Filosofia della leggerezza

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Colui che un giorno insegnerà il volo agli uomini,
avrà spostato tutte le pietre di confine;
esse tutte voleranno in aria per lui,
ed egli darà un nuovo nome alla terra, battezzandola
– “la leggera”.
(F. Nietzsche)

PRIMA PARTE – IL PENSIERO DELLA LEGGEREZZA

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».

Italo Calvino scrive queste parole durante l’estate del 1985, poco prima di morire – parole che si possono ritenere un lascito, un vero e proprio testamento culturale.
Si trovano nella prima delle sei Lezioni americane, quella dedicata alla “Leggerezza”, e ritengo possano ispirare il discorso che vorrei articolare a proposito del passaggio (o se si preferisce della dialettica) tra gravità e leggerezza. Calvino sembra qui alludere ad una visione millenarista, uno snodo epocale, augurandosi che la ruggine materiale e spirituale del Novecento venga abbandonata al suo destino, e auspicando un salto nella dimensione di una categoria – la leggerezza – che va meglio chiarita.

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La leggiadria del disfacimento

La cosmologia di origini atomistiche ed epicuree messa in campo da Lucrezio, vede senz’altro nella dialettica tra pesantezza e leggerezza – in linguaggio presocratico, tra condensazione e rarefazione – uno dei suoi elementi ricorrenti.
Innanzitutto la natura ha necessità di avere uno spazio infinito e indeterminato, proprio per esercitare quella dialettica: se ci fossero confini, la materia, a causa del suo peso, confluirebbe e si accumulerebbe nel fondo, e “nessuna cosa potrebbe generarsi sotto la volta del cielo”. È la profondità del vuoto che permette alle cose di esistere, librarsi, percorrere il proprio ciclo vitale: “s’apre dovunque immenso spazio alle cose / nell’inesistenza di limiti in ogni direzione d’attorno” (I, 1006-7). È come se fossero proprio il vuoto e l’invisibilità a favorire l’esplodere e l’espandersi delle forme – come se l’universo avesse in ciò il proprio respiro.

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Sempre nuovo splendore

Il De rerum natura di Lucrezio, com’è noto, non è solo un’opera di filosofia, cosmologia, scienze naturali ed etica, ma ancor prima un canto della natura, un’opera di alta poesia, ciò che non ne sminuisce affatto il rigore filosofico, ma anzi ne accresce la potenza.
Si prendano, ad esempio, le pagine del Libro quinto in cui si mostra come la natura fluisca perennemente, e come sia anch’essa sottoposta al vincolo universale del ciclo delle nascite e delle morti, secondo la dialettica della pesantezza/leggerezza che si dispiega grazie alla disposizione delle particelle elementari: scrive Lucrezio che

…l’universo fluisce in eterno.
Così la fonte copiosa di limpida luce, l’etereo sole
inonda continuamente il cielo di sempre nuovo splendore,
e rifornisce senza interruzione la luce con nuova luce. [281-84]

Poco dopo vengono evocate immagini di torri che crollano, rocce che si sgretolano, templi e statue di dèi che vanno in rovina – a ribadire che la natura è la «madre di tutto e comune sepolcro delle cose».
Ecco, trovo questo alternarsi di toni radiosi e cupi, di gravità e levità, uno stratagemma straordinario, non solo retorico, affinché la mente – in corrispondenza con le cose – possa accettare serenamente i sacri limiti imposti dal fato e dalle leggi della natura, e ne canti però la struggente bellezza proprio nel suo perenne consumarsi, perché «le cose hanno bisogno di sempre nuovo splendore» e quel che da loro fluisce «si riversa tutto nel grande mare dell’aria».

Insensatezza

Quando lo scorso marzo fu abbastanza chiaro che stavamo per entrare in una dimensione storico-esistenziale inusitata – un evento come ne capitano uno o due in una vita o in un secolo – la parola che più mi parve appropriata per definire lo stato emotivo nel quale ci trovavamo fu straniamento. Subito dopo pensai all’ignoto (toccati dall’ignoto, come dice Canetti, con il paradosso che una delle cose più vietate ed inibite era proprio il toccare l’altro, e persino il toccarsi: non il volto, non gli occhi, non la bocca, e comunque non prima di essersi purificati le mani).

