Posts Tagged ‘lotta di classe’

Destra sinistra sovranismo liberismo

giovedì 31 maggio 2018

Pur nella sua sconsiderata brutalità, la frase attribuita al commissario europeo Oettinger “I mercati insegneranno agli italiani a votare”, rivela il nodo attorno a cui ruota ormai quella che appare sempre di più la futura polarizzazione elettorale (in Italia e non solo): sovranisti contro europeisti, (ma sarebbe meglio dire liberisti), destinata ancor più del recente passato ad oscurare quella di destra e sinistra, sempre più svuotata dei tradizionali significati che per un paio di secoli l’hanno caratterizzata.
La Lega sovranista, una sorta di neo-NSDAP, al momento egemone nel dibattito, sfrutta lo slogan “padroni a casa nostra”. Niente di più falso e fuorviante di quello slogan: siamo sempre ospiti di passaggio, entro sfere crescenti di necessità, dei luoghi fisici e sociali nei quali ci troviamo a vivere. Che non vuol dire che non si possano modificare, ma che occorre avere coscienza profonda e rigorosa delle condizioni date per poterlo fare, per non parlare degli obiettivi che ci si propone.
(Oltre al fatto che nessuno è padrone – se non entro la relazione hegeliana di servo e padrone, condizione quantomai dialettica e storicamente determinata, dunque destinata ad essere superata – Aufhebung – tramite il conflitto sociale).
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Brexit (di piacere)

venerdì 24 giugno 2016

brexit

Ad esser sincero, quando stamane ho appreso i risultati del referendum sulla Brexit, ho sentito un brivido di compiacimento. Non so da cosa sia derivato: forse dalla mia antica propensione al conflitto e allo scompaginamento di giochi e strutture consolidate – non certo da ponderato ragionamento. Più pancia (o cuore) che cervello, insomma. Fatto sta che ho detto: te va! gli inglesi (ma non gli scozzesi e non gli irlandesi) hanno dato un bello scossone a questa Europa così poco amata, vituperata, burocratizzata. Parrebbe più i vecchi che i giovani, più le campagne che le città.
Non ho competenze (o sfere di cristallo) per dire cosa succederà, se sia bene, male o indifferente. Ma non ce l’hanno nemmeno i più insigni economisti ed opinionisti (spesso pagati profumatamente per dire banalità). D’altro canto la Gran Bretagna ha sempre avuto un piede fuori e uno dentro l’Unione europea, e si teneva stretta la sua sterlina, quindi non è che sia poi tutta questa rivoluzione (e comunque le rivoluzioni le fanno i popoli, mica i mercati).
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Psicosofie estive – 6. Lavoro trascendentale

venerdì 19 luglio 2013

bambini

Funziona proprio come la madeleine proustiana. Schegge di ricordi che rievocano interi mondi sepolti, che prima o poi riemergono intatti, anche se talvolta in forma di blocchi psichici da reinterpretare o da tradurre. E comunque le immagini tornano vivide, specie quando si tratta di episodi illuminati dal sole estivo (evidentemente sono un animale mediterraneo prestato alle terre dei barbari).
Ad ogni modo, questa è la visione concessami dalla memoria.
Ho 7 anni circa (di sicuro non ne ho ancora compiuti 8) e la mia curiosità infantile è fatalmente attratta dalla solerte attività lavorativa che si svolge in una cantina del cortile dove abito (e che non so bene, a posteriori, se fosse o meno clandestina). C’è questa famiglia – lui è “il signor Giacomo” e lei “la signora Maria”, come mia madre mi ha insegnato a dire – con 2 o 3 figlie, non ricordo bene. Una famiglia di origine veneta, dunque terrona come la mia, cambia solo l’accento ma la sostanza è la stessa – una ferrea etica del lavoro e del sudore, poi che abbiamo lasciato la nostra dura terra per venire in quest’altra dura terra semistraniera a far fortuna.
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Feroce equità

