Posts Tagged ‘liberismo’

Succedanei delle patrie

lunedì 2 settembre 2019

1. Comunità
“Uscire dal ghénos” era un programma pratico-teorico che, ormai 15 anni fa, mi era parso convincente (e che oggi appare pretenzioso), in risposta alle spinte e alle forze militariste e di destra che si andavano riorganizzando contro il cosiddetto movimento no-global. Un movimento che, a sua volta, era l’abbozzo di una visione collettiva e comunitaria (ma insieme moltitudinaria, e dunque più libertaria che comunista) alternativa al liberismo con cui il secolo breve si chiudeva trionfante dopo le grandi cadute a Est.
Uscire dal ghénos – cioè da tutte le tribù e le gabbie identitarie dei secoli e millenni precedenti, mettendo in discussione ogni visione essenzialistica della natura umana – andava in direzione globalista ed universalista, esattamente la medesima direzione di marcia di quel liberismo trionfante. Primo paradosso.
Nel contempo, al di fuori del campo occidentale, si andavano articolando altri progetti – di cui l’11 settembre è stata una prima drammatica tappa – volti a disarticolare non tanto il campo capitalista-liberista, quanto la supremazia imperiale occidentale (anglo-americana e francese, in particolare, dopo che l’Urss era crollata e si stava leccando le ferite di una crisi di lungo corso). Di tutto questo sommovimento, che smentiva plasticamente la tesi della “fine della storia”, quel che più ha fatto le spese, oltre alle ideologie tradizionali, sono state le antiche forme politiche, in particolare gli stati-nazione (o meglio, gli stati sociali che su quegli agglomerati parabiologici della modernità avevano istituito le forme più avanzate di compromesso della lotta di classe del secondo dopoguerra – from the cradle to the grave, come recitava il welfare inglese prima dell’avvento del thatcherismo).
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Lettera aperta ai compagni di koinè

sabato 23 giugno 2018

joy-of-life

Care compagne, cari compagni,
la prima domanda che mi viene è dove siamo finiti? La seconda: com’è che siamo arrivati a questo?
Mi pare evidente che il processo in corso – un governo che, secondo le categorie tradizionali, si colloca all’estrema destra, sostenuto da un’ampia maggioranza non più silenziosa, anzi piuttosto scompostamente loquace – sia un’onda che al momento appare inarrestabile.
Come ogni onda passerà, ma nel passare non sappiamo che cosa travolgerà, né quali macerie o detriti lascerà sul terreno.
L’impressione generale è che vi fosse una diga, già da lungo tempo crepata, e che ora il livore trattenuto nell’inconscio, e dalle ultime vestigia dell’antico pudore sociale, stia dilagando senza più freno alcuno.
Come sempre succede nelle vicende storiche si tratta anche in questo caso di contingenza: l’accumulo, cioè, di una serie spesso diversa e talvolta contraddittoria di evenienze e spinte sociali che ad un certo punto convergono verso una direzione unitaria.
Il primo governo Salvini de facto – perché di questo si tratta, e non sarà certo l’ultimo – ha fatto da catalizzatore e dato la stura a questo coacervo di tensioni, di malesseri, di disagi che covavano da anni, che già si erano mostrati unificati nell’esito del Referendum del 4 dicembre 2016, e che ora hanno trovato una sintesi. Provvisoria? Fragile? Di cartapesta? Non saprei. L’impressione, però, è che non sia così transeunte e passeggera. La mia impressione è anzi che stia emergendo una vera e propria ideologia comunitaria, sorretta da un crescente senso identitario – la nazione, l’italianità, la sovranità, il popolo – tutte categorie che richiamano un ordine politico di stampo organicistico, che definirei un vero e proprio parabiologismo.
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Destra sinistra sovranismo liberismo

giovedì 31 Mag 2018

Pur nella sua sconsiderata brutalità, la frase attribuita al commissario europeo Oettinger “I mercati insegneranno agli italiani a votare”, rivela il nodo attorno a cui ruota ormai quella che appare sempre di più la futura polarizzazione elettorale (in Italia e non solo): sovranisti contro europeisti, (ma sarebbe meglio dire liberisti), destinata ancor più del recente passato ad oscurare quella di destra e sinistra, sempre più svuotata dei tradizionali significati che per un paio di secoli l’hanno caratterizzata.
La Lega sovranista, una sorta di neo-NSDAP, al momento egemone nel dibattito, sfrutta lo slogan “padroni a casa nostra”. Niente di più falso e fuorviante di quello slogan: siamo sempre ospiti di passaggio, entro sfere crescenti di necessità, dei luoghi fisici e sociali nei quali ci troviamo a vivere. Che non vuol dire che non si possano modificare, ma che occorre avere coscienza profonda e rigorosa delle condizioni date per poterlo fare, per non parlare degli obiettivi che ci si propone.
(Oltre al fatto che nessuno è padrone – se non entro la relazione hegeliana di servo e padrone, condizione quantomai dialettica e storicamente determinata, dunque destinata ad essere superata – Aufhebung – tramite il conflitto sociale).
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Feroce equità