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Il re nudo: una nota a proposito dell’invisibilità

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
[J. Saramago]

Se è vero, come argomentato da Sergio Givone, che esiste una metafisica della peste, cioè il manifestarsi nel corso delle epidemie di qualcosa che eccede la mera fisicità biologica del male, e che addirittura evoca la domanda sul senso dell’essere (o sulla sua insensatezza) – allora non dovrebbe apparirci strano il paradosso che si genera a proposito dell’invisibilità: un morbo invisibile che rende visibile l’invisibile, ciò che per lo più non si vede – o perché è l’orizzonte (la struttura sottile) nel quale ci troviamo a vivere, o per una nostra pregressa e consolidata cecità o – più radicalmente – perché ha a che fare con il sottosuolo mistico e inafferrabile delle cose (quel che un tempo si chiamava verità).
Avevo un po’ fumosamente attribuito alla figura dello straniamento – la prima tra le parole del contagio ad essermi venuta in mente – la situazione ai limiti dell’assurdo che si va producendo nel corso di una pandemia: il mondo di prima viene sospeso e messo tra parentesi e nel corso di questa sorta di epoché fenomenologica, qualcosa di apparentemente nuovo, inedito, strano – perturbante – ci si mostra all’improvviso. Molti, anche sui social, hanno ad esempio parlato di ritorno all’essenziale o di uscita dal superfluo; lo hanno fatto magari solo in modo superficiale o sull’onda di facili slogan, ma è il caso di andare a vedere cosa sta dietro a queste reazioni, emotive prima ancora che razionali. Credo che proprio la dialettica tra visibile e invisibile cui alludevo sopra, renda più chiare queste sensazioni di straniamento o cortocircuiti della cosiddetta normalità.
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7 parole per 7 meditazioni – 6. Spazio

Premessa inevitabile e contingente: stiamo sperimentando in questi giorni una forma molto particolare (e inaspettata) di spazio – quella della distanza di sicurezza, della misura che ci allontana dall’altro e ci protegge (o, viceversa, protegge l’altro) dal contagio.
Esiste dunque anche uno “spazio” e, addirittura, una “metafisica” della peste. Ne ha parlato, ad esempio, Sergio Givone in un bel saggio di qualche anno fa. Lo spazio, in questi termini, ci appare come uno “spazio vitale” (Lebensraum era parola terribile dell’ideologia nazionalsocialista) – lo spazio che ciascun vivente occupa e che non può essere condiviso con un altro vivente, il quale si deve tenere a debita distanza. Viviamo nell’epoca per antonomasia dell’immunizzazione e della biopolitica: lo stato istituisce e gestisce lo spazio vitale nel quale i corpi che lo compongono (vedi Hobbes!) devono essere sani e immuni. La cultura sembrerebbe non essersi poi così allontanata dalla natura.
D’altro canto lo strato sterile ed immunizzante che ci avvolge – l’igiene, il mondo artificiale, la tecnologia, le macchine, gli algoritmi – crea l’illusione di una separazione (e protezione) dalla natura e dai suoi pericoli. L’ecumene, lo spazio umano, sovrasta la biosfera, lo spazio naturale. Ma è sufficiente un virus – o un piccolo sommovimento della sfera terrestre – a sconvolgere le nostre certezze, e a riprecipitarci nell’angoscia originaria. Lo spazio torna a contrarsi, se non a sbriciolarsi.
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Catalogo delle passioni: misericordia affetto triste?

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I filosofi tradizionalmente e nella stragrande maggioranza sono inclini ad essere poco misericordiosi e compassionevoli: basterebbe consultare un qualunque dizionario filosofico per rendersene conto, visto che difficilmente vi si troverebbero le voci “misericordia”, “pietà”, “compassione” e simili; al più tali affetti verrebbero citati sotto voci più ampie, quali virtù, etica, giustizia, passioni.
Occorre chiedersi donde vengono questa indifferenza, circospezione quando non manifesta sospettosità. Forse la celebre immagine della dolce lontananza dagli affanni con cui Lucrezio apre il libro II del De rerum natura ci offre qualche interessante spunto in proposito: il filosofo – nella forma più classica del saggio antico – preferisce non essere turbato dagli affetti tristi indotti dalle miserie umane; egli guarda anzi con piacevole sufficienza (e un poco di alterigia) gli umani «errare smarriti cercando qua e là il sentiero della vita», gareggiare, competere e «sforzarsi giorno e notte con straordinaria fatica di giungere a eccelsa opulenza e d’impadronirsi del potere». Sforzo inutile e vano per menti misere e cieche, che non capiscono che l’unica vera liberazione dalla miseria – l’unico vero atto di misericordia – è che l’anima viva e goda «d’un senso gioioso sgombra d’affanni e timori»: atarassia, imperturbabilità sono qui le parole d’ordine1.