lunedì 27 febbraio 2012

Chiamiamo le cose con il loro nome. Questo governo cosiddetto “tecnico” è in realtà un feroce governo di destra (molto più di destra della macchietta berlusconiana): è un governo che fa dell’ideologia liberista la sua bandiera, in rappresentanza di un vero e proprio comitato d’affari della borghesia interna ed internazionale. Il fatto che le borghesie, gli interessi economici costituiti (o costituendi), le vecchie e nuove agenzie globali e transnazionali siano (o appaiano) in conflitto tra loro, non deve ingannare: il nocciolo duro del programma economico è di sottomettere il lavoro al capitale, possibilmente in maniera definitiva, sotto la pietra tombale del profitto. È il linguaggio che accomuna i vari Rajoy, Merkel, Sarkozy, Monti, insieme alla cricca di banchieri, monetaristi e speculatori globali.
Secondo la logica di questa cupola, non solo non devono esistere diritti indisponibili, ma i diritti dei lavoratori sono soltanto variabili del tutto dipendenti dal sistema finanziario, bancario e produttivo. E non inganni nemmeno l’apparente divario interno a tale sistema (tra finanza e produzione, tra speculazione ed economia reale): esso piuttosto si tiene e fa lega laddove l’obiettivo comune è quello di sottomettere il lavoro.
Il profitto è il dio indiscutibile, la fede indiscussa cui ogni entità politica (stati, società, classi, partiti, sindacati) deve piegarsi. È questa una forma di monoteismo (e di credenza al limite della superstizione) ben più potente e diffusa delle tradizionali forme religiose.
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Settemiliardi

lunedì 31 ottobre 2011

Oggi, secondo quanto stabilito dalle Nazioni Unite, dovrebbe nascere l’umano numero 7 miliardi.
Il settemiliardesimo. Il numero 7000000000. In qualsiasi modo si dica o si scriva suona strano.
La demografia è sempre stata un’espressione di potenza nella storia umana. O anche di dannazione. Bocche da sfamare, braccia per l’agricoltura, carne da cannone. Bambini dickensiani reclusi nelle fabbriche (non solo ottocentesche).
I sudditi degli imperi, i cittadini dei moderni stati, i fedeli adepti delle chiese, mobilitazioni totali – numeri, masse, popoli, fiumane di gente: ciò che indica, di nuovo, potenza. Il Reich hitleriano portò tutto ciò al parossisimo: Lebensraum indica una precisa transizione della terminologia riguardante la dinamica demografica dal campo biologico a quello geopolitico. Insomma, darwinismo sociale nudo e crudo.
Il capitale ha un rapporto molto stretto con la demografia: corpi e menti da spremere fino all’ultimo joule o neurone, immensi e nuovi mercati da colonizzare – produzione e riproduzione a ciclo continuo. Produci, consuma, crepa. Ma prima devi nascere.
Naturalmente i cicli della demografia sono sempre i cicli dell’economia: migrazioni, urbanizzazione, spopolamento, ripopolamento, denatalità, nuove migrazioni, sovrappopolazione, fame (che è quasi sempre un infame affamamento), povertà (che è sempre un impoverimento).
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Il tallone del Kapitale

sabato 15 ottobre 2011

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, (more…)

Marxisti americani

lunedì 19 settembre 2011

“La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi.
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto tra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta”.

Marx ed Engels – si sa – quando scrissero il Manifesto del partito comunista guardavano lontano (così lontano da prevedere l’intero processo della globalizzazione oggi in pieno svolgimento). Forse, però, non avevano previsto che a prendere sul serio le loro teorie, un secolo e mezzo dopo, sarebbero stati prima di tutto i ricchi, i capitalisti e i repubblicani americani – molto di più dei “proletari di tutto il mondo” cui si rivolgevano nel 1848.

Le ceneri di Bologna

lunedì 2 agosto 2010

Non avevo ancora compiuto diciott’anni il 2 agosto 1980.
Sto faticosamente cercando in questi giorni di rivivere il clima di quel periodo della mia vita. Da quel che posso ricordare, oltre al dolore e allo sconcerto nell’immediato, si trattò in ultima analisi di una sorta di iniziazione traumatica alla storia: ecco, forse la strage di Bologna (e più in generale i fatti di quei mesi) significarono per me il definitivo abbandono dell’epoca d’oro dell’infanzia e l’ingresso nell’età adulta.
La memoria è un meccanismo complicato, ben lontano dall’essere stato indagato a fondo: ci sono scomparti vivi e altri impolverati, alcuni rimossi e altri ancora vuoti o che non sono nemmeno stati registrati. E però nemmeno questo modo di intenderla funziona: essa è, per certi aspetti, un organismo vivente che concresce con la nostra biografia, e, come ogni bios, è selettiva, assorbe alcune cose, altre le scarta, ma soprattutto le stratifica e rimescola e confonde di continuo. Fino a  diventare un mostro deforme.
Se dunque tale deformità (che è sempre una difformità dall’esperire originale – che pure era già un  interpretare – e dunque una sua continua reinterpretazione) non ha ancora stravolto quella zona del ricordo, il 2 agosto di trent’anni fa, quando dalla radio appresi che “una caldaia era esplosa nella stazione di Bologna”, il mio pensiero corse ai miei genitori e a mio fratello partiti il giorno prima per la Sicilia, con uno di quei treni estivi stipati di migranti di ritorno, bambini e valigie, in una babele di voci, accenti e dialetti. Proletari inurbati di recente che tornavano al paese.