lunedì 27 febbraio 2012

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questo governo cosiddetto “tecnico” è in realtà un feroce governo di destra (molto più di destra della macchietta berlusconiana): è un governo che fa dell’ideologia liberista la sua bandiera, in rappresentanza di un vero e proprio comitato d’affari della borghesia interna ed internazionale. Il fatto che le borghesie, gli interessi economici costituiti (o costituendi), le vecchie e nuove agenzie globali e transnazionali siano (o appaiano) in conflitto tra loro, non deve ingannare: il nocciolo duro del programma economico è di sottomettere il lavoro al capitale, possibilmente in maniera definitiva, sotto la pietra tombale del profitto. È il linguaggio che accomuna i vari Rajoy, Merkel, Sarkozy, Monti, insieme alla cricca di banchieri, monetaristi e speculatori globali.
Secondo la logica di questa cupola, non solo non devono esistere diritti indisponibili, ma i diritti dei lavoratori sono soltanto variabili del tutto dipendenti dal sistema finanziario, bancario e produttivo. E non inganni nemmeno l’apparente divario interno a tale sistema (tra finanza e produzione, tra speculazione ed economia reale): esso piuttosto si tiene e fa lega laddove l’obiettivo comune è quello di sottomettere il lavoro.
Il profitto è il dio indiscutibile, la fede indiscussa cui ogni entità politica (stati, società, classi, partiti, sindacati) deve piegarsi. È questa una forma di monoteismo (e di credenza al limite della superstizione) ben più potente e diffusa delle tradizionali forme religiose.
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Ridda

lunedì 5 settembre 2011

Pare finita l’epoca in cui nell’estate italiana furoreggiavano gialli intriganti, torbidi omicidi di contesse o avventurose fughe in catamarano. Ora tutti sembrano occuparsi di cose serie, in primo luogo di economia e di mercati valutari.
Sto seguendo questo mutamento un po’ distrattamente dalla lontananza vacanziera, filtrata dalla lieve foschia dello scirocco che sta morbidamente avvolgendo la mia isola (e il mio isolamento) in questo inizio di settembre. Così come seguo con un certo torpore tutta la ridda di provvedimenti governativi di politica economica delle ultime settimane. E devo dire che se il termine “ridda” si addice bene, quello di “politica economica” molto meno.
Ancor più distrattamente seguo la versione internazionale di tutto questo affannarsi: altra ridda di cifre, listini, grafici e panico in borsa, ondivaghe fluttuazioni, con tanti bei nomi e sigle a nascondere il vero ed essenziale nodo della speculazione (l’eterna astrazione del denaro e del capitale di cui avevo parlato qui).
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No Tav? No Pd!

mercoledì 29 giugno 2011

Mi piacerebbe pensare che il “modernismo sviluppista” del Pd (ad esempio in tema di alta velocità, ponti sugli stretti, PIL, flessibilità e quant’altro) fosse un antico riflesso condizionato derivante dalla tradizione marxista. Quella corrente, cioè, che ha le sue radici nello stesso pensiero di Marx (un certo Marx, non tutto) e che mostra tutta la sua ambivalenza nei confronti della modernità (come ben rilevato da Hardt e Negri nel loro recente saggio: Comune, oltre il privato e il pubblico). In sostanza, semplificando: se il comunismo storico (molto poco realizzato) è stato un movimento contro un certo assetto della modernità (soprattutto contro la “repubblica della proprietà privata”), ha poi finito per convergere ideologicamente, insieme ai suoi antagonisti liberali e socialisti, nel mito progressista (e quantitativo) dello sviluppo. Aumento costante del PIL, lavoro, produttività, grandi opere, più merci, più mercato, ecc. ecc. La sintesi perfetta di tutto ciò è data dalla Cina postmaoista.
Se così fosse, pur trattandosi di un nodo e di una contraddizione pratico-teorica da sciogliere con urgenza, saremmo ancora al livello dell’alta politica e del dibattito che ne potrebbe scaturire. E il nostrano Partito Democratico – succedaneo pallidissimo del glorioso Pci – potrebbe persino giocare le sue carte in tema di magnifiche sorti e progressive. Ma così non è. In realtà la situazione è ben peggiore, e il livello di consapevolezza critica (di conoscenza e di prospettive) ai minimi storici.
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