Posts Tagged ‘limite’

Il volto e il corpo dell’altro – 1. Introduzione

mercoledì 19 ottobre 2016

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(Dedico questo incontro a due docenti universitari, ormai scomparsi e messi ai “margini”, ovvero Luciano Parinetto – uno dei miei maestri – e Franco Fergnani, un “maestro mancato”, entrambi alla cattedra di Filosofia morale dell’Università Statale di Milano, diversissimi per storie e riferimenti filosofici, ma entrambi dediti all’alterità, alla diversità, al cuore pulsante della filosofia, con passione e rigore)

L’altro, lo straniero, il diverso, l’estraneo – batte alla nostra porta.
Alterità e straniamento sono modalità essenziali ed originarie del presentarsi della filosofia nel mondo – la filosofia è innanzitutto un atto straniante, ciò che ci fa continuamente uscire dal pre-stabilito, dai confini, dalle abitudini. Che ci spinge sulla soglia per uscire dalle mura della città. Dall’identità che ci si ritrova cucita addosso – individuale e collettiva. La filosofia è un perenne volgere lo sguardo all’alterità, al di fuori dei confini e dei limiti consueti – e che ci invita a cercare le ragioni (ma anche le eventuali non-ragioni) di questa modalità di essere, sé e l’altro.
Con, però, un ricorrente pericolo: l’addomesticamento dell’altro, la riconduzione di ogni diversità e molteplicità all’unità (del pensiero), dell’altro-da-sé al medesimo.

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Sul limitar della filosofia

venerdì 16 settembre 2016

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A ben pensarci la storia della filosofia è leggibile (anche) come una lunga, estenuata e mai terminata riflessione sul concetto di limite. Premesso che il limite è ciò che sempre ci definisce (la corporeità, i sensi, la pelle, il tempo, la morte, la quantità di cose che sappiamo o possediamo, il potere, e l’annessa illusione di superare tutti questi limiti fisico-naturali o spirituali), i filosofi non hanno fatto altro che ragionare su questa linea immaginaria che da una parte ci imprigiona e seppellisce in un corpo e dall’altra ci fa credere di poterne forzare le implacabili catene.
Quasi che ogni filosofia altro non sia stata che una riflessione attorno a quella linea – e del resto già la meta-fisica, fin nel nome (pur originato in maniera contingente), che cos’è se non l’immane sforzo di forzare i limiti della percezione, per vedere che cosa si nasconde dietro o che cosa c’è oltre?
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Concetti-capestro

mercoledì 27 Mag 2015

Elogio della dialettica_Magritte

Luciano Parinetto utilizzava spesso l’espressione “concetti-progetto” per designare quelle categorie o prospettive filosofiche che, anziché ingessare il discorso filosofico in un’autoreferenziale celebrazione accademica (o nella deificazione del reale-reale, che è poi l’astratto-astratto), aprono al futuro e alla trasformazione radicale dell’esistente. Prassi pensante e utopia concreta (non sterile utopismo).
Così come in filosofia esistono i concetti-progetto, esistono anche i concetti-capestro. Tutto, essere, nulla, realtà, verità, sostanza diventano spesso e volentieri, nelle mani e nelle menti maniaco-ossessive di certi ontologisti (ma anche in quelle riduzionistiche o semplificazionistiche di certi scientisti o realisti più del re), concetti che se da una parte si ammantano di solidità e luccicano ammiccanti promesse di risposte definitive alle domande più radicali, dall’altra rischiano spesso di diventare vecchi arnesi della fumisteria reazionaria.
Tutto, essere, nulla eccetera – che pure sono le parole essenziali evocate dai filosofi greci – continuano a metterci di fronte a quella strana/straniata/straniante sfera, che Kant aveva definito del noumeno, che volenti o nolenti finisce per naufragare nel territorio dell’inattingibilità. Il limite, cioè, oltre il quale la mente si smarrisce e si imbarca in direzione dei marosi della metafisica. Ed è proprio l’analisi kantiana del concetto di limite (che è forse il nucleo essenziale del pensiero di Kant) a descriverci con precisione questa inevitabile dialettica con naufragio finale.
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Marx e Kant alla tavola di Ivan

lunedì 16 marzo 2009

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Ho avuto il piacere di discutere ieri della mia scelta vegetariana con un amico ventenne, durante una conversazione a tavola. Tralascio qui i dettagli della discussione per soffermarmi su due punti ai quali il nostro conversare, pur non convergendo nel merito, è approdato: il concetto di limite e, inevitabilmente connessa a questo, l’etica del limite.

Il giovane Ivan, piuttosto dubbioso sulla mia scelta, mi chiedeva conto del perché ci si dovesse autoimporre un limite: se qualcosa è per noi possibile deve avere anche un suo senso, una sua giustificazione razionale. Senza forse esserne del tutto consapevole, credo abbia individuato in un solo colpo il nodo più profondo e intricato della ricerca razionale, con il suo inevitabile risvolto etico. In primo luogo la domanda filosofica che sorge (o dovrebbe sorgere) su ogni faccenda che ci riguarda: amo spesso a tal proposito indicare nell’arcano della merce di cui parla Marx un eccellente modello di indagine razionale. Chiedersi sempre che cosa si nasconde dietro ogni nostro gesto, anche il più banale, può aprire scenari immensi (e talvolta terribili) di comprensione: quel che beviamo o mangiamo, il clic di un interruttore o l’avvio del motore di un’automobile, un prodotto che acquistiamo o anche una parola che ci scappa di bocca… gli esempi possono essere infiniti, e dietro ciascuno è in agguato un arcano da svelare. Ma senza scomodare Marx, si tratta poi del normalissimo procedere dell’indagine razionale e, più specificamente, scientifica: ad ogni effetto (quel che ho di fronte) corrisponde una qualche causa che lo ha generato. La difficoltà sta nell’individuare tutte le cause, tutte le variabili e tutte le leggi che reggono il meccanismo causale. (Tralascio qui di parlare dei differenti campi dell’indagine, in particolare della classica partizione tra mondo umano e mondo naturale, scienze umane e scienze naturali).

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