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Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

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Catalogo delle passioni – Necrobiofilia

Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt’altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazione invero paradossale di questa che è la bioepoca per eccellenza, che vede da una parte una grave rimozione della morte, e dall’altra un suo ripresentarsi negli aspetti più morbosi, in forma appunto di necrofilia – tanto che vien da pensare che è proprio lo squilibrio tra bios e thànatos a tener banco.
Pietro Citati dice a proposito di Leopardi, che “pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”; ora non credo che questa immersione nella mota delle passioni più inconfessabili possa procurare molta letizia in me o in chi leggerà, ma a) è necessario farlo e b) di gioia teoretica semmai si tratta, più mentale che corporea, al limite dell’impalpabilità, e piuttosto illusoria (l’illusione, cioè, di poter controllare proprio la fonte di tutte le passioni, anche di quelle più basse ed istintive). Certo un conto è discettarne, un altro è sentirne direttamente gli effetti – sulle carni o nella psiche – così come altro conto ancora è assistere morbosamente ai loro effetti sugli altri, cosa di cui la cronaca nerissima da cui siamo invasi ci informa (e per lo più deforma) ogni giorno. Lucrezio uscito dalla porta rientra così dalla finestra, puntando il dito proprio sulla spettacolarizzazione macabra del dolore e della morte.
Naturalmente non possiamo che cominciare con il riferirci a Spinoza, com’è ormai tradizione per il nostro compilando catalogo degli affetti umani…

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PYR KAI YBRIS

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“E’ dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare,
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto,
bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune.
E’ dolce anche guardare le grandi contese di guerra
ingaggiate in campo, senza alcuna tua parte di pericolo…”

Chissà se i sentimenti espressi con tanta chiarezza da Lucrezio all’inizio del secondo libro del De rerum natura, venivano provati e condivisi anche dalle variegate e ineffabili torme di piromani che hanno infestato la nostra estate mediterranea. Un po’ me li immagino: appiccare l’incendio e poi contemplare da lontano, al sicuro, il frutto della propria insulsa capacità di innescare una tale potenza distruttiva… guardare alberi, cespugli, macchia, volatili, animali, umani, case, strade, orti, filari, il tutto che viene divorato da un’immensa quanto folle opera “purificatrice” (magari il latino purum, di origine indoeuropea, ha a che fare con pyr, il termine greco per indicare il fuoco…). C’è poi un tale abisso tra la mediocrità del gesto e la terribile grandiosità del risultato, da lasciare talvolta storditi, esterrefatti.
Quel che però si contempla il giorno dopo il misfatto, non ha più molto a che fare con la categoria del “sublime”: la terra violacea e i tizzoni neri ormai spenti e gelidi, i fianchi scoscesi e desertici della montagna, una scurità inqualificabile, scheletri e fantasmi di alberi come mani e braccia impietrite verso il cielo, l’assenza di vita che aleggia tutt’attorno, un silenzio innaturale, un’impressione di totale definitivo sradicamento, come se lì si fosse aperta una inguaribile ferita sul nulla. La metafora perfetta del nichilismo che avanza.

Ricordo che da bambino, a scuola, ci dicevano che “l’uomo primitivo aveva scoperto il fuoco”. Naturalmente quello “scoprire” aveva un significato molto più vasto e complesso, visto che il fuoco c’era già in natura: si trattava in realtà di imparare a gestirlo e di misurarsi con quell’immane potenza.
Eraclito, uno dei più grandi filosofi greci, dedicò al “fuoco” grande attenzione: il filosofo del perenne fluire delle cose, del divenire, del contrasto e della dialettica non poteva non rimanere colpito da quell’elemento così insolito e terribile. Il fuoco si alimenta divorando, permane fluendo, sta e si muove, dà vita (calore, cibo) e morte allo stesso tempo. Esso ha a che fare con l’indigenza e la sazietà, la guerra e la pace (frammento 65); è addirittura ciò che giudicherà e condannerà tutte le cose (66); il fuoco è sempre vivente (30), scambio universale (67, 90), movimento e ciclo eterno (76), ciò che governa tutte le cose (64).
Ma proprio di fronte a un fenomeno così potente della natura – al punto da esserne quasi forma e sostanza, pilastro cosmologico, se non materialmente certo simbolicamente – si deve esercitare la massima cautela: il fuoco va governato con il lògos, con la misura:

“Bisogna spegnere la dismisura (ybris) più di un incendio” (43).

Il termine greco ybris è traducibile con insolenza, tracotanza, violenza, prepotenza. Ma il suo significato filosofico riguarda più precisamente l’oltrepassamento della misura, la sfrenata insensatezza, l’agire contro gli dei, ma anche contro il lògos, la ragione.
La lezione di quest’estate, come la lezione di tutti i giorni, è che delle due l’una: o il nostro rapporto con l’essere rientra nel binario della misura, della ragione, del lògos, oppure finiremo per essere divorati dal fuoco della ybris, della nostra smisurata, stolta e insensata tracotanza.

(foto di Saltatempo)