aria di un “crudo referto clinico”. Il Rousseau degli ultimi anni si sente un proscritto dal genere umano, è preda di varie manie e fobie, e vive in un vero e proprio contesto di sovreccitazione psichica. Intendiamoci: lungi da me voler patologizzare (e men che meno psichiatrizzare) il filosofo ginevrino e la sua biografia. Prima di tutto perché, almeno in parte, aveva ben ragione di sentirsi perseguitato, visto che era stato condannato nel 1762 e, durante il soggiorno parigino, era sottoposto a stretto controllo poliziesco. E, in secondo luogo, è proprio della natura del pensiero roussoiano il non voler espungere da sé gli elementi passionali  e spuri, sporchi e talvolta incontrollabili – il mondo inconscio e sentimentale nella sua irriducibilità alla ragione.
Non è un caso che l’ultimo Rousseau sia quello insulare, narcisista e ipertrofico delle Confessioni, dei Dialoghi e delle Reveries – un vero e proprio catalogo di scritture che testimoniano un forsennato lavorìo di scavo su di sè, un irrequieto ed interminabile monologo interiore.
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Hyknusa: l’altra isola

venerdì 8 giugno 2012

Nello scorso mese di maggio ho avuto la fortuna di visitare per la prima volta la Sardegna. Ad impedirmelo, finora, la gelosa isola di cui sono figlio, che possessiva ed ossessiva com’è mi ha imposto una sorta di signoria emotiva di stampo feudale. Finalmente ho avuto la forza di rompere la catena e di forzare il blocco, tradendo l’isola per l’altra isola.
Nel farlo, mi è venuta in mente un’antica diatriba con un caro amico sardo, che ci vedeva, specie durante l’epoca universitaria, intraprendere spesso e volentieri singolari tenzoni, nelle quali accampavo, con una punta di protervia, una pretesa superiorità culturale, filosofica e spirituale della Sicilia sulla Sardegna. Ora che quegli ardori giovanili sono evaporati, posso tranquillamente affermare che la bellezza naturale della Sardegna è unica ed incomparabile. Della cultura non so dire – se non che si tratta di storie diversissime, con insediamenti ed antropizzazioni differenti (in Sicilia molto più marcate, produttive insieme di magnificenza e devastazione).
Le note che seguono non sono né una cronaca né un diario di viaggio, ma solo la riscrittura disordinata di fugaci appunti presi sull’onda dell’impressione immediata, con l’intersezione delle graditissime discussioni avute con l’amico Franco, uno dei miei compagni di viaggio, cui dedico volentieri questo post.

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100 LEVI-STRAUSS!

venerdì 28 novembre 2008

levistrauss

Ho “incontrato” Claude Lévi-Strauss durante la stesura della mia tesi, inevitabilmente visto che l’argomento era la figura del selvaggio in Jean-Jacques Rousseau. E’ stato un incontro esaltante, illuminante, per me decisivo: quello che si dice un “grande maestro”. Confesso di essermi dedicato poco alla “prosa” delle sue teorie (in particolare  quelle relative al metodo e alla pratica strutturalista) e molto di più alla “poesia” (la sua lettura entusiasta e contagiosa di alcuni testi di Rousseau, ad esempio). Dopo aver terminato la tesi non me ne sono più occupato granché, ed anzi pensavo fosse nel frattempo morto (era già vecchissimo allora). Solo qualche anno fa ho scoperto con grande piacere che era vivo, vegeto e attivo, e proprio oggi 28 novembre Lévi-Strauss ha la fortuna (che è anche nostra) di compiere cento anni esatti. Naturalmente in Francia i festeggiamenti si sprecano (molto meno in Italia: se si eccettuano alcune pagine celebrative sui quotidiani e qualche rara conferenza in ambito accademico, non mi pare se ne stia parlando granché, ma si sa, l’Italia è un paese provinciale).

Mi unisco modestamente alle celebrazioni, e riporto di seguito, brevemente ed ellitticamente, quelle tesi che più mi hanno colpito ed affascinato dell’opera del grande antropologo: (more…)

BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

martedì 23 settembre 2008

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

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NEL GIARDINO-LABIRINTO DELL’INTELLIGENZA

domenica 4 Mag 2008

Durante un viaggio in treno di andata e ritorno Rescaldina-Milano, mi sono sorbito e goduto d’un fiato un simpatico libretto scritto dall’intellettuale e poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. Il titolo originale del saggio è: Im Irrgarten der Intelligenz. Ein Idiotenführer. Nell’edizione italiana di Einaudi è stato semplificato in Nel labirinto dell’intelligenza, perdendo così per strada il termine Irrgarten, giardino-labirinto, oltre all’eloquente sottotitolo. Ma a parte tali quisquilie bibliografiche, il testo è insieme interessante e traboccante di ironia.
Nei primi capitoli si va alla ricerca etimologica e lessicale della definizione del concetto di intelligenza, per scoprire subito tutta l’ambiguità semantica che vi sta dietro – se è vero che lo spettro va dalla classica “ragione” greca (il nous) fino alla capziosità e al machiavellismo. Succede qui un po’ come per il concetto di tempo di agostiniana memoria (“se nessuno me lo chiede lo so; ma se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede non lo so”). Ancora più divertente si fa la disamina a contrario: le definizioni e le espressioni della stupidità sono infinitamente più numerose e varie (oltre che divertenti): si va dall’irragionevole al bingo-bongo, dal decerebrato alla testa di cazzo, dal frenastenico all’allocco, e via spulciando nei vari registri del linguaggio.

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IL CORPO DEL SELVAGGIO

mercoledì 18 aprile 2007

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Quando una dozzina di anni fa cominciai a leggere i libri per la tesi, subito mi imbattei in un saggio di Montaigne intitolato Des cannibales, scritto tra il 1575-76, dagli studiosi ritenuto il primo atto di critica esplicita dell’etnocentrismo da parte della cultura europea moderna.
Etnocentrismo indica genericamente “quegli ambiti d’estensione dell’egocentrismo nei quali il ‘noi’ tende a sostituire l’‘io’ come centro d’autoidentificazione” (la definizione è presa dall’Enciclopedia Einaudi: io, la mia famiglia, la mia genia, la mia tribù, la mia comunità, la mia etnia, razza, patria, nazione, civiltà, sesso, genere, specie e via identificando per cerchi più o meno concentrici).
Montaigne fa a pezzi questo concetto – o meglio ne mostra l’assoluta relatività e labilità concettuale, utilizzando l’esempio “estremo” dei cannibali, molto in voga all’epoca, vista la recente “scoperta” (ma sarebbe meglio dire “conquista”) del nuovo mondo delle Americhe.

L’ossessione identitaria è diventata negli ultimi anni una vera e propria “emergenza”, nel senso che torna puntualmente a riemergere da ogni falla sociale, da ogni crisi, da ogni sfilacciamento dei tradizionali assetti socioeconomici investiti dai processi della globalizzazione. Quando c’è un problema di convivenza, dal più banale di ordinaria amministrazione locale a quello epocale del sedicente scontro di civiltà, il meccanismo identitario entra subito in scena e, con la potente molla che gli è propria della semplificazione/riduzione, richiama tutti all’ordine e rinserra i ranghi. (Naturalmente non solo in Europa o in Occidente, dato che l’etnocentrismo è quanto mai trasversale alle culture – che almeno su questo si trovano d’accordo).

Sempre più spesso nel chiedersi, com’è legittimo che sia, chi si è in rapporto a cosa, si dimentica però che non si è mai una cosa sola e che, soprattutto, le identità sono in perenne movimento: si spostano, migrano, si sovrappongono, si fondono, si sfilacciano, impallidiscono, varcano le frontiere, talvolta vanno a fondo e muoiono. Ognuno di noi – ogni io – è un agglomerato contraddittorio di identità, eppure a nessuna di quelle identità è mai riducibile né tantomeno inchiodabile.

La critica all’etnocentrismo, e per estensione alle ossessioni identitarie, nata con Montaigne oltre 4 secoli fa, non ha purtroppo impedito che ebrei, zingari, selvaggi, streghe, omosessuali, stranieri e minoranze varie venissero a turno presi di mira come l’altro dell’identità minacciata che, di volta in volta, si voleva affermare. E siccome la norma ha bisogno ciclicamente di essere riaffermata, è bene ogni tanto bruciare qualche pericolosa strega: inventare la norma e l’identità (uniche) è tutt’uno con l’inventare i fantasmi che le minacciano. Una sana ortopedia sociale ha sempre bisogno dei suoi diversi per affermare le sue regole. Oltretutto, è un espediente molto utile per far dimenticare la reale natura delle diseguaglianze – e del perenne destituirsi/costituirsi delle identità – legate ai rapporti sociali ed economici, alle ricchezze, alle risorse, alla produzione e al consumo, e alla riproduzione di quei rapporti. Parafrasando Marx: anche le identità sono storicamente determinate.

Per chi ha voglia di approfondire l’argomento dal punto di vista antropologico-filosofico, allego un breve saggio intitolato Il corpo del selvaggio – quasi un abstract della mia tesi di laurea – pubblicato alcuni anni fa nella raccolta Corpi in divenire. Soggettività ai margini e pratiche di resistenza, edizioni Punto Rosso, frutto di un seminario tenuto alla LUP di Milano nel giugno 1998 con il compianto Luciano Parinetto e i miei cari amici e compagni di strada Nicoletta Poidimani e Francesco Muraro.

il-corpo-del-selvaggio.pdf