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Controstoria a Lercara Friddi

sabato 8 maggio 2010

“…la rassegnazione dei poveri pare dovesse durare eterna. Ma il 18 giugno, un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, un «caruso» che lavorava nella miniera, venne schiacciato da un masso caduto dalla volta di una galleria, e morì. E’ un fatto frequente: anche il padre del morto aveva avuto la gamba schiacciata da una frana, nella zolfatara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata; e ai cinquecento minatori venne tolta un’ora di paga, quella in cui avevano sospeso il lavoro per liberarlo dal masso e portarlo, dal fondo della zolfara, alla luce. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò”.

Quella riportata sopra è una pagina tratta da Le parole sono pietre di Carlo Levi, libro-raccolta in cui l’autore di Cristo si è fermato a Eboli narra dei suoi tre viaggi nella Sicilia dei primi anni ’50, e che Einaudi ha recentemente ripubblicato, con un’operazione intelligente sia dal punto di vista storico che editoriale, in vista anche di questi tanto sbandierati festeggiamenti per i 150 anni dell’unità di Italia.
(A tal proposito mi piacerebbe celebrare a modo mio l’anniversario, con una bella controstoria, ma l’impresa non è da poco e non avrei né le energie, e nemmeno le competenze, per farlo; certo è che ne approfitterò – tutte le volte che se ne presenterà l’occasione – per aprire finestre scomode su questa storia, magari andando a frugare nelle zone rimosse o “marginali”, lungo i vicoli ciechi, tra i residui e le scorie, nei sottoscala e nei sotterranei dove stazionano o vagano i “vinti” e gli eterni perdenti.)

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I dannati della terra

sabato 9 gennaio 2010

Dal momento che si vieta la contro-violenza agli oppressi, poco importa che si muovano dolci rimproveri agli oppressori (del tipo: equiparate dunque i salari o, almeno, fate un gesto; un po’ di giustizia, per favore!)” – così Sartre nel 1965.

Come può uno stato degno di questo nome pretendere per sé il monopolio assoluto della forza, se poi non riesce a garantire pari diritti, legalità, sicurezza a tutti i suoi cittadini – e soprattutto a quei non-cittadini, quelle nude vite, che sono per loro natura i meno garantiti, i più violabili, i più esposti alla violenza e all’oppressione?

Tanto più che non c’è quasi articolo della dichiarazione universale dei diritti umani che non sia stato violato; il fondamento della nostra costituzione repubblicana distrutto; il volto della democrazia e della civiltà irrimediabilmente deturpato.

Nei fatti di Rosarno di questi giorni (e delle Rosarno  sparse un po’ ovunque, reali e potenziali) emergono tutti i nodi cruciali della nostra epoca relativi ai diritti, all’esistenza, alla vita, al lavoro, alla dignità, alla cittadinanza, al rapporto con la terra e le risorse, al consumo, alla sussistenza, alle ingiustizie, alla libertà e all’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Se non verranno affrontati e risolti quei nodi, le Rosarno del pianeta diventeranno migliaia e finiranno per metterlo a ferro e fuoco.

E nessuno può chiamarsi fuori a nessun livello: il governo (criminale e razzista, nel linguaggio, negli atti, nel suo stesso dna), l’opposizione, il sistema informativo, i sindacati, i movimenti, i cittadini di Rosarno governati dalla mafia (spiace per i rosarnesi solidali, che certo ci sono), tutti noi cittadini normali, noi che compriamo al mercato le arance e le verdure raccolte dagli schiavi e dai “negri”…

Ma chi è violato nella sua dignità ed essenza umana e non ha nessuna garanzia di essere tutelato, ha il diritto assoluto di ribellarsi, senza se e senza ma.

Discuteremo domani se le jacqueries non portano da nessuna parte, sono controproducenti e suscitano altro razzismo. Se sono forme deviate e perdenti di lotta di classe. Se è violenza che porta altra violenza. Se, se, se…

Domani. Oggi non voglio sentire altre ragioni: sto dalla parte dei “negri” e degli schiavi che affermano il loro elementare diritto ad esistere.