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Catalogo delle passioni: misericordia affetto triste?

venerdì 3 giugno 2016

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I filosofi tradizionalmente e nella stragrande maggioranza sono inclini ad essere poco misericordiosi e compassionevoli: basterebbe consultare un qualunque dizionario filosofico per rendersene conto, visto che difficilmente vi si troverebbero le voci “misericordia”, “pietà”, “compassione” e simili; al più tali affetti verrebbero citati sotto voci più ampie, quali virtù, etica, giustizia, passioni.
Occorre chiedersi donde vengono questa indifferenza, circospezione quando non manifesta sospettosità. Forse la celebre immagine della dolce lontananza dagli affanni con cui Lucrezio apre il libro II del De rerum natura ci offre qualche interessante spunto in proposito: il filosofo – nella forma più classica del saggio antico – preferisce non essere turbato dagli affetti tristi indotti dalle miserie umane; egli guarda anzi con piacevole sufficienza (e un poco di alterigia) gli umani «errare smarriti cercando qua e là il sentiero della vita», gareggiare, competere e «sforzarsi giorno e notte con straordinaria fatica di giungere a eccelsa opulenza e d’impadronirsi del potere». Sforzo inutile e vano per menti misere e cieche, che non capiscono che l’unica vera liberazione dalla miseria – l’unico vero atto di misericordia – è che l’anima viva e goda «d’un senso gioioso sgombra d’affanni e timori»: atarassia, imperturbabilità sono qui le parole d’ordine1.

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Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

lunedì 7 marzo 2011

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

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Catalogo delle passioni – Necrobiofilia

martedì 9 novembre 2010

Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt’altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazione invero paradossale di questa che è la bioepoca per eccellenza, che vede da una parte una grave rimozione della morte, e dall’altra un suo ripresentarsi negli aspetti più morbosi, in forma appunto di necrofilia – tanto che vien da pensare che è proprio lo squilibrio tra bios e thànatos a tener banco.
Pietro Citati dice a proposito di Leopardi, che “pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”; ora non credo che questa immersione nella mota delle passioni più inconfessabili possa procurare molta letizia in me o in chi leggerà, ma a) è necessario farlo e b) di gioia teoretica semmai si tratta, più mentale che corporea, al limite dell’impalpabilità, e piuttosto illusoria (l’illusione, cioè, di poter controllare proprio la fonte di tutte le passioni, anche di quelle più basse ed istintive). Certo un conto è discettarne, un altro è sentirne direttamente gli effetti – sulle carni o nella psiche – così come altro conto ancora è assistere morbosamente ai loro effetti sugli altri, cosa di cui la cronaca nerissima da cui siamo invasi ci informa (e per lo più deforma) ogni giorno. Lucrezio uscito dalla porta rientra così dalla finestra, puntando il dito proprio sulla spettacolarizzazione macabra del dolore e della morte.
Naturalmente non possiamo che cominciare con il riferirci a Spinoza, com’è ormai tradizione per il nostro compilando catalogo degli affetti umani…

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PYR KAI YBRIS

martedì 18 settembre 2007

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“E’ dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare,
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l’altrui tormento procuri giocondo diletto,
bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune.
E’ dolce anche guardare le grandi contese di guerra
ingaggiate in campo, senza alcuna tua parte di pericolo…”

Chissà se i sentimenti espressi con tanta chiarezza da Lucrezio all’inizio del secondo libro del De rerum natura, venivano provati e condivisi anche dalle variegate e ineffabili torme di piromani che hanno infestato la nostra estate mediterranea. Un po’ me li immagino: appiccare l’incendio e poi contemplare da lontano, al sicuro, il frutto della propria insulsa capacità di innescare una tale potenza distruttiva… guardare alberi, cespugli, macchia, volatili, animali, umani, case, strade, orti, filari, il tutto che viene divorato da un’immensa quanto folle opera “purificatrice” (magari il latino purum, di origine indoeuropea, ha a che fare con pyr, il termine greco per indicare il fuoco…). C’è poi un tale abisso tra la mediocrità del gesto e la terribile grandiosità del risultato, da lasciare talvolta storditi, esterrefatti.
Quel che però si contempla il giorno dopo il misfatto, non ha più molto a che fare con la categoria del “sublime”: la terra violacea e i tizzoni neri ormai spenti e gelidi, i fianchi scoscesi e desertici della montagna, una scurità inqualificabile, scheletri e fantasmi di alberi come mani e braccia impietrite verso il cielo, l’assenza di vita che aleggia tutt’attorno, un silenzio innaturale, un’impressione di totale definitivo sradicamento, come se lì si fosse aperta una inguaribile ferita sul nulla. La metafora perfetta del nichilismo che avanza.

Ricordo che da bambino, a scuola, ci dicevano che “l’uomo primitivo aveva scoperto il fuoco”. Naturalmente quello “scoprire” aveva un significato molto più vasto e complesso, visto che il fuoco c’era già in natura: si trattava in realtà di imparare a gestirlo e di misurarsi con quell’immane potenza.
Eraclito, uno dei più grandi filosofi greci, dedicò al “fuoco” grande attenzione: il filosofo del perenne fluire delle cose, del divenire, del contrasto e della dialettica non poteva non rimanere colpito da quell’elemento così insolito e terribile. Il fuoco si alimenta divorando, permane fluendo, sta e si muove, dà vita (calore, cibo) e morte allo stesso tempo. Esso ha a che fare con l’indigenza e la sazietà, la guerra e la pace (frammento 65); è addirittura ciò che giudicherà e condannerà tutte le cose (66); il fuoco è sempre vivente (30), scambio universale (67, 90), movimento e ciclo eterno (76), ciò che governa tutte le cose (64).
Ma proprio di fronte a un fenomeno così potente della natura – al punto da esserne quasi forma e sostanza, pilastro cosmologico, se non materialmente certo simbolicamente – si deve esercitare la massima cautela: il fuoco va governato con il lògos, con la misura:

“Bisogna spegnere la dismisura (ybris) più di un incendio” (43).

Il termine greco ybris è traducibile con insolenza, tracotanza, violenza, prepotenza. Ma il suo significato filosofico riguarda più precisamente l’oltrepassamento della misura, la sfrenata insensatezza, l’agire contro gli dei, ma anche contro il lògos, la ragione.
La lezione di quest’estate, come la lezione di tutti i giorni, è che delle due l’una: o il nostro rapporto con l’essere rientra nel binario della misura, della ragione, del lògos, oppure finiremo per essere divorati dal fuoco della ybris, della nostra smisurata, stolta e insensata tracotanza.

(foto di Saltatempo)