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LA BANALITÀ DEL MALE

lunedì 2 febbraio 2009

volti by hidden sideQuel che spesso mi colpisce nei volti migranti che si incontrano quotidianamente nelle strade, sui treni, sui tram e sugli autobus delle nostre caotiche città, è il “peso” dei pensieri da cui vedo gravate le loro fronti, i loro sguardi, le loro bocche. Si capisce senza alcuno sforzo di penetrazione che hanno mille preoccupazioni: le nostre “normali” più le loro, specifiche, dovute alla precarietà, alla lontananza, al senso di estraneità e di spaesamento, al surplus di sfruttamento e ingiustizia, e, spesso, di paura che pervade la condizione dello xénos, dello straniero (e straniera, con l’ulteriore gravosità che ciò comporta), nel paese che lo ospita.
Eppure xénos, nella lingua greca, vuol dire non soltanto “straniero”, “forestiero” (con i significati connessi di insolito, sorprendente, meraviglioso), ma soprattutto ospite, colui/colei che viene accolto/a e che si lega ad altri per vincoli di reciproca ospitalità. E di fatti questa reciprocità è contenuta nel significato stesso della parola “ospite”, una parola della lingua italiana che mi ha sempre intrigato per quel tratto duplice, ancipite, dato che si riferisce tanto a chi ospita quanto a chi è ospitato – come a voler indicare che, al di là dell’appartenenza ad un luogo anziché ad un altro, tutti siamo ospiti della medesima terra, partecipiamo della medesima condizione di provvisorietà e fragilità, ed è un imperativo etico quello di soccorrerci nella comune sorte.

Dicevo del “peso” dei pensieri: posso solo vagamente immaginare quel che gravava sul povero Navtej Singh Sidhu – persona ed essere umano, xenos nel senso più pieno, prima ancora che “indiano”, “immigrato”, “disoccupato”, “barbone” – quando è stato aggredito e bruciato l’altra notte, poiché non bastavano ancora le quotidiane ambasce, doveva essere leso e devastato nella sua totale vulnerabilità.

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IMMUNITAS (breve excursus con domanda essenziale a concludere)

sabato 26 gennaio 2008

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Molti sono stati i tentativi di spiegare l’orrore nazista. Si discute ancora sulle cause, sulla particolarità e sulle parentele con altre forme di totalitarismo, sulla unicità della shoah. Molto è stato spiegato ma molto resta ancora da spiegare. Alcune cose non tornano. L’orrore, il nichilismo, il vortice distruttivo (e autodistruttivo) che si sono incarnati nel regime hitleriano presentano ancora aspetti oscuri e insondabili, non del tutto spiegabili con le categorie classiche della storia, della politica o della sociologia.
Trovo che chi più di altri ha cercato di guardare in faccia l’orrore siano stati Primo Levi e Giorgio Agamben. Opere come I sommersi e i salvati e Quel che resta di Auschwitz sono imprescindibili. Ora aggiungerei anche la ricerca ad ampio raggio di Roberto Esposito, in particolare a proposito di concetti quali immunitas, biopolitica e tanatopolitica.
Esposito non nega certo la “peculiarità” del nazismo, ma allarga l’orizzonte esplicativo inquadrando la logica di morte nazista entro un processo più vasto che riguarda l’intera modernità. Come a dire: il nazismo è un fenomeno parossistico, una malattia mortifera di una forma della politica che è tutt’altro che estinta, e che anzi è ancora alla base della nostra vita sociale.

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VENT’ANNI DOPO

mercoledì 11 aprile 2007

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Quando ho letto I sommersi e i salvati mi sono subito convinto che Primo Levi non era da considerare “soltanto” un testimone della shoah, ma uno dei più importanti pensatori del Novecento circa il significato di quella immane tragedia. Non è un caso che il filosofo Giorgio Agamben gli abbia dedicato alcune delle sue pagine più lucide.

Il male, la violenza, la memoria, l’oblio, ma ancora di più la biopolitica e la bioepoca: questi i temi su cui Primo Levi, partendo dalla sua esperienza di “vittima”, ha cominciato una riflessione ben lungi dall’essere terminata.

Due momenti de I sommersi e i salvati vorrei qui ricordare: il primo è la “zona grigia”, quel territorio ambiguo e sfocato che insieme separa e congiunge il campo dei padroni e quello dei servi, i carnefici e le vittime. Levi ne ricava una vera e propria teoria dell’esercizio del potere, oltre che un’analisi della natura umana di cruciale importanza: “anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori dal recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno”.

L’altro è la figura del Muselman, del musulmano, nome “attribuito al prigioniero irreversibilmente esausto, estenuato, prossimo alla morte”, esemplificato dal bambino muto e invisibile delle prime pagine della Tregua, quell’Hurbinek che “era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz”, nuda vita che è al di qua (o al di là) dell’umano e che soltanto con i campi nazisti è potuta emergere con chiarezza, ma che è una possibilità iscritta (ancora, e forse più di ieri) nella nostra epoca… Non è un caso che Primo Levi abbia sostenuto con forza la reiterabilità di quel che è accaduto, non tanto per un capriccio o un caso della storia, ma perché le condizioni di riproducibilità dello snaturamento dell’umano, della sua radicale animalizzazione, sono ancora tutte lì, hanno messo radici e promettono nuove tragedie: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“.

Letture:

P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi
G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri
G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri
R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi